Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7857 del 16/04/2020

Cassazione civile sez. I, 16/04/2020, (ud. 20/11/2019, dep. 16/04/2020), n.7857

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina A. R. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5196/2018 proposto da:

S.F., rappresentato e difeso dall’avvocato Maurizio Benzoni,

giusta procura alle liti allegata in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TRIESTE, depositato il

24/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/11/2019 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto n. 151/2018 depositato il 24-01-2018 il Tribunale di Trieste, ha respinto il ricorso di S.F., cittadino del (OMISSIS), avente ad oggetto in via gradata il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria. Il Tribunale ha ritenuto che fosse non credibile la vicenda personale narrata dal richiedente, il quale riferiva di essere fuggito perchè minacciato dai talebani, che lo accusavano di essere sostenitore dei cristiani. Il Tribunale ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto anche riguardo alla situazione generale del Pakistan, descritta nel decreto impugnato, con indicazione delle fonti di conoscenza.

2. Avverso il suddetto provvedimento, il ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a sei motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che è rimasto intimato. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente il ricorrente deduce “Eccezione di incostituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, artt. 3, 4, art. 6, comma 1, lett. a), d), f) e g), art. 7, comma 1, lett. a), b), d) ed e), art. 8, comma 1, lett. a), b), nn. 2), 3) e 4), e c) e artt. 10 artt. 21 e 23, e di conseguenza quelle di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008 artt. 14,35 e 35 bis, in relazione all’art. 77 Cost., comma 2”; deduce altresì “Eccezione di incostituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, in relazione agli artt. 3,24 e 111 Cost. e art. 6 CEDU, art. 117 Cost. e contrarie alle Direttive 2005/85/CE e 2013/32/UE”. Il ricorrente chiede di sollevare questione di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, introdotto dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), in relazione ai seguenti profili: 1) l’adozione del rito camerale e l’eliminazione del grado d’appello, per la violazione degli artt. 3,24,111 Cost., nonchè in relazione all’art. 46, par. 3 della direttiva 32/2013 ed agli artt. 6 e 13CEDU; 2) la mancanza del requisito di straordinarietà ed urgenza per violazione dell’art. 77 Cost..

2. Con le ordinanze n. 17717/2018 e n. 28119/2018 questa Corte ha ritenuto manifestamente infondate tutte le questioni di illegittimità costituzionale che il ricorrente ripropone. Le argomentazioni di cui alle citate ordinanze, da intendersi, per brevità, richiamate, sono integralmente condivise dal Collegio.

3. Con il primo ed il secondo motivo il ricorrente lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e 9. Deduce che il Tribunale non ha acquisito il documento costituente parte integrante del modello C3, ossia le dichiarazioni rese dallo stesso in sede di audizione avanti alla Commissione territoriale in ordine alle ragioni della domanda di protezione internazionale e i documenti “allegati all’audizione amministrativa” con la loro traduzione, in violazione del citato art. 35 bis, comma 8, in ordine all’obbligo della Commissione Territoriale di collaborare nell’istruttoria. Tale violazione ha compromesso, ad avviso del ricorrente, il suo diritto di difesa, non avendo il Tribunale esaminato in concreto i documenti prodotti, ma solo richiamato le considerazioni espresse dalla Commissione territoriale. Inoltre deduce che il Tribunale ha effettuato un esame parziale ed iniquo del rapporto Easo dell’agosto 2017 e non ha acquisito d’ufficio informazioni circa riscontri oggettivi sulla credibilità della sua vicenda personale, sulla situazione di sicurezza della città di (OMISSIS) da cui proviene, sulle strategie d’intimidazione e reclutamento dei Talebani, sulla tutela approntata dalle Autorità statali nella citata città e sulla genuinità delle lettere di minacce dello Stato Islamico indirizzate al ricorrente e a suo fratello, prodotte in giudizio.

