Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8018 del 21/04/2020

Cassazione civile sez. I, 21/04/2020, (ud. 10/01/2020, dep. 21/04/2020), n.8018

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. GHINOY Paola – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5291/2019 proposto da:

N.M., rappresentato e difeso dall’avv. Antonino Ficarra del

Foro di Gela in virtù di procura speciale rilasciata su foglio

separato unito al ricorso ed elettivamente domiciliato presso il suo

studio in Mazzarino, via Bivona n. 7;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’Interno, elettivamente domiciliato in Roma, Via Dei

Portoghesi 12, presso l’Avvocatura Generale Dello Stato che lo

rappresenta e difende ex lege;

– resistente –

avverso la sentenza n. 465/2018 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 23/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2020 dal Consigliere Dott.ssa GHINOY Paola;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Caltanissetta confermava l’ordinanza del Tribunale che aveva rigettato la domanda proposta da N.M., nato a (OMISSIS) volta ad ottenere in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. n. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.; in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14; in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis).

2. La Corte riferiva che il richiedente aveva esposto alla Commissione territoriale di avere lasciato il suo paese perchè minacciato nottetempo vicino a casa da un individuo armato di coltello, che aveva ferito mortalmente, e di aver avuto problemi con i suoi fratelli, entrambi sarti come lui i quali, gelosi del suo maggior successo negli affari, lo avevano aggredito ferendolo e lo avevano accusato di avere clienti omosessuali (in contrasto con i precetti della religione musulmana). Aveva quindi affermato di aver lasciato il suo paese a causa di tali persecuzioni perpetrate nei suoi confronti e per l’uccisione del suo aggressore.

3. La Corte riteneva che il racconto risultasse nel complesso vago, generico e poco circostanziato, specie con riguardo alle circostanze relative all’uccisione dell’aggressore. Aggiungeva che i fatti non apparivano comunque idonei al riconoscimento dello status di rifugiato, non rientrando nelle fattispecie normativamente descritte. L’incredibilità del racconto e il fatto che il Senegal non sia attualmente interessato da una situazione di violenza indiscriminata in situazione di conflitto interno o internazionale escludeva anche la concessione della protezione sussidiaria; quanto alla protezione umanitaria, non risultavano allegate nè ravvisabili situazioni di particolare vulnerabilità.

4. Per la cassazione della sentenza N.M. ha proposto ricorso, affidato a quattro motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5. Come primo motivo il richiedente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 24 Cost., il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13 comma 7, art. 6 comma 3, lett. a) della Convenzione dei diritti dell’uomo recepita con L. n. 848 del 1955, art. 14, comma 3, lett. a), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, recepito dalla L. 25 ottobre 1977, n. 881, art. 132 c.p.c.. Lamenta la mancata traduzione nella lingua da lui conosciuta sia della decisione della Commissione nella parte motiva sia dell’impugnato decreto e la conseguente nullità per mancanza di motivazione in lingua comprensibile al ricorrente. Prospetta sotto tale aspetto l’illegittimità costituzionale dell’art. 122 c.p.c., per contrasto con gli artt. 6 e 10 Cost., nella parte in cui non prevede l’obbligo della traduzione degli atti per il cittadino straniero in relazione quantomeno ai procedimenti aventi ad oggetto il riconoscimento del diritto di asilo o lo status di rifugiato.

6. Il motivo non è fondato.

7. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione internazionale, l’obbligo di tradurre gli atti relativi alle fasi impugnatorie davanti all’autorità giudiziaria ordinaria, costituisce uno strumento di tutela apprestato dal D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 10, comma 5, al fine di assicurare all’interessato-richiedente la massima informazione e la più penetrante possibilità di allegazione.

8. La comunicazione della decisione negativa della Commissione territoriale competente, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 10, commi 4 e 5, deve essere resa nella lingua indicata dallo straniero richiedente o, se non sia possibile, in una delle quattro lingue veicolari (inglese, francese, spagnolo o arabo, secondo l’indicazione di preferenza), determinando la relativa mancanza l’invalidità del provvedimento.

9. Tale vizio, tuttavia, analogamente alle altre nullità riguardanti la violazione delle prescrizioni inderogabili in tema di traduzione, può essere fatto valere solo in sede di opposizione all’atto che da tale violazione sia affetto, ivi compresa l’opposizione tardiva qualora il rispetto del termine di legge sia stato reso impossibile proprio dalla nullità (Cass. 19/06/2019, n. 16470, Cass. 13/01/2012 n. 420).

