Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7974 del 22/03/2021

Cassazione civile sez. I, 22/03/2021, (ud. 07/10/2020, dep. 22/03/2021), n.7974

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20326/2015 proposto da:

C.F., elettivamente domiciliato in Roma, via Federico

Confalonieri, n. 5, presso lo studio dell’avvocato Manzi Luigi, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato Sala Giovanni,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

e contro

Comune di Isola della Scala (VR), in persona del sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, viale Parioli, n. 180, presso lo

studio dell’avvocato Braschi Francesco Luigi, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Sartori Maurizio, giusta procura a

margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

S.G.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 141/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

pubblicata il 21/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/10/2020 dal Cons. Dott. DE MARZO GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza depositata il 21 gennaio 2015 la Corte d’appello di Venezia ha rigettato la domanda proposta da C.F., al fine di ottenere la condanna del Comune di Isola della Scala al pagamento dell’indennità di cui al D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 42 (T.U. Espr.) e ha condannato l’attore al pagamento delle spese di lite, compensando quelle concernenti il rapporto processuale tra il Comune e l’espropriata, S.G., terza chiamata.

2. Per quanto ancora rileva, la Corte territoriale ha osservato: a) che l’indennità in questione, in quanto destinata a compensare lo specifico sacrificio sopportato dal coltivatore diretto del fondo, deroga al principio generale dell’unicità dell’indennità d’esproprio, sulla quale, ai sensi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 25, comma 3, si fanno valere tutti i diritti relativi al bene espropriato; b) che, nel caso di specie, all’esito dell’esame delle prove testimoniali e della documentazione prodotta (e, in particolare, della convenzione del 2 maggio 2005 conclusa tra l’Ente Fiera e la S. che, a dispetto del nomen, doveva essere qualificata come contratto di affitto con opzione di acquisto), non era stata raggiunta la prova dello svolgimento, da parte del C., dell’attività agricola sul fondo in questione; c) che neppure era stata raggiunta la prova che l’attore dall’asserita coltivazione dei fondi ricavasse un reddito.

3. Avverso tale sentenza il C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui il Comune di Isola della Scala ha resistito con controricorso e ricorso incidentale condizionato. Il C. ha resistito con controricorso. E’ stata depositata memoria, ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c., nell’interesse di entrambe le parti. La S. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 37 e 42, rilevando: a) che la visura camerale e la documentazione relativa ai contributi versati dimostrano documentalmente la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’indennità aggiuntiva, anche alla luce del contratto di affitto prodotto e delle risultanze della prova testimoniale; b) che la convenzione del 2 maggio 2005 tra l’Ente Fiera e la S. – peraltro erroneamente qualificata – non era incompatibile con l’attività di coltivatore diretto del ricorrente; c) che neppure era rilevante, nonostante il contrario avviso della Corte territoriale, la produzione di un reddito per effetto dell’attività agricola.

La doglianza è inammissibile.

Come reso palese dalla esposizione del motivo, il ricorrente, pur denunciando formalmente una violazione di legge, censura l’esito dell’apprezzamento operato dalla Corte territoriale delle risultanze istruttorie.

Questa Corte ha chiarito, in linea generale, che è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito (Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2019, n. 34476).

Posto che la sentenza impugnata è stata depositata in data 21 gennaio 2015, viene in questione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), conv., con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (pubblicata nel S.O. n. 171, della Gazzetta Ufficiale 11 agosto 2012, n. 187), e applicabile, ai sensi del medesimo art. 54, comma 3, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (al riguardo, va ricordato che, ai sensi dell’art. 1, comma 2, della Legge di Conversione, quest’ultima è entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale). Come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come novellato, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass., Sez. Un., 7 aprile 2014, n. 8053).

E, come specificamente affermato nelle ordinanze 10 febbraio 2015, n. 2498 e 1 luglio 2015, n. 13448, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

In tale contesto, deve prendersi atto che le censure si collocano al di fuori del perimetro applicativo della ricordata norma processuale

2. Con il secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, criticando la conclusione della Corte territoriale secondo la quale, dopo il 2005 la coltivazione dei terreni in questione era stata abbandonata.

La doglianza è inammissibile, in quanto dalla stessa esposizione emerge che non si critica il mancato esame di un fatto ma la valutazione delle prove che ha condotto il giudice di merito a ritenere che il fondo non fosse coltivato.

In altre parole, la censura si colloca, al pari del primo motivo, al di fuori del perimetro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

3. Con il terzo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 1362 c.c., in relazione alla interpretazione fornita alla convenzione del 2 maggio 2005dalla Corte territoriale, la quale, in contrasto con le risultanze della prova testimoniale, aveva peraltro ritenuto che la quasi totalità dell’area era stata affittata all’Ente Fiera.

Anche il terzo motivo è inammissibile.

E’ principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, dal quale non vi è ragione di discostarsi, quello secondo cui: a) l’interpretazione del contratto e, in genere, degli atti di autonomia privata, costituisce attività riservata al giudice di merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione; b) il motivo di ricorso con il quale si sostenga il malgoverno delle regole interpretative deve contenere non solo l’astratto riferimento agli articoli del codice che le sanciscono, ma altresì la specificazione dei canoni in concreto violati; c) va altresì, in ogni caso, precisato il modo in cui il giudice se ne è discostato e, quindi, le distorsioni che in concreto ha prodotto la denunciata violazione (v., di recente, Cass. 21 maggio 2019, n. 13603)

Nella specie, parte ricorrente reitera la propria interpretazione del contenuto del contatto, senza rispettare i criteri sopra ricordati.

4. Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 25,37,42, interpretati dalla Corte territoriale nel senso di ritenere che all’affittuario coltivatore diretto spetti un’indennità aggiuntiva destinata a sommarsi a quella dovuta in favore dell’espropriato, pur quando quest’ultima corrisponda al valore di mercato del,bene.

In caso di diversa conclusione, si prospetta il dubbio di legittimità costituzionale del citato D.P.R. n. 327 del 2001, art. 25 e art. 37, comma 1, per contrasto con gli artt. 3 e 42 Cost..

La declaratoria di inammissibilità del ricorso principale comporta l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

5. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato alle spese di questa fase, liquidate come da dispositivo, oltre che dichiarato tenuto al raddoppio del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso principale; assorbito il ricorso incidentale. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2021

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