Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8127 del 23/04/2020

Cassazione civile sez. III, 23/04/2020, (ud. 10/01/2020, dep. 23/04/2020), n.8127

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26708-2018 proposto da:

F.L., P.M., PR.MA. in proprio e

quale procuratore generale di P.G., S.L.,

P.V., p.m., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA SAN GODENZO 15, presso lo studio dell’avvocato ENRICO IANNOTTA,

che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

GROUPAMA ASSICURAZIONI SPA, in persona del procuratore Dott.

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, V.DELLA CROCE 44, presso

lo studio dell’avvocato ERNESTO GRANDINETTI, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

e contro

ST.SI., T.C.R.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 4982/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2020 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO ALBERTO, che ha concluso per l’accoglimento del 3 motivo di

ricorso; rigetto degli altri;

udito l’Avvocato ENRICO IANNOTTA;

udito l’Avvocato ERNESTO GRANDINETTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza resa in data 17/7/2018, la Corte d’appello di Roma ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado, in accoglimento della domanda proposta da Pr.Ma., P.G., S.L., P.V., p.M., P.M. e F.L., ha condannato T.C.R., St.Si. e la Compagnia Groupama Assicurazioni s.p.a., al risarcimento dei danni subiti dagli attori a seguito del sinistro stradale dedotto in giudizio, in occasione del quale Pr.Ma. (direttamente coinvolto nel sinistro) aveva contratto gravissimi danni alla persona.

2. A fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha sottolineato la correttezza della decisione del primo giudice nella parte in cui aveva determinato, nella misura del 50%, il concorso di colpa di Pr.Ma. nella causazione del sinistro dedotto, evidenziando, sotto altro profilo, come il tribunale avesse legittimamente liquidato gli importi riconosciuti in favore di tutti gli attori, tanto in relazione alla riduzione percentuale del risarcimento in ragione del concorso di colpa di Pr.Ma., quanto in relazione all’individuazione delle somme determinate a titolo di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali ex adverso rivendicati.

3. Avverso la sentenza d’appello, Pr.Ma., P.G., S.L., P.V., p.m., P.M. e F.L., propongono ricorso per cassazione sulla base di sette motivi d’impugnazione.

4. La Groupama Assicurazioni s.p.a. resiste con controricorso.

5. Nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede.

6. Entrambe le parti costituite hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2054 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., nonchè per omesso esame di fatti decisivi controversi (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), per avere la corte territoriale erroneamente confermato l’avvenuto riconoscimento, da parte del giudice di primo grado, di un concorso di colpa nella misura del 50% da parte di Pr.Ma. nella causazione del sinistro oggetto di causa, in contrasto con le risultanze istruttorie complessivamente acquisite al giudizio.

2. Il motivo è inammissibile.

3. Osserva il Collegio come, attraverso le censure indicate (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), i ricorrenti si siano sostanzialmente spinti a sollecitare la corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito degli elementi di prova acquisiti nel corso del processo, in contrasto con i limiti del giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (nuovo testo) sul piano dei vizi rilevanti della motivazione.

4. In particolare, sotto il profilo della violazione di legge, i ricorrenti risultano aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già della fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica dei ricorrenti, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sè incontroverso, insistendo propriamente gli stessi nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rispetto a quanto operato dal giudice a quo.

5. Nel caso di specie, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe del motivo d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dagli odierni ricorrenti deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti e dei fatti di causa ritenuti rilevanti.

6. Si tratta, come appare manifesto” di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato.

7. Ciò posto, il motivo d’impugnazione così formulato deve ritenersi inammissibile, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante, sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti.

8. A tale ultimo riguardo, infatti, è appena il caso di sottolineare come il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 possa ritenersi denunciabile per cassazione, unicamente là dove attenga all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

9. Sul punto, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.p., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.p., comma 2, n. 4, il ricorrente è chiamato a indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. per tutte, Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831).

