Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7903 del 19/03/2021

Cassazione civile sez. II, 19/03/2021, (ud. 18/12/2020, dep. 19/03/2021), n.7903

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rosanna – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22795-2019 proposto da:

D.S., rappresentato e difeso dagli Avvocati ALESSANDRA

BALLERINI, e EMILIANO BENZI, ed elettivamente domiciliato presso lo

studio di questi, in ROMA, V.le dell’UNIVERSITA’ 11;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 75/2019 della CORTE d’APPELLO di TORINO,

depositata in data 11/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/12/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.S. proponeva appello avverso l’ordinanza del Tribunale di Torino del 27.2.2018, la quale aveva rigettato il ricorso avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale, chiedendo il riconoscimento della protezione sussidiaria, o in subordine, della protezione umanitaria.

Nel giudizio di primo grado, il richiedente aveva riferito di essere cittadino nigeriano; che, a seguito della morte del padre, come primogenito, avrebbe dovuto succedergli nella carica ricoperta dal genitore di adoratore di un idolo di nome (OMISSIS) e sottoporsi al rito dell’iniziazione; che, essendo di religione (OMISSIS), egli si rifiutava; per convincerlo, i membri del gruppo degli adoratori dell’idolo gli avrebbero mostrato alcuni segni che loro stessi avrebbero disegnato sul suo corpo quando era bambino; a fronte del rifiuto, i membri del gruppo gli avrebbero concesso 5 mesi di tempo per decidere avvertendolo che, in caso di rifiuto, lo avrebbero ucciso; che allora era fuggito in Libia per poi giungere in Italia.

Con sentenza n. 75/2019, depositata in data 11.1.2019, la Corte d’Appello di Torino rigettava l’appello, ritenendo di condividere il giudizio già formulato dal Giudice di primo grado circa la genericità e l’inverosimiglianza del racconto, cui (secondo la Corte di merito) doveva aggiungersi l’assenza di allegazione o produzione documentale che potesse far ritenere vera ed effettiva la circostanza della modalità del reclutamento nella setta. L’inattendibilità delle dichiarazioni faceva ritenere insussistenti i requisiti prescritti per la protezione sussidiaria in base al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b). Nè ricorrevano i presupposti di cui alla lett. c) della suddetta norma, non sussistendo nella regione di provenienza dell’appellante ((OMISSIS)) una violenza indiscriminata in una situazione di conflitto armato, come risultava dai più recenti e accreditati report internazionali. Anche la domanda di riconoscimento della protezione umanitaria non poteva trovare accoglimento per insussistenza di gravi motivi di carattere umanitario. Si evidenziava che le attività di volontariato, di istruzione, formazione professionale, lavoro subordinato, non potessero costituire autonomo titolo per il riconoscimento dell’invocata forma di protezione, nè valida prova del radicamento in Italia.

Avverso la suddetta sentenza propone ricorso per cassazione Soni D. sulla base di due motivi. Resiste il Ministero dell’Interno con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Erronea, contraddittoria e carente motivazione in ordine alla valutazione della mancata sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria. Error in procedendo per mancata istruttoria d’ufficio. Violazione di legge. Errata e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 14. Errata e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 10 e 16” Secondo il ricorrente sarebbe stata disapplicata il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. B in quanto, in caso di rimpatrio, egli sarebbe esposto al rischio di essere ucciso o sottoposto a trattamenti inumani o degradanti. Inoltre, con riferimento alla lett. c) della suddetta norma, si evidenzia che la (OMISSIS) presenta numerose situazioni di conflitto che integrano un elevato rischio.

1.2. – Con il secondo motivo, il richiedente censura la “Violazione dell’art. 2 Cost. e dell’art. 11 del Patto Internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite del 1966 (ratificato con la L. n. 881 del 1977), in relazione all’art. 5, comma 6 T.U. Imm. e al D.P.R. n. 399 del 1999, art. 11, comma 1, lett. c ter). Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32. Violazione dell’art. 19 T.U. Imm. Omesso esame della domanda di protezione umanitaria” Sottolinea il ricorrente che sia doveroso un accertamento dell’attuale situazione del Paese d’origine in relazione, in particolare, alla tutela dei diritti umani. Si richiama la giurisprudenza di legittimità secondo la quale le situazioni di vulnerabilità possono essere anche oggettive (grave instabilità politico-economica, violenza o insufficiente rispetto dei diritti umani. Nella fattispecie, il ricorrente, in Italia da oltre 5 anni, dopo aver lasciato la (OMISSIS), un paese dove è conclamata la violazione sistematica dei diritti umani, dove oltre la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e dove corruzione e malaffare impediscono al cittadino di ottenere adeguata tutela da parte delle autorità locali, in caso di rientro, si troverebbe in una condizione di assoluta vulnerabilità. A ciò si aggiungono le violenze e soprusi subiti durante il periodo trascorso in Libia. Sul punto la Corte d’Appello ometteva di pronunciarsi, nonostante sia nell’atto di appello che nella comparsa conclusionale fosse stata evidenziata la condizione della Libia e le sofferenze patite dal ricorrente in detto Paese.

2. -Il primo motivo è inammissibile.

2.1. – In relazione al denunciato vizio motivazionale, infatti, lo stesso ricorrente fa riferimento ad una nozione di tale vizio (in termini di “erronea, contraddittoria e carente motivazione”) non più riconducibile ad alcuna delle ipotesi previste dal codice di rito, ed in particolare non sussumibile nel vizio contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis), atteso che tale mezzo di impugnazione può concernere esclusivamente l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, e postula l’esatto adempimento degli specifici oneri di allegazione sanciti da Cass., sez. un. 8053 del 2014), qui, invece, rimasti assolutamente inosservati.

