Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7907 del 06/04/2011

Cassazione civile sez. I, 06/04/2011, (ud. 05/10/2010, dep. 06/04/2011), n.7907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

C.S., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso

la Cancelleria della Corte di cassazione, rappresentato e difeso

dall’avv. Marra Alfonso Luigi per procura in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso

L’Avvocatura generale dello Stato, che lo rappresenta e difende per

legge;

– controricorrente –

avverso il decreto della Corte d’appello di Napoli in data 15 maggio

2008, nel procedimento n. 2082/07 V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio in

data 5 ottobre 2010 dal relatore, cons. Dott. Stefano Schirò;

alla presenza del Pubblico ministero, in persona del sostituto

procuratore generale, dott. PATRONE Ignazio che nulla ha osservato.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte:

A) rilevato che è stata depositata in cancelleria, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., la seguente relazione comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti:

IL CONSIGLIERE RELATORE, letti gli atti depositati;

Ritenuto Che:

1. C.S. ha proposto ricorso per cassazione con dodici motivi avverso il decreto della Corte di appello di Napoli in data 15 maggio 2008 in materia di equa riparazione della L. n. 89 del 2001, ex art. 2;

1.1. il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha resistito con controricorso;

Osserva:

2. il primo motivo relativo al rapporto tra normativa nazionale e sopranazionale appare inammissibile, in quanto il quesito formulato è del tutto generico e senza nessuna attinenza al decisum del decreto impugnato;

3. il secondo e il terzo motivo appaiono manifestamente fondati nella parte in cui si censura la liquidazione dell’indennizzo stabilita dalla Corte di appello nella misura d Euro 8.415,00 per una durata ragionevole di undici anni e cinque mesi, inferiore a quella applicata in casi simili da questa Corte, sulla scorta dei principi fissati dalla giurisprudenza della CEDU per un ammontare di Euro 750,00 ad anno per i primi tre anni di durata non ragionevole e di Euro 1.000,00 per ogni ulteriore anno successivo; i due motivi appaiono invece manifestamente infondati nella parte in cui si invoca la liquidazione dell’indennizzo per ogni anno di durata del processo, in quanto è vincolante per il giudice nazionale il disposto della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lett. a) ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di durata del processo (Cass. 2005/21597; 2008/14);

4. il quarto e il quinto motivo appaiono manifestamente infondati, in quanto non può ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dell’orientamento della giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, secondo cui va riconosciuta una somma forfetaria nel caso di violazione del termine nei giudizi aventi particolare importanza, fra cui anche la materia del lavoro; da tale principio, infatti, non può derivare automaticamente che tutte le controversie di tal genere debbano considerarsi di particolare importanza, spettando al giudice del merito valutare se, in concreto, la causa previdenziale abbia avuto una particolare incidenza sulla componente non patrimoniale del danno, con una valutazione discrezionale che non implica un obbligo di motivazione specifica, essendo sufficiente, nel caso di diniego di tale attribuzione, una motivazione implicita (Cass. 2006/9411; 2008/6898);

5. appaiono assorbite le censure di cui al sesto e il settimo motivo in ordine alla compensazione per la metà delle spese processuali, dovendosi comunque procedere ad una nuova liquidazione delle medesime in conseguenza del prospettato accoglimento parziale del ricorso;

6. alla stregua delle considerazioni che precedono e qualora il collegio condivida i rilievi formulati, si ritiene che il ricorso possa essere trattato in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c.”; B) osservato che non sono state depositate conclusioni scritte o memorie ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio, condivise le restanti considerazioni svolte ai punti 1., 2., 3. e 4. della relazione che precede, ha ritenuto prive di fondamento, in difformità dalla relazione in atti, anche le censure mosse nel secondo e nel terzo motivo in ordine alla liquidazione dell’indennizzo effettuata dalla Corte di appello nel decreto impugnato, in quanto tale liquidazione, determinata nella misura di Euro 8.415,00 in relazione alla durata non ragionevole di otto anni e cinque mesi di un processo promosso davanti al Tar Campania con ricorso depositato il 26 settembre 1996 e non ancora definito alla data del 19 febbraio 2008 e protrattosi pertanto complessivamente per undici anni e cinque mesi, è in realtà superiore a quella, pari ad Euro 7.666,00, che si sarebbe ottenuta applicando nella specie i parametri attualmente riconosciuti da questa Corte, ossia Euro 750,00 per i primi tre anni di durata non ragionevole ed Euro 1.000,00 per ciascun anno successivo (Cass. 2009/16086; 2010/819); rilevato che, in conseguenza di quanto fin qui ritenuto, è necessario esaminare anche le doglianze di cui ai motivi da sei a dodici, nella relazione in atti ritenute assorbite;

che le censure di cui ai motivi sei, sette, otto e dieci sono inammissibili, in quanto il quesito di diritto che le illustra ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile alla fattispecie ratione temporis, è inidoneo a perseguire la finalità per il quale è previsto, risolvendosi nell’interpello della Corte in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata, ma senza contenere la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal giudice di merito e della diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. S.U. 2008/2658; Cass. 2008/19769; 208/24339), non potendo, inoltre, detto quesito essere desunto dal contenuto del motivo, non idoneo ad integrare il rispetto del requisito formale specificamente richiesto dalla citata disposizione (Cass. 2007/16002; 2007/23153; 2008/16941;

2008/20409); che il nono motivo di censura, configurato come vizio di motivazione, prospetta in realtà la liquidazione dei diritti e degli onorari in misura inferiore alle tariffe professionali e quindi una violazione di norme di diritto, senza la formulazione del quesito di diritto, mentre i motivi undici e dodici, attinenti all’asserita inosservanza della nota spese depositata, sono inammissibili per violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non avendo il ricorrente specificamente e analiticamente indicato le voci e gli importi richiesti e a lui spettanti (Cass. 2005/21325; 2006/9082), ma essendosi limitato alla generica denuncia dell’inosservanza delle voci e degli importi indicati nella nota spese, senza trascrivere nel ricorso il contenuto di detta nota di cui ha dedotto l’inosservanza (le voci e gli importi indicati dal ricorrente riguardano infatti gli importi tariffari del D.M. 8 aprile 2004, n. 127 e non la nota spese di parte);

ritenuto che, in base alle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato e che le spese del giudizio di cassazione, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore del Ministero del Ministero dell’Economia e delle Finanze delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 900,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2011

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