Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8055 del 08/04/2011

Cassazione civile sez. I, 08/04/2011, (ud. 16/03/2011, dep. 08/04/2011), n.8055

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

V.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via delle Tre

Madonne 16, presso l’avv. RICCIO Gianfranco, che con l’avv. Maria

Tropiano lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

F.B., elettivamente domiciliata in Roma, Via M. Savini 7,

presso l’avv. ROMAGNA Egidio, che la rappresenta e difende giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Napoli n. 2085 del

20.6.2006.

Udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

16.3.2011 dal Relatore Cons. Dott. Carlo Piccininni;

Uditi gli avv. Tropiano per il ricorrente e Romagna per la

controricorrente;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’inammissibilità o in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con riferimento al ricorso proposto da V.G. per la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con F. B., il Tribunale di Napoli con sentenza del 30.12.2005 così disponeva: a) rigettava la domanda di assegnazione della casa di (OMISSIS) avanzata da entrambe le parti, poichè non poteva essere considerata coniugale; b) accoglieva la domanda di riconoscimento dell’assegno divorzile proposto dalla F., determinandolo in Euro 400,00 mensili; c) dichiarava inammissibile, in quanto tardiva, la richiesta della F. di acquisizione di una quota del TFR del ricorrente.

La decisione, impugnata per opposti motivi da entrambe le parti (dal V. in via principale e dalla F. in via incidentale), veniva modificata dalla Corte di Appello esclusivamente con riferimento alla quantificazione dell’assegno, stabilito nella maggior somma di Euro 600,00 mensili, mentre veniva confermata per gli altri due profili relativi alla sollecitata assegnazione della casa coniugale e all’acquisizione di una quota del TFR. Avverso la sentenza V.G. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, poi illustrati da memoria, cui ha resistito con controricorso F.B..

La controversia veniva quindi decisa all’esito dell’udienza pubblica del 16.3.2011.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i due motivi di impugnazione V. ha rispettivamente denunciato:

1) violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, e art. 2697 c.c., per l’errata determinazione dell’assegno divorzile. L’affermazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno avrebbe infatti presupposto non solo l’accertata mancanza di mezzi adeguati da parte del coniuge istante, ma anche l’impossibilità di procurarseli (impossibilità di cui la richiedente avrebbe dovuto fornire dimostrazione), giudizio che sarebbe stato viceversa omesso da parte del giudice del merito;

2) violazione del medesimo art. 5 e vizio di motivazione, per l’avvenuto mutamento delle originarie condizioni economiche derivante dal proprio pensionamento, evento del quale, viceversa, non era stato tenuto alcun conto.

Il ricorso è infondato.

Sul primo motivo si osserva infatti che la Corte di appello ha determinato la misura dell’assegno riconosciuto alla F., dopo aver puntualmente preso in esame i presupposti per la relativa determinazione (pp. 4 e 6), sicchè la censura prospettata al riguardo risulta priva di pregio.

Nè può ritenersi, come sostiene il ricorrente, che il relativo giudizio sia viziato sotto il profilo dell’omesso esame, da parte del giudice del merito, circa l’impossibilità, per la F., di acquisire reddito proprio, impossibilità il cui accertamento avrebbe viceversa costituito presupposto necessario ai fini del relativo riconoscimento.

In proposito è invero sufficiente rilevare che la Corte di appello ha ben tenuto presente la capacità reddituale presente e futura della F., avendo fatto espresso riferimento alle posizioni ed ai redditi delle parti (p. 4) ed avendo riconosciuto l’impossibilità, per la donna, di mantenere il tenore di vita già goduto in costanza di matrimonio, sulla base di dati oggettivi rappresentati dall’età, dall’essere madre di tre figli e dalla sua qualità di impiegata, in ragione dunque di circostanze idonee di per sè ad escludere la possibilità di acquisizione di ulteriore reddito proprio, in aggiunta a quello percepito.

Quanto al secondo motivo di impugnazione, incentrato sull’omessa considerazione della riduzione di reddito precedentemente goduto da esso ricorrente, per effetto del pensionamento nel frattempo intervenuto, la doglianza appare inconsistente atteso che nella specie il V. svolge anche lavoro autonomo (punto non contestato), circostanza che fa quindi escludere il dedotto automatismo fra pensionamento e riduzione di reddito.

Nel concreto, poi, il ricorrente si è limitato ad invocare il pensionamento quale causa astrattamente idonea a determinare il denunciato mutamento delle sue condizioni economiche, senza però fornire ulteriori indicazioni al riguardo, rendendo così viziata la doglianza anche sul piano della genericità e dell’autosufficienza.

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente, soccombente, al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 marzo 2011.

Depositato in Cancelleria il 8 aprile 2011

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