Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8047 del 23/04/2020

Cassazione civile sez. VI, 23/04/2020, (ud. 23/01/2020, dep. 23/04/2020), n.8047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14392-2017 proposto da:

E.DISTRIBUZIONE S.P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENATO

FUCINI 288, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO RENZI, e

rappresentata e difesa dagli avvocati FABRIZIO MARINELLI e MARIA

CRISTINA CERVALE giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AMMINISTRAZIONE SEPARATA DI ASSERGI, domiciliata in ROMA, presso la

Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentata e difesa

dall’avvocato RODOLFO LUDOVICI in virtù di procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e

COMUNE DELL’AQUILA, L.B., S.L., G.B.;

– intimati-

avverso la sentenza n. 3/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA – SEZIONE

USI CIVICI, depositata il 16/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/01/2020 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dalla ricorrente;

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

L’Amministrazione Separata di Assergi adiva il Commissario per gli usi civici della Regione Abruzzi lamentando che l’Enel aveva abusivamente ampliato l’elettrodotto posto a servizio della funivia, con la realizzazione di altri impianti elettrici, il tutto su terreni appartenenti alla comunità locale.

Nella resistenza dell’Enel, il Commissario per gli usi civici dichiarava l’occupazione abusiva da parte della convenuta, ordinando il rilascio dei beni occupati.

La Corte d’Appello di L’Aquila con la sentenza del 20 marzo 2017 rigettava il reclamo proposto da Enel Distribuzione S.p.A., rilevando che era infondata la deduzione della società secondo cui la normativa in tema di elettrodotti prevarrebbe su quella dettata in materia di usi civici, occorrendo ribadire che anche per l’occupazione abusiva delle aree dell’Amministrazione Separata, ed in assenza di un provvedimento di mutamento di destinazione d’uso, era necessaria l’adozione di una procedura espropriativa, che nella fattispecie era carente.

Inoltre, andava disatteso anche il motivo di reclamo con il quale s’invocava l’esistenza di un vincolo di pertinenzialità tra l’impianto elettrico e la funivia, e ciò sia perchè non era stato provato tale nesso, sia in ragione del fatto che non sussisteva la dimostrazione che la società fosse anche titolare dell’impianto di funivia, rispetto al quale le condutture elettriche avrebbero carattere pertinenziale, sicchè mancava la prova che il vincolo pertinenziale fosse stato impresso dal proprietario o dal titolare di diritti reali su entrambi i beni.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso E.Distribuzione S.p.A., subentrata nelle more ad Enel Distribuzione S.p.A., sulla base di tre motivi.

L’Amministrazione Separata di Assergi ha resistito con controricorso.

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa fase.

Ritiene il Collegio che debba essere riconsiderata l’originaria proposta del relatore quanto alla declaratoria di improcedibilità del ricorso, occorrendo avere riguardo alle conclusioni cui sono pervenute le Sezioni Unite nella sentenza n. 8312/2019, le quali hanno affermato che ove, come nella fattispecie, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica del ricorso, risulti depositata in cancelleria copia della relata della notifica telematica della decisione impugnata e del corrispondente messaggio pec con annesse ricevute, sebbene senza attestazione di conformità da parte del difensore, il ricorrente evita la sanzione dell’improcedibilità del ricorso laddove depositi l’asseverazione di conformità L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, sino alla data dell’udienza camerale. Nel caso di specie, attesa anche la presenza di alcuni intimati, che non consentiva di superare l’originale difetto di attestazione di conformità per effetto della condotta della controricorrente, il difensore di E.Distribuzione S.p.A. in data 15/1/2019, e quindi prima della celebrazione anche della precedente udienza camerale del 24 gennaio 2019, ha depositato attestazione di conformità della relata di notifica telematica della sentenza impugnata, impedendo in tal modo la declaratoria di improcedibilità, avend o quindi il Consigliere Relatore provveduto al deposito di una nuova proposta.

Passando al merito, con il primo motivo di ricorso si lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 107/129 T.U. in materia di servitù di elettrodotto (n. 1775/1933) laddove la Corte d’Appello ha ritenuto che tale normativa non prevarrebbe su quella dettata, da una legge anteriore, in materia di usi e demani civici.

Viceversa una valutazione complessiva del sistema impone di ritenere che la normativa successiva abbia carattere prevalente, essendo anche finalizzata a favorire l’interesse pubblico sotteso al trasporto dell’energia elettrica, obiettivamente prevalente rispetto agli altri interessi concorrenti.

Il secondo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1061 c.c., laddove la Corte di merito ha escluso la possibilità della costituzione di una servitù per usucapione anche su un bene di uso civico.

I due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, vanno disattesi.

