Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7861 del 16/04/2020

Cassazione civile sez. I, 16/04/2020, (ud. 18/12/2019, dep. 16/04/2020), n.7861

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19215/18 proposto da:

MINISTERO DELL’INTERNO, elettivamente domiciliato in Roma via dei

Portoghesi, 12 presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

H.M.;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 5392/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/12/2019 dal Consigliere Dott. GUIDO FEDERICO.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, H.M., cittadino nigeriano, impugnava dinanzi il Tribunale di Milano il provvedimento emesso in data 08.02.2016 con cui la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano, respingeva la richiesta di riconoscimento di protezione internazionale, sussidiaria e umanitaria.

Il richiedente riferiva di essere fuggito dal proprio Paese poichè dopo la morte del padre nel 2012 era stato designato dalla gente del villaggio, quale successore del defunto padre come sacerdote del culto (OMISSIS), ma di essersi rifiutato. Temendo quindi per la propria incolumità era fuggito dalla Nigeria, per approdare in Libia e da ultimo in Italia.

Con ordinanza del 26.10.2016, il Tribunale di Milano respingeva integralmente il ricorso, ritenendo che i fatti narrati erano risultati privi di ogni riscontro e non potevano fondare il riconoscimento dell’invocata protezione.

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza n. 5392/2017, in parziale riforma delle statuizioni di prime cure, respingeva la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria, ma accoglieva la domanda di protezione umanitaria.

Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, il Ministero dell’Interno.

L’intimato non ha svolto, nel presente giudizio, attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la Corte territoriale riconosciuto la protezione umanitaria al richiedente, fondando la propria decisione unicamente sul grado elevato di integrazione dell’appellante in Italia.

Il motivo è fondato.

La Corte territoriale, dopo aver enunciato le ragioni di diniego del riconoscimento della protezione sussidiaria, ritenendo che non si fosse in presenza di un rischio di danno grave alla persona derivante da situazioni di violenza indiscriminata in presenza di conflitti armati interni, avuto riguardo alla situazione della Nigeria, ha però ritenuto possibile riconoscere la protezione umanitaria, in considerazione della situazione familiare del ricorrente nel Paese di origine ed al grado elevato di integrazione in Italia, dove egli aveva avviato un percorso di socializzazione e scolarizzazione testimoniato dalla sua capacità di trovarsi un lavoro, come dimostrato dalle buste paga prodotte e dalla dichiarazione di offerta di un nuovo lavoro.

Tale statuizione non è conforme a diritto.

Premessa la non applicabilità ratione temporis al caso di specie della normativa di cui al D.L. n. 13 del 2018, conv. nella L. n. 132 del 2018 (Cass. Ss.Uu. n. 29459/2019 e Cass. 4890/2018) si osserva che il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie non può essere riconosciuto al cittadino straniero considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza, atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU, può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici contrapposti, quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non possieda uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che sia definita la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale (Cass. Ss.Uu. 29459 del 2019; Cass. 17072/2018).

Il diritto alla protezione umanitaria, inoltre, non può fondarsi sul generico riferimento a non meglio specificate esigenze familiari, in assenza della prova di una specifica violazione dei diritti fondamentali correlata alla condizione personale del richiedente, nè può essere fondato unicamente sul positivo percorso di integrazione del richiedente nel nostro paese.

Il ricorso va dunque accolto e la causa va rinviata alla Corte d’Appello di Milano, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano.

Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2020

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