La censura, per il resto, si risolve in una generica critica all’accertamento fattuale operato dalla corte ligure, indicandone le fonti utilizzate, quanto alla situazione socio politica del Paese ((OMISSIS), (OMISSIS)), cui il ricorrente intenderebbe opporre, sotto la formale rubrica di vizio motivazionale, una diversa valutazione: ciò che, però non è ammesso nel giudizio di legittimità, che non può essere impropriamente trasformato in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (Dott. Cass. n. 21381 del 2006, nonchè le più recenti Cass. n. 8758 del 2017 e Cass. sez. un., n. 34476 del 2019).

3. – Parimenti inammissibile è il secondo motivo.

3.1. – L’esame del medesimo avverrà sulla base della disciplina, afferente la cd. protezione umanitaria, anteriore a quella introdotta dal D.L. n. 113 del 2018, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 132 del 2018, giusta quanto recentemente sancito da Cass., sez. un., n. 29459 e n. 29461 del 2019.

3.2. – Giova premettere che, come ribadito, tra le ultime, da Cass. n. 252 del 2019, la protezione umanitaria (secondo i parametri normativi qui ritenuti applicabili) è una misura atipica e residuale, nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (cfr. Cass. n. 23604 del 2017). A tale fine, peraltro, non è sufficiente l’allegazione di un’esistenza migliore nel Paese di accoglienza, sotto il profilo dell’integrazione sociale, personale o lavorativa, dovendo il riconoscimento di tale diritto allo straniero fondarsi su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza (cfr. Cass. n. 4455 del 2018. In senso sostanzialmente conforme si vedano anche Cass., sez. un., n. 29459-29461 del 2019).

3.3. Fermo quanto precede, nella specie non sussiste, innanzitutto, il denunciato omesso esame di domanda, posto che la corte genovese ha chiaramente scrutinato, e respinto, con motivazione congrua, la domanda dell’odierno ricorrente volta al riconoscimento della protezione umanitaria.

Costituisce, poi, principio pacifico quello secondo cui il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 deve essere dedotto, a pena di inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con la indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in quale modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendosi alla Corte regolatrice di adempiere al suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione (cfr. Cass. n. 16700 del 2020). Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di errori di diritto individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati attraverso una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non tramite la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (cfr. Cass. n. 24298 del 2016; Cass. n. 5353 del 2007).

3.4. – Nella specie, la corte territoriale, dopo aver ricordato i requisiti di legge per il riconoscimento della protezione umanitaria, ha sostanzialmente condiviso la valutazione di non credibilità del racconto del ricorrente, già affermata sia dalla Commissione che dal tribunale di prime cure, con valutazione in fatto, qui evidentemente non sindacabile (se non nei ristretti limiti e con le peculiari modalità – cfr. Cass., sez. un., n. 8053 del 2014 – in cui è oggi prospettabile, giusta il già richiamato testo novellato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Vizio motivazionale, nella specie, peraltro non denunciato). Inoltre, ha specificamente escluso che l’appellante fosse un soggetto vulnerabile (“non risultando delle peculiari condizioni di salute o di altra natura che possano arrecargli grave pregiudizio in caso di suo rientro nel Paese di origine”), evidenziando, peraltro, che questi nemmeno aveva legami familiari in Italia o ivi svolgeva attività lavorativa o avesse in corso un processo di integrazione sociale. Le argomentazioni del motivo in esame investono, sostanzialmente, il complessivo governo del materiale istruttorio (quanto alla sussistenza, o meno, della prova dei presupposti per la invocata protezione umanitaria), mirando, affatto inammissibilmente, ad una sua rivalutazione in questa sede Cass. n. 21381 del 2006, nonchè le più recenti Cass. n. 8758 del 2017 e Cass., sez. un., n. 34476 del 2019).

3.5. – Infine, come affermato, ancora di recente (Cass. n. 231 del 2019), il tema della generale violazione dei diritti umani nel Paese di provenienza costituisce senz’altro un necessario elemento da prendere in esame nella definizione della posizione del richiedente: tale elemento, però, deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale dell’istante, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma, piuttosto, quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto col parametro normativo di cui all’art. 5, comma 6 T.U Immigrazione, che, nel predisporre uno strumento duttile quale il permesso umanitario, demanda al giudice la verifica della sussistenza dei “seri motivi” attraverso un esame concreto ed effettivo di tutte le peculiarità rilevanti del singolo caso, quali, ad esempio, le ragioni che indussero lo straniero ad abbandonare il proprio Paese e le circostanze di vita che, anche in ragione della sua storia personale, egli si troverebbe a dover affrontare nel medesimo Paese, con onere in capo al medesimo quantomeno di allegare i suddetti fattori di vulnerabilità (Cass. n. 4455 del 2018. In senso sostanzialmente conforme si vedano anche Cass., sez. un. 29459-29461 del 2019).

Infatti, la proposizione del ricorso al tribunale nella materia della protezione internazionale dello straniero non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (cfr. Cass. n. 19197 del 2015), altresì ricordandosi che la carenza del quadro assertivo (nella specie in ragione della sua ritenuta inattendibilità) nemmeno giustifica la spendita, da parte dello stesso, dei poteri istruttori officiosi a lui assegnati nel giudizio vertente sulle diverse forme del diritto di asilo.

4. – Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare a controparte le spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2021

 

 

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