10. Pertanto, dovendo ritenersi definitivamente confermato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, l’odierna doglianza dei ricorrenti deve ritenersi inammissibile, siccome diretta a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini dell’art. 360, n. 5 cit., bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa, senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede.

11. Con il secondo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1227,2055 e 2056 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente condiviso la riduzione del 50% operata dal giudice di primo grado (a causa della responsabilità concorsuale di Pr.Ma.) anche in relazione alle poste riconosciute in favore dei congiunti di Pr.Ma. a titolo di risarcimento del danno subito iure proprio in conseguenza delle lesioni provocate a quest’ultimo.

12. Il motivo è infondato.

13. Al riguardo, osserva il Collegio come la corte territoriale, nel procedere alla riduzione del 50% delle poste risarcitorie riconosciute iure proprio in favore dei congiunti di Pr.Ma., si sia correttamente allineata all’insegnamento della giurisprudenza di questa Corte (che il Collegio condivide integralmente e fa proprio al fine di assicurarne continuità), ai sensi del quale, in materia di responsabilità civile, nell’ipotesi di concorso della vittima di un illecito mortale (o anche solo lesivo) nella produzione dell’evento dannoso, il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita (o, comunque, lesione) del rapporto parentale, patito iure proprio dai familiari del deceduto (o del danneggiato diretto), dev’essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a sè stesso, ma ciò non per effetto dell’applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 1, bensì perchè la lesione del diritto alla vita (o alla salute) colposamente cagionata da chi la vita (o l’integrità fisica) perde non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura (o la lesione) del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra, costituendo una conseguenza di una condotta non antigiuridica (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 9349 del 12/04/2017, Rv. 643998 – 01; v. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 18909 del 28/07/2017, Rv. 645163 01; Sez. 3, Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 10220 del 26/04/2017, Rv. 643995 – 01; Sentenza n. 4208 del 17/02/2017, Rv. 643137 – 01).

14. Con il terzo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., nonchè dell’art. 3 Cost. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale confermato la liquidazione del danno non patrimoniale sofferto dai congiunti di Pr.Ma. sulla base di una motivazione argomentata in termini arbitrari, con applicazione di un principio equitativo puro, senza riferimento ad alcun parametro idoneo a rendere riconoscibile il percorso argomentativo seguito ai fini della liquidazione del danno (con particolare riguardo alle tabelle elaborate presso il Tribunale di Milano o di Roma), trascurando altresì di riconoscere il danno biologico sofferto iure proprio dai congiunti di Pr. e, comunque, di personalizzare il danno non patrimoniale dagli stessi sofferto.

15. Il motivo è inammissibile.

16. Osserva il Collegio come, sulla base del principio di necessaria e completa allegazione del ricorso per cassazione ex art. 366 c.p.c., n. 6 (valido oltre che per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 anche per quelli previsti dai nn. 3 e 4 della stessa disposizione normativa), il ricorrente che denunzia la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, non può limitarsi a specificare soltanto la singola norma di cui, appunto, si denunzia la violazione, ma deve indicare gli elementi fattuali in concreto condizionanti gli ambiti di operatività di detta violazione (cfr. Sez. L, Sentenza n. 9076 del 19/04/2006, Rv. 588498).

17. Siffatto onere sussiste anche allorquando il ricorrente affermi che una data circostanza debba reputarsi comprovata dall’esame degli atti processuali, con la conseguenza che, in tale ipotesi, il ricorrente medesimo è tenuto ad allegare al ricorso gli atti del processo idonei ad attestare, in relazione al rivendicato diritto, la sussistenza delle circostanze affermate, non potendo limitarsi alla parziale e arbitraria riproduzione di singoli periodi estrapolati dagli atti processuali propri o della controparte.