4. I primi due motivi sono inammissibili.

4.1. Le doglianze non si confrontano con il percorso argomentativo seguito dai Giudici di merito. Circa il mancato deposito del documento mod. C3, il Tribunale rileva che il ricorrente è stato sentito dal giudice istruttore, che è acquisito il verbale di audizione avanti alla Commissione territoriale e ritiene che non vi sia stata alcuna violazione del diritto di difesa. Con il ricorso non si censurano le dettagliate argomentazioni di cui al decreto impugnato, nè si specifica quale sia il contenuto, che si assume dirimente, delle dichiarazioni di cui al mod. C3. Anche in ordine ai documenti “allegati all’audizione amministrativa” non è precisato in ricorso quale ne sia il contenuto, ed il Tribunale dà atto di avere acquisito la documentazione depositata dal richiedente in sede di audizione, tra cui le due lettere di minacce dei talebani tradotte. La censura sull’esame parziale e iniquo delle Coi attiene, inammissibilmente, al giudizio sulla valutazione della prova e ad accertamento di fatto insindacabile, ove adeguatamente motivato, come nella specie (Cass. n. 30105/20018). Non ricorre il dovere di attivazione del potere ufficioso in ordine al danno ex art. 14, lett. b), se il racconto del richiedente non è ritenuto credibile, come avvenuto nella fattispecie (Cass. n. 16925/2018 e Cass. n. 14283/2019).

5. Con il terzo motivo lamenta “art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3”.

Con il quarto motivo lamenta “art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, erronea o falsa applicazione delle norme di diritto di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14”.

Con il quinto motivo lamenta “violazione ex art. 360, nn. 3 e 4 c.p.c. in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, lett. c)”. Censura la valutazione di non genuinità delle due lettere dei terroristi prodotte, assumendo trattarsi di giudizio soggettivo ed arbitrario del Tribunale, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria. In ordine al fondato timore di essere perseguitato dai Talebani, richiama la giurisprudenza di questa Corte e censura la valutazione di inattendibilità del suo racconto in relazione alla sua condizione familiare ed alle minacce subite, deducendo la violazione del principio dell’onere probatorio attenuato a suo carico. Censura altresì la valutazione della situazione del Pakistan, affermando che il Tribunale abbia fatto una lettura “meramente parziale e pretestuosa” del rapporto Easo 2017, rilevando che nella città da cui proviene nel 2016 vi erano state 105 vittime per episodi violenti. Richiama la giurisprudenza della Corte di Giustizia ed assume che il Tribunale non abbia acquisito informazioni aggiornate ed indipendenti presso il Ministero dell’Interno.

6. Anche i motivi terzo, quarto e quinto sono inammissibili.

6.1. Le censure, in parte ripetitive di quelle espresse con i motivi primo e secondo, sono del tutto generiche e non si confrontano la ratio decidendi espressa nel provvedimento impugnato. Il Tribunale ha motivato in dettaglio in ordine alla ritenuta non genuinità delle lettere dei Talebani prodotte ed in ordine all’inverosimiglianza e contraddittorietà della narrazione del richiedente (pag. n. 5, 6 e 7 del decreto impugnato), aggiungendo che, in base alle fonti di conoscenza consultate e indicate, i Talebani sin dal 2012 si erano spostati dalle aree rurali verso l’Afganistan. Va ribadito che la valutazione della situazione del Paese, in base alle fonti di conoscenza che il Tribunale ha indicato, è accertamento di fatto insindacabile, ove adeguatamente motivato, come nella specie (Cass. n. 30105/20018) e che non ricorre il dovere di attivazione del potere ufficioso in ordine al danno ex art. 14, lett. b), se il racconto del richiedente non è ritenuto credibile, come avvenuto nella fattispecie (Cass. n. 16925/2018 e Cass. n. 14283/2019).

7. Con il sesto motivo lamenta “violazione ex art. 360, nn. 3 e 5, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5”. Deduce che il Tribunale ha omesso di valutare, nella valutazione di vulnerabilità, il benessere generale della persona, ad avviso del ricorrente rientrante nel concetto di salute, nonchè l’adeguata integrazione sociale dello stesso. Richiama al riguardo un’ordinanza emessa dallo stesso Tribunale di Trieste con la quale era stata valorizzata la sola integrazione sociale e rimarca che, in caso di rimpatrio, sarebbe esposto a chiara emarginazione sociale e familiare. Lamenta inoltre la mancata valutazione della situazione del Paese di origine sulla tutela dei diritti umani.

8. Anche l’ultimo motivo è inammissibile.

8.1. La doglianza relativa al diniego della protezione umanitaria è formulata del tutto genericamente, senza indicazione di alcuno specifico profilo di vulnerabilità, che il Tribunale ha escluso in base alle allegazioni del richiedente ed ai fatti accertati. Non rileva il fattore dell’integrazione sociale e lavorativa in Italia, ove isolatamente considerato, e peraltro nella specie neppure precisamente indicato (Cass. n. 4455/2018).

9. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, nulla dovendosi disporre circa le spese del presente giudizio, stante la mancata costituzione del Ministero.

10. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. n. 23535/2019).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2020

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