10. In vari arresti di questa Corte è stato anche ricordato che il giudizio in questione ha ad oggetto non il provvedimento in sè della Commissione, bensì la sussistenza del diritto alla protezione internazionale; di conseguenza, la violazione degli obblighi di traduzione (al pari di quello di consegna di copia autentica) del provvedimento non rileva di per sè, bensì solo nella misura in cui abbia prodotto una lesione all’esercizio del diritto di difesa del richiedente; pertanto la parte che censura la decisione che non si sia attenuta all’osservanza di tale obbligo, deve necessariamente indicare in modo specifico quale atto non tradotto abbia determinato un vulnus all’esercizio del diritto di difesa incidendo sulla correttezza del provvedimento finale, non potendosi genericamente denunciare la mancata osservanza della norma relativa all’obbligo di traduzione (Cass. n. 11295 del 26/04/2019; Cass. n. 24543 del 21/11/2011; Cass. n. 11871 del 27/05/2014).

11. Nel caso, non sussistono i presupposti per dare rilievo al vizio lamentato, in quanto il ricorrente non riferisce di avere sollevato la questione nel giudizio di primo grado (nè risulta che egli l’abbia proposta in sede d’appello), sicchè la questione risulta proposta per la prima volta nel giudizio di cassazione, e risulta in quanto tale inammissibile. Il ricorrente neppure peraltro riferisce in quale lingua avrebbe dovuto essere tradotta la motivazione, secondo le sue indicazioni di preferenza, nè prospetta quale lesione del diritto di difesa ne sarebbe in concreto derivata.

12. Non sussiste invece analogo diritto alla traduzione dei provvedimenti giurisdizionali, atteso che il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 10, comma 5, non può essere interpretato nel senso di prevedere fra le misure di garanzia a favore del richiedente anche la traduzione nella lingua nota del provvedimento giurisdizionale decisorio che definisce le singole fasi del giudizio, in quanto la norma prevede la garanzia linguistica solo nell’ambito endo-procedimentale e inoltre il richiedente partecipa al giudizio con il ministero e l’assistenza tecnica di un difensore abilitato, in grado di comprendere e spiegargli la portata e le conseguenze delle pronunce giurisdizionali che lo riguardano (Cass. 24/09/2019, n. 23760).

13. Per le ragioni esposte, non risultano rilevanti e fondate le prospettate censure della normativa costituzionale e sovranazionale.

14. Come secondo e terzo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1364,1365,1369,2697 e seguenti c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 156 comma 2, n. 3, D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, in riferimento agli artt. 6 e 13 della Convenzione Edu, all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e all’art. 46 della Direttiva Europea 2013/32. Sostiene che il racconto reso alla commissione fosse preciso, veritiero e non contraddittorio e che i familiari delle persone denunciate per essere omosessuali potrebbero reclamare vendetta anche a distanza di tempo; aggiunge che la qualità del pericolo richiesta dalla Corte territoriale consisterebbe in una probatio diabolica.

15. I motivi non sono fondati: la Corte ha ritenuto il racconto non credibile, e qualora le dichiarazioni del richiedente siano giudicate inattendibili secondo i parametri dettati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), ed in applicazione dei canoni di ragionevolezza e dei criteri generali di ordine presuntivo, l’accertamento di fatto così compiuto dal giudice di merito integra un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nei limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. (v. ex multis Cass., 21/11/2018, n. 30105, Cass. 12/11/2019, n. 29279). Il motivo chiede una diversa valutazione della medesime circostanze già ritenute non credibili. La critica non è neppure coerente con il racconto, considerato che egli aveva riferito che erano stati i fratelli a denunciare l’omosessualità di alcuni clienti, circostanza peraltro ritenuta esposta in modo del tutto generico.

16. Come quarto motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1364,1365,1369 e 2697 e seguenti c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14,D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3,D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, in riferimento agli artt. 6 e 13 della Convenzione Edu, all’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e all’art. 46 della Direttiva Europea 2013/32. Lamenta che la Corte d’appello non abbia tenuto conto dell’omosessualità dichiarata come fattore di vulnerabilità.

17. Il motivo è infondato.

18. Questa Corte ha chiarito (v. Cass.23/02/2018, n. 4455 e, da ultimo, Cass. S.U. n. 29459, n. 29460 e n. 29461 del 13.11.2019), che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

19. Nel caso, la Corte ha rilevato che il ricorrente non risultava versare in situazione di particolare vulnerabilità, non essendo a rischio di lesione di diritti umani di particolare entità: la condizione di omosessualità valorizzata nel ricorso non risulta prospettata in sede di merito (ove il richiedente non risulta avere dichiarato la propria omosessualità, ma di essere stato accusato di avere avuto clienti omosessuali nel negozio) sicchè costituisce un fatto nuovo, la cui deduzione per la prima volta in sede di legittimità è inammissibile.

20. Conclusivamente, il ricorso dev’essere rigettato.

21. Non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo svolto il Ministero attività difensiva.

22. Stante il tenore della pronuncia, va dato atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto. Spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento (Cass. S.U. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 -quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 10 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2020

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