18. E’ appena il caso di ricordare come tali principi abbiano ricevuto l’espresso avallo della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte (cfr., per tutte, Sez. Un., Sentenza n. 16887 del 05/07/2013), le quali, dopo aver affermato che la prescrizione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, è finalizzata alla precisa delimitazione del thema decidendum, attraverso la preclusione per il giudice di legittimità di porre a fondamento della sua decisione risultanze diverse da quelle emergenti dagli atti e dai documenti specificamente indicati dal ricorrente, onde non può ritenersi sufficiente in proposito il mero richiamo di atti e documenti posti a fondamento del ricorso nella narrativa che precede la formulazione dei motivi (Sez. Un., Sentenza n. 23019 del 31/10/2007, Rv. 600075), hanno poi ulteriormente chiarito che il rispetto della citata disposizione del codice di rito esige che sia specificato in quale sede processuale nel corso delle fasi di merito il documento, pur eventualmente individuato in ricorso, risulti prodotto, dovendo poi esso essere anche allegato al ricorso a pena d’improcedibilità, in base alla previsione del successivo art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (cfr. Sez. Un., Sentenza n. 28547 del 02/12/2008 (Rv. 605631); con l’ulteriore precisazione che, qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito e si trovi nel fascicolo di parte, l’onere della sua allegazione può esser assolto anche mediante la produzione di detto fascicolo, ma sempre che nel ricorso si specifichi la sede in cui il documento è rinvenibile (cfr. Sez. Un., Ordinanza n. 7161 del 25/03/2010, Rv. 612109, e, con particolare riguardo al tema dell’allegazione documentale, Sez. Un., Sentenza n. 22726 del 03/11/2011, Rv. 619317).

19. Nel caso di specie varrà constatare come, con il motivo d’impugnazione in esame, gli odierni ricorrenti siano incorsi nella violazione dei richiamati principi, atteso che gli stessi, nel dolersi che la corte d’appello avrebbe erroneamente confermato la correttezza dell’affermazione del primo giudice, in ordine alla liquidazione del danno non patrimoniale sofferto dai congiunti di Pr.Ma. (sulla base di una motivazione argomentata in termini arbitrari, con applicazione di un principio equitativo puro, senza riferimento ad alcun parametro idoneo a rendere riconoscibile il percorso argomentativo seguito), hanno tuttavia omesso di fornire alcuna idonea e completa indicazione circa i termini e i contenuti concreti della sentenza di primo grado (necessaria all’analisi della motivazione dell’originaria liquidazione del danno), nonchè alcuna indicazione circa il modo dell’avvenuta censura in appello di detta sentenza del primo giudice, con ciò precludendo a questa Corte la possibilità di apprezzare la concludenza della censura formulata al fine di giudicare la fondatezza del motivo d’impugnazione proposto.

20. Con il quarto motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1223,1226 e 2056 c.c., dell’art. 3Cost., e dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale trascurato di rilevare la mancata liquidazione, da parte del giudice di primo grado, in favore dei congiunti di Pr.Ma., del danno biologico iure proprio dagli stessi sofferto per effetto del sinistro, omettendo di rilevare la illegittima negazione, ad opera del primo giudice, dell’ammissione di un’opportuna consulenza tecnica d’ufficio al fine di determinarne l’entità sulla base della documentazione medico-legale dedotta in giudizio dagli attori.

21. Con il quinto motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., nonchè dell’art. 2 Cost. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente confermato la decisione del primo giudice nella parte in cui ha omesso di liquidare il danno esistenziale rivendicato dagli attori.

22. Entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte – sono infondati.

23. Varrà preliminarmente osservare (con particolare riguardo all’oggetto delle due censure in esame) come, secondo quanto ripetutamente sottolineato dalla giurisprudenza di questa Corte, le nozioni di danno biologico e di danno esistenziale (indicato, quest’ultimo, come conseguente alla violazione del diritto all’integrità psicofisica della persona) sono destinate a coincidere, sol che si rifletta sulla nozione di danno biologico fornita dall’art. 138 codice delle assicurazioni, ai sensi del quale per danno biologico deve intendersi la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico legale, che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.