A tal fine occorre osservare che i giudici di merito hanno rilevato che, se effettivamente il criterio cronologico non poteva portare a ritenere prevalente la normativa statale in materia di servitù di elettrodotto su quella dettata in precedenza in materia di usi civici, tuttavia la censura si palesava inammissibile in quanto non aveva colto effettivamente quale fosse la ratio decidendi commissariale secondo cui, a prescindere dall’intervento di un provvedimento di mutamento di destinazione, che avrebbe quindi fatto perdere la natura demaniale ai beni oggetto di causa, anche a voler ritenere applicabile la disciplina di cui al T.U. n. 1775 del 1933, era comunque mancata l’adozione di un formale procedimento espropriativo, sicchè l’occupazione continuava a manifestarsi come abusiva.

Il rigetto del reclamo, in parte qua, quindi non si fonda sulla ratio costituita dalla prevalenza della disciplina in materia di usi civici su quella invece invocata dalla ricorrente, ma sulla considerazione che, anche a voler reputare applicabile quest’ultima, non ne ricorrevano i presupposti applicativi, essendo mancato un valido procedimento espropriativo con la preliminare dichiarazione di pubblica utilità.

Ne deriva che il primo motivo risulta inammissibile in quanto volto a contestare un’affermazione del giudice di appello priva di carattere decisivo, senza quindi riscontrare quale sia stato l’effettivo argomento speso in sentenza per il rigetto del reclamo.

Quanto al secondo motivo, lo stesso va del pari dichiarato inammissibile nella parte in cui assume che sarebbe stata inopinatamente disattesa la tesi volta ad ottenere il riconoscimento dell’acquisto per usucapione della servitù di elettrodotto.

Tuttavia, non emerge dalla lettura della sentenza impugnata nè dalla stessa esposizione dei fatti di causa, quale operata dalla stessa ricorrente, che fosse stata dedotta come modalità di acquisto della servitù anche l’usucapione.

A tal fine, e ritenuto che la verifica circa l’avvenuto acquisto della servitù per usucapione implica evidentemente accertamenti di fatto, va richiamato il costante orientamento di questa Corte secondo cui (Cass. n. 7048/2016) il ricorrente per cassazione che riproponga una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non trattata in alcun modo nella sentenza impugnata nè indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa, senza che rilevi che la circostanza integri una nullità rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado, atteso che essa non può essere oggetto di esame ove comporti accertamenti di fatto (conf. Cass. n. 8206/2016).

L’omessa indicazione nel ricorso della specifica sede processuale nella quale è stata sollevata la questione in merito all’avvenuto acquisto per usucapione della servitù oggetto di causa, rende quindi evidentemente inammissibile il motivo de quo.

Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 817 c.c.

Si deduce che il vincolo pertinenziale potrebbe anche prescindere da uno specifico negozio, ma discenderebbe dalla situazione di fatto riguardante due diversi immobili.

Anche tale motivo deve essere disatteso.

In primo luogo la decisione del giudici di merito si fonda sul rilievo che non sarebbe stata offerta la prova del vincolo di pertinenzialità, posto che il documento a tal fine invocato non recava una valida sottoscrizione.

Si è poi evidenziato come per la nascita del vincolo è necessario che lo stesso sia impresso da chi è proprietario sia del bene principale che di quello pertinenziale, laddove, nel caso in esame, Enel non aveva affermato di essere proprietaria anche della funivia, così che per l’insorgenza del nesso era necessario un accordo contrattuale che vedesse come parti i proprietari sia della cosa principale che di quella accessoria. Infine, si è sottolineato che in loco erano presenti numerose linee elettriche, essendo quindi dubbia l’invocata pertinenzialità tra la linea cui si riferiva la domanda e l’impianto di funivia. Orbene, rileva il Collegio che tale ultima affermazione costituisce a sua volta un’autonoma ratio decidendi, fondata su di un riscontro di fatto da parte del giudice di merito che impedirebbe di poter invocare la previsione di cui all’art. 817 c.c., ratio che però non risulta attinta dal motivo di ricorso che si limita ad invocare, peraltro consapevole dal fatto che la propria tesi è contrastata dalla costante giurisprudenza di questa Corte, l’ammissibilità di un vincolo pertinenziale che prescinda da una manifestazione di volontà negoziale da parte dei titolari della proprietà dei beni interessati, ove appartenenti a soggetti diversi (in senso conforme alla giurisprudenza richiamata nella sentenza gravata, si veda da ultimo Cass. n. 27636/2018, senza che però siano addotti validi argomenti per indurre questa Corte a mutare la propria giurisprudenza).

Il motivo deve quindi essere dichiarato inammissibile ed il ricorso deve quindi essere nel complesso dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Nulla a disporre quanto alle spese nei confronti degli intimati che non hanno svolto attività difensiva.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 3.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente del contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 23 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2020

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