Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7956 del 31/03/2010

Cassazione civile sez. I, 31/03/2010, (ud. 02/02/2010, dep. 31/03/2010), n.7956

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. RORDORF Renato – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 7586/2005 proposto da:

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A. (C.F. (OMISSIS)), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA BARBERINI 12, presso l’avvocato GRASSI

Stefano, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

ATTIAS 2000 S.R.L. (c.f. (OMISSIS)), in persona

dell’Amministratore Unico pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA TEODOSIO MACROBIO 3, presso l’avvocato NICCOLINI Giuseppe,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato BARTALENA

ANDREA, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 291/2004 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 23/02/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

02/02/2010 dal Consigliere Dott. RENATO RORDORF;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato S. GRASSI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 24 febbraio 1990 la Attias 2000 s.r.l. (in prosieguo indicata come Attias) citò in giudizio dinanzi al Tribunale di Prato la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. (in prosieguo Monte dei Paschi) per chiederne la condanna al pagamento della somma di L. 600.000.000, oltre agli accessori ed alle spese.

A fondamento di tale pretesa l’attrice dedusse che il 27 gennaio 1986 il Sig. F.I., il quale era all’epoca uno di due componenti del consiglio di amministrazione della Attias, si era recato presso uno sportello del Monte dei Paschi ed aveva prima fatto accreditare sul conto corrente della società un assegno in favore di quest’ultima, tratto per il predetto importo di L. 600.000.000 sulla Banca Nazionale del Lavoro, quindi, sottoscrivendo a tal fine un assegno “interno” (o “di sportello”), riversato la medesima somma su un diverso conto corrente, a sè medesimo intestato, così da ripianare parzialmente la propria esposizione debitoria nei confronti del Monte dei Paschi. In questo l’attrice ravvisò gli estremi di una responsabilità contrattuale ed extracontrattuale della banca convenuta, la quale non avrebbe dovuto consentire il compimento della descritta operazione, dal momento che lo statuto della Attias non legittimava un singolo amministratore a porre in essere, da solo, atti di straordinaria amministrazione, e tale doveva considerarsi, per la sua rilevante entità economica, il prelievo operato dal Sig. F. sul conto corrente della società, in un contesto in cui le modalità dell’intera operazione rendevano altresì evidente il conflitto d’interessi in cui versava il medesimo Sig. F..

Costui, d’altronde, neppure aveva espressamente speso il nome della società nel sottoscrivere l’assegno utilizzato per stornare fondi dal conto corrente sociale, così attuando in danno della società un illecito al quale il funzionario della banca aveva concorso.

Nonostante la resistenza del Monte dei Paschi, la domanda fu accolta dal tribunale, avverso la cui decisione la banca propose gravame, che venne però rigettato dalla Corte d’appello di Firenze con sentenza depositata il 23 febbraio 2004.

La corte fiorentina reputò che, per la dimensione economica dell’operazione e per l’anomalia delle circostanze che l’avevano connotata, l’atto posto in essere dall’amministratore della Attias dovesse qualificarsi come di straordinaria amministrazione e che, in quanto tale, esso non avrebbe potuto esser compiuto senza il concorso dell’altro amministratore; donde la responsabilità contrattuale gravante sul Monte dei Paschi per non aver rilevato l’evidente carattere ultra vires dell’agire del Sig. F., la palese situazione di conflitto d’interessi in cui egli si trovava rispetto alla società da lui amministrata e l’illiceità anche penale del prestito in tal modo conseguito con denaro della società.

L’impossibilità per il Monte dei Paschi d’invocare la propria buona fede, nella fattispecie in esame, appariva tra l’altro dimostrata – secondo la corte d’appello – dal fatto che era stata consentita la disponibilità immediata dei fondi provenienti dall’assegno tratto sulla Banca Nazionale del Lavoro, pur trattandosi di un assegno “fuori piazza” per il cui effettivo accreditamento occorrono di regola almeno un paio di giorni, nonchè dall’evidente artificiosità del frazionamento in più segmenti di un’operazione, finalizzata all’estinzione di un debito del Sig. F. verso la medesima banca, che avrebbe potuto esser realizzata in modo ben più semplice accreditando direttamente sul conto personale del debitore l’assegno tratto in favore della Attias.

Per la cassazione di questa sentenza il Monte dei Paschi ha proposto ricorso, illustrato poi anche con memoria, al quale la Attias ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il Monte dei Paschi ha formulato un unico motivo di ricorso, che però contiene diversi profili di censura nei quali si lamenta tanto la violazione di norme di legge sostanziale e processuale (gli artt. 1262, 2384, 2384 bis, 2624 e 1394 c.c., nonchè il R.D. n. 1736 del 1933, art. 14 e gli artt. 115 e 116 c.p.c.), quanto vizi di motivazione dell’impugnata sentenza.