24. Proprio in forza di tali premesse, la giurisprudenza di legittimità ha evidenziato come, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, costituisca duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno esistenziale (Sez. 3, Ordinanza n. 20795 del 20/08/2018, Rv. 650413 – 01), attesa la consistenza del danno esistenziale propriamente nel vulnus arrecato a tutti gli aspetti dinamico-relazionali della persona conseguenti alla lesione della salute (Sez. 3, Sentenza n. 901 del 17/01/2018, Rv. 647125 – 03).

25. Ciò posto, osserva il Collegio come, nel confermare la mancata liquidazione, in favore dei congiunti di Pr.Ma., del danno biologico iure proprio dagli stessi asseritamente sofferto per effetto del sinistro (e, preliminarmente, l’ammissibilità di una consulenza tecnica d’ufficio destinata a determinare l’eventuale entità di detto danno sulla base della documentazione medico-legale prodotta in giudizio dagli attori), la corte territoriale abbia espressamente sottolineato l’irriducibile genericità della documentazione medica allegata a fondamento di detta richiesta; ciò che escluderebbe – in assenza di un’altrettanta specificità del motivo di ricorso proposto in questa sede (a sua volta proposto, sul punto, in violazione dei termini previsti dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4) – la stessa ammissibilità della censura, nella misura in cui i ricorrenti invochino una rilettura nel merito dei fatti di causa (e, in particolare, della documentazione prodotta) in contrasto con le valutazioni operate nella sentenza impugnata.

26. Con il sesto motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1223 e 2056 c.c., nonchè dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente confermato la mancata liquidazione, da parte del giudice di primo grado, del danno patrimoniale direttamente subito da Pr.Ma., in contrasto con l’evidenza rappresentativa degli elementi istruttori forniti, anche in termini presuntivi, con specifico riguardo alle spese mediche e di assistenza generale già sostenute e ai costi prevedibilmente destinati ad essere affrontati per il futuro.

27. Con il settimo motivo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1223 e 2056 c.c., nonchè dell’art. 116 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente confermato la mancata liquidazione, in favore di Pr.Ma., del danno patrimoniale derivato dalla contratta invalidità permanente nella misura superiore all’80%, con particolare riferimento alla perdita di chances legate allo sviluppo della propria carriera lavorativa, nonchè alla perdita delle entità patrimoniali derivanti dalla contribuzione all’impresa familiare, sulla base di un’errata interpretazione e valutazione degli elementi istruttori acquisiti al giudizio.

28. Entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili per ragioni di connessione – sono inammissibili.

29. Sul punto, è appena il caso di rilevare come la corte territoriale abbia espressamente sottolineato in motivazione (cfr. pagg. 6-7) come delle spese sostenute, e del cosiddetto preteso presunto danno futuro di Euro 500.000, gli attori non avessero fornito alcuna prova, così come delle pretese chances di sviluppo della carriera del Pr., con specifico riferimento alla posizione di volontario in ferma breve dello stesso e al carattere meramente congetturale delle missioni pericolose (e solo in quanto tali maggiormente redditizie) dedotte.

30. Allo stesso modo, la corte ha sottolineato come il Pr. non avesse fornito alcuna dimostrazione dell’esistenza di utili prodotti dall’impresa familiare, avendo lo stesso financo mancato di riportare, nella propria dichiarazione dei redditi” la prestazione di lavoro nell’impresa familiare in modo continuativo e prevalente (circostanza ritenuta dirimente sul piano presuntivo).

31. Ciò posto, le odierne censure, nel prospettare un preteso contrasto delle valutazioni del primo giudice con l’evidenza probatoria rappresentata dagli elementi istruttori disponibili (anche in termini presuntivi), si risolvono nell’inammissibile rivendicazione di una rilettura nel merito dei fatti di causa.

32. Sulla base delle considerazioni che precedono, rilevata la complessiva infondatezza delle censure esaminate, dev’essere disposto il rigetto del ricorso, cui segue la condanna dei ricorrenti al rimborso, in favore della società controricorrente, delle spese del presente giudizio liquidate come da dispositivo, oltre l’attestazione della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 20.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2020

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA