Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7933 del 28/03/2017

Cassazione civile, sez. II, 28/03/2017, (ud. 18/01/2017, dep.28/03/2017),  n. 7933

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17329-2012 proposto da:

V.G., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA GIUSEPPE

MAZZINI 8, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CRIMI,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE CHIATANTE;

– ricorrente –

contro

C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA GIOVANNI

RANDACCIO 1, presso lo studio dell’avvocato ALDO BUONGIORNO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIACOMO LOMBARDI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 232/2012 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 27/03/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/01/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO;

udito l’Avvocato LOMBARDI Giacomo, difensore del resistente che si

riporta agli atti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL

CORE Sergio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

I FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Brindisi, Sezione Distaccata di Fasano, con la sentenza n. 54/05, del 26/4/2005, accolse parzialmente la domanda con la quale C.L. aveva denunziato violazione delle distanze legali, respingendo la riconvenzionale d’usucapione avanzata dalla convenuta V.G..

La Corte di appello di Lecce, con sentenza depositata il 27/3/2012, in accoglimento dell’impugnazione proposta dalla V. limitò la condanna di primo grado di cui al capo 1) a regolarizzare la luce del vano letto solo ai sensi dell’art. 901 c.c., nn. 1 e 2.

Per quel che è di utilità in questa sede deve soggiungersi che il C. con la domanda introduttiva aveva chiesto ripristinarsi l’originario confine, che la controparte aveva mutato, spostando un vecchio muro a secco, così sconfinando nella proprietà attorea; eliminarsi la rimessa che la V. aveva costruito a distanza illegale; eliminarsi o adeguarsi le luci irregolari che erano state aperte a distanza illegale; eliminarsi taluni tubi fogniari posti a distanza illegale. Il Tribunale, rigettata la prima pretesa, accolse le altre domande e, pertanto, condannò la V. a rimuovere la nuova costruzione, ad adeguare le luci del vano letto, riportandole alla normativa civilistica; ad adeguare il tubo ed il relativo tombino alla legge. Al contempo, il predetto Giudice respinse la domanda riconvenzionale con la quale la V. aveva avanzato l’acquisizione per usucapione del dritto a mantenere lo status quo.

La Corte locale confermò la sentenza di primo grado, salvo il capo concernente le luci, sottoposto a parziale riforma, avendo limitato la condanna all’adeguamento della unica luce irregolare (quella della camera da letto) alle sole prescrizioni di cui all’at. 901 c.c., ma non pure a quella di cui all’art. 905 c.c., stante che nella domanda introduttiva il Ca. aveva invocato il solo adeguamento di cui al predetto art. 901.

La V. ricorre avverso la decisione d’appello. Resiste con controricorso il Ca..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione del giudicato, pur citando incongruamente l’art. 2009 c.c..

Assume la predetta che il CTU aveva ritenuto che la ricostruzione del manufatto avrebbe dovuto considerarsi nuova costruzione, in violazione della concessione edilizia, in quanto ricopriva solo in parte l’area occupata dal precedente fabbricato (vi era stato un arretramento di 70 cm.). Il Tribunale, comunque, aveva ritenuto che di ricostruzione si era trattato di un precedente locale agricolo. Ciò premesso, in mancanza di appello incidentale, doveva reputarsi coperta dal giudicato la circostanza che si era in presenza di una ricostruzione.

La censura è destituita radicalmente di giuridico fondamento.

La sentenza di primo grado ha disposto la eliminazione del manufatto proprio perchè trattavasi di nuova costruzione non rispettosa delle distanze legali. La Corte locale aveva ulteriormente chiarito che la V., autorizzata nell’anno 1990 dal Comune di Fasano alla sostituzione di un solaio pericolante di un preesistente locale agricolo, all’epoca ubicato sul confine fra le due proprietà, senza modifica alcuna delle cubature esistenti, aveva invece provveduto ad una vera e propria nuova costruzione, collocata a 70 cm di distanza dall’esistente confine; ciò non solo in difformità palese del progetto, ma siccome verificato dal CTU, in violazione delle distanze legali, previste dal piano regolatore vigente, il quale imponeva un distacco non inferiore a 10 m dal confine, senza contare che l’esistenza stessa del manufatto rurale appariva fortemente dubbia alla stregua degli accertamenti del CTU e delle acquisiste deposizioni, le quali avevano riferito di un agrumeto protetto da un recinto murario.

Il resistente, pienamente vincitore in primo grado, non aveva alcun interesse a proporre appello incidentale, in quanto soddisfatto dalla pronuncia ordinante la demolizione.

Con il secondo motivo la V. lamenta la violazione della L. 17 agosto 1942, n. 1150, artt. 41 sexies, del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, art. 9, art. 6 e art. 72, comma 6 delle norme tecniche di attuazione del piano regolatore generale del comune di Fasano, 869 e 873 c.c.; nonchè vizio motivazionale.