1.1. Sotto un primo profilo, la ricorrente contesta che l’operazione bancaria posta in essere dall’amministratore della Attias possa qualificarsi come un atto di straordinaria amministrazione e che, di conseguenza, la si possa ritenere un’operazione eccedente i limiti del potere rappresentativo dell’agente. La contestazione si basa sul tenore dell’art. 12 dello statuto sociale (come formulato al tempo dei fatti di causa), che, nell’attribuire la rappresentanza della società in forma congiunta agli amministratori per i soli atti di straordinaria amministrazione e non anche per quelli di amministrazione ordinaria, per i quali ciascun amministratore era investito individualmente della rappresentanza dell’ente, conteneva anche una specifica elencazione degli atti rientranti nella prima delle due indicate categorie senza però affatto menzionare i prelievi bancari, indipendentemente dalla loro entità, per i quali solo in forza di una successiva modifica della medesima clausola statutaria era stata invece richiesta la firma congiunta di entrambi gli amministratori. Nè comunque – obietta ancora la ricorrente – il compimento di una siffatta operazione potrebbe di per sè sola qualificarsi come estranea all’oggetto sociale, come dimostrato dal fatto che, già in epoca precedente, il Sig. F. aveva compiuto da solo diversi analoghi prelievi dal conto corrente bancario della società senza che mai alcuno se ne fosse doluto.

1.2. Una seconda serie di censure investe più direttamente l’affermazione di responsabilità della banca, che a parere della ricorrente risulterebbe ingiustificata perchè: la medesima banca non aveva alcuna possibilità di sindacare i motivi dell’operazione posta in essere dall’amministratore della società; l’ipotizzata gratuità del versamento compiuto sul conto personale di detto amministratore contrasta con l’assunto secondo cui tale versamento avrebbe implicato l’illecita erogazione di un prestito a carico della società; non è stato dimostrato che il prelievo della somma in questione dal conto corrente della Attias abbia prodotto uno sconfinamento dai limiti del fido ad essa concesso e non vi è alcuna anomalia nel fatto che su quel conto fosse stata subito accreditata come disponibile la somma portata dall’assegno della Banca Nazionale del Lavoro, posto all’incasso dal Sig. F. quello stesso giorno; nessun reale vantaggio ha conseguito il Monte dei Paschi dall’alleggerimento della posizione debitoria del medesimo Sig. F., avendovi corrisposto un pari appesantimento della posizione della Attias; il prelievo di denaro dal conto corrente della società non è di per se stesso idoneo a realizzare un atto dell’amministratore in conflitto d’interessi ed è del tutto irrilevante che l’assegno “interno”, adoperato per trasferire poi la somma sul conto personale del Sig. F., fosse stato da costui sottoscritto senza espressa spendita del nome della società.

2. Il ricorso non è fondato.

2.1. Il giudizio di merito ha consentito di accertare in punto di fatto – e la circostanza non è controversa in questa sede – che il Sig. F., amministratore della Attias, nel medesimo contesto temporale incassò per conto della società un assegno di rilevante importo della Banca Nazionale del Lavoro, versandolo sul conto corrente bancario intestato alla medesima società presso il Monte dei Paschi, e poi trasferì il medesimo importo di denaro dal conto corrente sociale ad un diverso conto corrente, a lui personalmente intestato e del quale egli solo aveva la disponibilità, adoperando a tal fine un assegno “interno” (o “di sportello”) fornitogli dallo stesso Monte dei Paschi.

Appare di tutta evidenza, nella ricostruzione operatane dai giudici di merito, che si è dunque trattato di uno storno di fondi sociali a beneficio personale dell’amministratore, il quale ha in tal modo acquisito al proprio patrimonio il denaro portato dall’assegno della Banca Nazionale del Lavoro, denaro che era invece destinato alla Attias; nè la prospettiva muterebbe ove si volesse ipotizzare – come pure fa l’impugnata sentenza – che il trasferimento del denaro dal patrimonio sociale a quello personale dell’amministratore sia avvenuto a titolo di prestito, essendo anche questo comportamento penalmente sanzionato dall’art. 2624 c.c. (nel testo all’epoca vigente).

Ma, se appare incontestata l’illegittimità del comportamento tenuto nella circostanza dal Sig. F., sia che lo si ritenga addirittura tale da integrare un illecito penale, sia che ci si limiti a considerarlo in termini d’inadempimento ai doveri di fedeltà gravanti sull’amministratore di società dal punto di vista civilistico, l’affermazione della corresponsabilità della banca per i danni sofferti dalla società discende, prima ancora che da qualsiasi considerazione concernente il carattere ordinario o straordinario dell’operazione e le eventuali conseguenti limitazioni dei poteri rappresentativi dell’amministratore, dall’applicazione dei principi generali in tema di responsabilità civile, volta che la banca, per il tramite dei propri dipendenti, abbia anche solo colposamente cooperato all’attuazione di quell’illegittimo comportamento.

