Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7988 del 21/04/2020

Cassazione civile sez. I, 21/04/2020, (ud. 05/11/2019, dep. 21/04/2020), n.7988

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – rel. Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34129/2018 proposto da:

K.S., elettivamente domiciliato in Roma, V.le Angelico 38,

presso lo studio dell’avvocato Roberto Maiorana, che lo rappresenta

e difende in forza di procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappresenta e difende ex

lege;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 349/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 16/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/11/2019 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, K.S., cittadino del Gambia, ha adito il Tribunale di Perugia impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente, cittadino del Gambia, aveva raccontato di aver lasciato il Paese in seguito a dissidi in famiglia insorti per ragioni ereditarie, temendo le minacce dei familiari superstiti, nella ritenuta impossibilità di rivolgersi alle autorità locali per ricevere protezione.

Con ordinanza del 30/9/2017 il Tribunale di Perugia ha rigettato il ricorso, ritenendo la non sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. L’appello proposto dal K. è stato rigettato dalla Corte di appello di Perugia, a spese compensate, con sentenza del 16/5/2018.

3. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso K.S., con atto notificato il 16/11/2018, svolgendo quattro motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno si è costituita con controricorso notificato il 27/12/2018, chiedendo la dichiarazione di inammissibilità o il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente denuncia omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti e cioè la condizione di pericolosità e la situazione di violenza generalizzata in Gambia, con totale omissione della consultazione e della valutazione delle fonti informative.

1.1. La prima parte della censura è infondata.

Il testo dell’art. 360, n. 5, risultante dalle modifiche apportate dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito, con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, in tema di ricorso per vizio motivazionale deve essere interpretato, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, nel senso della riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione; secondo la nuova formula, è denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Sez. un., 07/04/2014, n. 8053; Sez. un., 22/09/2014, n. 19881; Sez. un., 22/06/2017, n. 15486).

Inoltre, secondo le Sezioni Unite, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

1.2. E’ opportuno esaminare la seconda parte della censura, per ragioni di connessione, in sede di esame del terzo motivo a cui è strettamente collegata.

2. Con il secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia errato esame delle dichiarazioni rese alla Commissione Territoriale e delle allegazioni da lui portate in giudizio circa la sua condizione personale.

La Corte di appello avrebbe dovuto comunque approfondire la situazione generale del Paese per valutare la sussistenza di un sistema di violenza generalizzato; era del tutto mancata inoltre la considerazione del livello di integrazione sociale in Italia in funzione del tempo trascorso nel nostro Paese.

Il motivo è totalmente generico e non appare corredato da concreti riferimenti, mentre la Corte di appello ha dato rilievo alle motivazioni economiche e familiari dell’espatrio.

Il tema dell’integrazione sociale in Italia è del tutto irrilevante ai fini del riconoscimento della protezione internazionale, principale e sussidiaria e assumerà semmai rilievo ai fini della richiesta di protezione umanitaria.

3. Con il terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, il ricorrente denuncia la mancata concessione della protezione sussidiaria con riferimento alla situazione sociopolitica attualizzata del Gambia, in violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, con omissione della consultazione delle fonti informative e omessa applicazione dell’art. 10 Cost..

Il tema riprende analoga censura già introdotta con la seconda parte del primo motivo.

3.1. La Corte di appello, a pagina 3, primo capoverso, ha valutato la situazione attualizzata del Gambia, ritenendo superate le notizie riferite e assumendo che il Paese del ricorrente, dopo la caduta del regime dittatoriale di Y.J. e l’ascesa al potere del Presidente A.B., avesse imboccato una storica svolta democratica e fosse in fase di normalizzazione.

3.2. Le doglianze del ricorrente sono fondate.

La Corte di appello ha fatto riferimento a informazioni in suo possesso, riportandone in modo molto sintetico il contenuto, per escludere che il Gambia presentasse attualmente rischio di danno grave e situazioni di violenza diffusa e indiscriminata scaturente da conflitto armato interno.

La Corte di appello, tuttavia, non ha provveduto a soddisfare l’obbligo normativo di indicare le fonti da cui aveva tratto le informazioni utilizzate, così violando un corollario fondamentale del dovere di cooperazione istruttoria prescritto dalla legge in materia di protezione internazionale, che trova fondamento non solo nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in tema di regole per l’esame delle domande di protezione internazionale ma anche nel D.L. 22 agosto 2014, n. 119, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1 bis (aggiunto dall’art. 5, comma 1, lett. b-quater), convertito con modificazioni dalla L. 17 ottobre 2014, n. 146), del D.Lgs. n. 25 del 2008 (ora anche art. 35 bis, comma 9).

Infatti ciascuna domanda deve essere esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati, elaborate dalla Commissione nazionale sulla base dei dati forniti dall’UNHCR, dall’EASO, dal Ministero degli affari esteri anche con la collaborazione di altre agenzie ed enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale.

Questa Corte ha avuto modo di ribadire più volte che ai fini dell’accertamento della fondatezza o meno di una domanda di protezione internazionale, il giudice del merito è tenuto, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, a un dovere di cooperazione che gli impone di accertare la situazione reale del paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri – doveri officiosi d’indagine e di acquisizione documentale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente.

Ciò in particolare quando lo straniero, che richieda il riconoscimento della protezione internazionale, abbia adempiuto all’onere di allegare i fatti costitutivi del suo diritto; sicchè in tal caso sorge il potere – dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, e in quali limiti, nel Paese di origine dell’istante si registrino fenomeni di violenza indiscriminata, in situazioni di conflitto armato interno o internazionale, che espongano i civili a minaccia grave e individuale alla vita o alla persona, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (Sez. 6-1, 26/04/2019, n. 11312; Sez. 6-1, 25/07/2018, n. 19716; Sez. 6-1, 28/06/2018, n. 17069; Sez. 6-1, 10/04/2015, n. 7333).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte nei giudizi di protezione internazionale, a fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo incorrere in tale ipotesi, la pronuncia, ove impugnata, nel vizio di motivazione apparente. (Sez. 1, n. 13897 del 22/05/2019, Rv. 654174-01; Sez. 6-1, n. 17069 del 28/06/2018, Rv. 649647-01).

Al fine di ritenere adempiuto tale onere, il giudice è tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Sez. 6-1, n. 11312 del 26/04/2019, Rv. 653608-01; Sez. 1, n. 13449 del 17/05/2019, Rv. 653887-01).

4. Resta assorbito il quarto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in tema di protezione umanitaria, con cui il ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, nonchè all’art. 10 Cost. e rappresenta le condizioni socio economiche del Paese di provenienza, non tali da garantire un livello sufficientemente adeguato e accettabile di esistenza dignitosa, e la ridotta aspettativa di vita e trae conferma di tale situazione in linea oggettiva dal fatto stesso dell’intrapresa del viaggio migratorio.

5. Debbono pertanto essere accolti il primo motivo, nei sensi di cui in motivazione, e il terzo motivo di ricorso, rigettato il secondo e assorbito il quarto, con la cassazione conseguente della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e il rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il primo motivo, nei sensi di cui in motivazione, e il terzo motivo di ricorso, rigettato il secondo e assorbito il quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 5 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2020

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