La Corte d’appello aveva, a parere della ricorrente, presumibilmente applicato la disciplina prevista per i distacchi dai fabbricati di cui al D.M. n. 1144 cit., nel mentre, invece, si era in presenza di un distacco dai confini, in quanto la proprietà dell’attore non era costituita da un fabbricato, ma da un’area agricola confinante con quella della V.. Le norme tecniche comunali in simili casi prevedevano un distacco dal confine in misura almeno pari ad 1/2 dell’altezza massima del fronte prospiciente il confine stesso e, comunque, non inferiore a cinque metri; misura, quest’ultima, fissa per le zone agricole. Di conseguenza risultava errata la condanna all’arretramento di almeno dieci metri. Anche se, soggiunge la ricorrente, si fosse trattato di applicare la normativa locale regolante i distacchi tra fabbricati, la distanza minima era fissata in misura non minore dell’altezza delle facciate degli edifici fronteggiantisi e, comunque, non inferiore a dieci metri. Pertanto, anche in questo caso, l’arretramento doveva essere limitato a cinque metri, in quanto l’altezza del fabbricato non superava i dieci metri e l’intera distanza doveva ripartirsi fra le due proprietà confinanti.

Peraltro, riprende la ricorrente, non può parlarsi di nuova costruzione, ove l’entità delle modifiche sia tale da importare una riduzione del volume rispetto alla vecchia costruzione. Cioè, non si era in presenza di ampliamento di sorta (L. 28 febbraio 1985, art. 8, L. 5 agosto 1978, n. 457, art. 47 e art. 3, lett. d).

Il motivo non è fondato.

E’ rimasto accertato che l’intervento edilizio posto in essere dalla ricorrente deve qualificarsi nuova costruzione. L’odierno resistente aveva lamentato la violazione della distanza minima dal confine; la predetta distanza, siccome accertato dall’istruttoria di causa ed in particolare attraverso l’opera dei consulenti del giudice, risultava fissata in 10 m per le zone agricole, quale quella sulla quale insistono le proprietà dei due contendenti. In siffatta ipotesi resta inapplicabile il criterio della prevenzione e, pertanto, colui che edifica per primo (nella specie la V.) ha l’obbligo di mantenere la costruzione alla prescritta distanza dal confine (cfr, Sez. 2, n. 22896, 30 ottobre 2007, Rv. 600691; Sez. 2, n. 12045/00, Rv. 540126; Sez. 2, n. 8283/05, Rv. 581792; Sez. 2, n. 14261/05, Rv. 581657).

Con il terzo motivo la V. si duole di vizio motivazionale su un punto controverso e decisivo.

Ove non si fosse ritenuta la questione preclusa dal giudicato, ribadisce la ricorrente, la ristrutturazione aveva riguardato un preesistente vecchio locale agricolo e non un recinto murario, come ex adverso sostenuto, posto a difesa di un agrumeto. In ogni caso, anche ove si fosse trattato di quest’ultima struttura era da ritenersi lo stesso, a tutti gli effetti, una costruzione, che aveva acquisito il diritto a permanere ad una minore distanza dal confine, per “destinazione del proprietario” o per usucapione.

La doglianza è immeritevole di accoglimento.

In primo luogo va osservato che l’asserto contrasta inesorabilmente con il vaglio probatorio, in questa sede incensurabile, peraltro supportato dalle escursioni testimoniali. E’ rimasta esclusa la preesistenza di un qualsivoglia fabbricato rurale posto a distanza dal confine (il recinto murario di cui s’è detto era collocato sul confine). Come già si è chiarito e come risulta più che evidente dalla sentenza impugnata la ricorrente ebbe a porre in essere una costruzione del tutto nuova, interessando, fra l’altro un’area diversa rispetto a quella circoscritta dal preesistente assetto murario, collocandola all’illegale distanza di circa 70 cm dal muro di confine, dal quale, invece, avrebbe dovuto discostarsi di 10 m.

Con il quarto motivo il ricorso denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c..

Ritiene la ricorrente che “Poichè le luci di cui si era doluto l’appellato, quindi più di una, erano esclusivamente aperte nella rimessa (…) e non nella camera da letto della vecchia casa della V., è evidente che il giudice a quo confermando e facendo sua la pronunzia sul punto, ha violato sul punto, al pari del Giudice monocratico, la regola dell’art. 112 c.p.c., in quanto ha accolto una domanda diversa da quella proposta dal C.”.

Anche quest’ultima doglianza non coglie nel segno.

Assume la ricorrente che la controparte si era doluto esclusivamente delle luci aperte nella rimessa. Trattasi di asserto apodittico, sfornito financo di puntuale allegazione; da considerarsi, pertanto, in alcun modo verificabile, anche a ritenere la natura processuale della contestazione. Peraltro, sul punto, la replica del controricorrente si mostra pienamente soddisfacente ed ancorata al richiamo dell’atto introduttivo, con il quale era stata chiesta l’eliminazione di tutte le luci illegittime.

All’epilogo consegue la condanna della ricorrente al rimborso delle spese processuali; spese che, tenuto conto del valore e della natura della causa, nonchè delle attività svolte, possono liquidarsi siccome in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 marzo 2017

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