2.2. Sotto quest’ultimo aspetto va però detto subito che le critiche rivolte dalla difesa di parte ricorrente alle valutazioni espresse dalla corte d’appello non possono trovare ascolto in questa sede, risolvendosi essenzialmente in censure di merito, come tali estranee al giudizio di legittimità.

Tali critiche, infatti, non pervengono ad evidenziare vizi logici o contraddizioni insiti nella motivazione della sentenza impugnata e riferibili ad aspetti di fatto decisivi; nè valgono, in particolare, ad intaccare il nucleo essenziale del ragionamento svolto a questo riguardo dalla corte d’appello, fondato sull’artificiosità della duplice contemporanea operazione bancaria posta in essere nella circostanza dal Sig. F., sull’inusuale concessione immediata di disponibilità di una somma portata da un assegno bancario “fuori piazza” e sull’innegabile interesse della banca a conseguire un alleggerimento della posizione debitoria personale del medesimo Sig. F., che risultava essere in sofferenza (circostanza, quest’ultima, cui la ricorrente non può opporre che la società Attias, danneggiata dall’operazione, era altresì debitrice della medesima banca, non risultando accertato in causa che anche tale ultimo credito fosse in sofferenza).

2.3. Il comportamento della banca, sulla scorta dei riferiti accertamenti del giudice di merito, risulterebbe già sol per questo idoneo ad integrare un’ipotesi di responsabilità aquiliana, per lesione del diritto di credito, attuata nella forma della cooperazione colposa (se non addirittura del concorso doloso) del terzo all’inadempimento da parte dell’amministratore del proprio obbligo di fedeltà nei riguardi della società amministrata:

violazione resa possibile appunto dal comportamento colposo (se non doloso) della banca. Nè certo occorre ricordare che, per ormai acquisita esegesi giurisprudenziale dell’art. 2043 c.c., il danno ingiusto suscettibile di risarcimento, secondo il paradigma della suddetta norma, è anche quello derivante dalla lesione esterna di un diritto di credito: da una lesione, cioè, riferibile ad un terzo diverso dall’obbligato, ogni qual volta il comportamento del terzo abbia comunque pregiudicato l’esistenza di quel diritto (vedi, tra le tante, Cass. 13 giugno 2006, n. 13673).

Aggiungasi, poi, che nell’ordinamento giuridico vigente, pur non esistendo a carico di ciascun consociato un generale dovere di attivarsi al fine di impedire eventi di danno, vi sono molteplici situazioni dalle quali possono nascere, per i soggetti che vi sono coinvolti, doveri e regole di azione la cui inosservanza integra la nozione di omissione imputabile e la conseguente responsabilità civile; e che tale affermazione si attaglia, in particolare, alla disciplina normativa che regola il sistema bancario, la quale impone, a tutela del sistema stesso e dei soggetti che vi sono inseriti, comportamenti in parte tipizzati ed in parte enucleabili caso per caso, la cui violazione può costituire culpa in omittendo e, correlativamente, fonte di responsabilità extracontrattuale (in tal senso Cass. 8 novembre 2005, n. 21641).

Ma, prima ancora di poter assumere rilievo sul piano della responsabilità aquiliana, il descritto comportamento della banca appare produttivo, per la banca stessa, di responsabilità contrattuale.

Pur non potendosi, ovviamente, pretendere che l’istituto di credito col quale una società abbia rapporti di conto corrente si trasformi nel controllore esterno della regolarità delle operazioni compiute dall’amministratore di detta società, è difficilmente contestabile che rientri nei doveri di esecuzione di buona fede gravanti sul mandatario (e quindi sulla banca alla quale la società abbia affidato i propri depositi stipulando una convenzione di assegno) il rifiuto di operazioni ictu oculi anomale, quando esse siano tali da compromettere palesemente l’interesse della correntista. Il dovere di protezione dell’altro contraente, che inerisce al già richiamato obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede, avrebbe dovuto indurre la banca, prima di consentire ad operazioni siffatte, quanto meno ad informarne la società, in persona di un amministratore diverso da quello intenzionato a realizzare l’operazione manifestamente lesiva.

L’essersi invece la banca prestata a favorire un’operazione che, come i giudici di merito hanno motivatamente accertato in punto di fatto, palesemente appariva un’artificiosa messa in scena, finalizzata proprio a consentire l’illecito dell’amministratore in danno della società, non può perciò non configurare un’ipotesi di violazione del dovere di correttezza e buona fede nell’adempimento del mandato conferito alla banca medesima con la convenzione d’assegno. E ciò appare sufficiente a giustificare l’addebito di responsabilità a carico della banca, come formulato nell’impugnata sentenza, restando assorbita ogni altra questione.

3. Al rigetto del ricorso fa seguito la condanna della banca ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.000,00 (cinquemila) per onorari e Euro 200,00 (duecento) per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 (cinquemila) per onorari e Euro 200,00 (duecento) per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 2 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2010

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA