Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7856 del 16/04/2020

Cassazione civile sez. I, 16/04/2020, (ud. 20/11/2019, dep. 16/04/2020), n.7856

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina A. R. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4445/2018 proposto da:

K.M., rappresentato e difeso dall’avvocato D’Urzo Maria

Letizia, come da procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2604/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 20/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/11/2019 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 2604/2017 depositata il 20-11-2017 la Corte di Appello di Firenze ha respinto l’appello proposto da K.M., cittadino del (OMISSIS), avverso la sentenza del Tribunale di Firenze che aveva rigettato la sua domanda avente ad oggetto in via gradata il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria. La Corte d’appello ha ritenuto che fosse non più attuale, in base alla vicenda personale narrata, il rischio paventato dal richiedente, il quale riferiva di essere fuggito dal proprio Paese perchè minacciato di morte in quanto era attivista di un’associazione contro la mutilazione genitale femminile. La Corte d’appello ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto anche riguardo alla situazione generale del Mali, descritta nel decreto impugnato, con indicazione delle fonti di conoscenza.

2. Avverso il suddetto provvedimento, il ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta “Violazione di legge (art. 360, n. 3): D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8”. Con il secondo motivo lamenta “Violazione di legge e falsa applicazione (art. 360, n. 3): D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e – art. 1 Convenzione di Ginevra; violazione di legge (art. 360, n. 3): D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7,14”. Con il terzo motivo lamenta “Violazione di legge (art. 360, n. 3): principio di diritto internazionale consuetudinario del non refoulement, art. 33, comma 1 Convenzione di Ginevra; D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1; art. 3 CEDU”. Rileva il ricorrente che la Corte d’appello, pur ritenendo credibile il racconto dell’appellante, ha affermato solo che la documentazione attestante le persecuzioni subite risalivano a nove anni prima, omettendo ogni doverosa attivazione del potere istruttorio ufficioso su riscontri oggettivi dei fatti narrati. Richiama la normativa di riferimento sulla nozione di rifugiato, rileva che le persecuzioni già subite rendono concreto il rischio che verranno reiterate in caso di rimpatrio e lamenta che la Corte territoriale abbia svolto accertamenti istruttori ufficiosi solo in ordine al contesto generale del Paese.

2. Con il quarto motivo lamenta “Violazione di legge (art. 360, n. 3): D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6; art. 19 Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR); art. 10 CEDU”. Con il quinto motivo lamenta “Violazione e mancata applicazione di legge (art. 360, n. 3): D.Lgs. n. 251 del 2077, artt. 3, 4, 5, 7, 8, 14; D.Lgs. n. 35 del 2008, artt. 8,7, 32; violazione e falsa applicazione art. 360, comma 1, n. 5, omessa o insufficiente o apparente motivazione su punto decisivo della controversia”. Censura la sentenza impugnata anche con riferimento al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, richiama la normativa, anche internazionale, di riferimento, rilevando che gli obblighi internazionali dello Stato in materia sono diritto cogente, la cui applicazione non può subordinarsi alla quantità di risorse destinabili. Si duole della mancata considerazione della sua situazione personale e della situazione generale del Mali, valutata in base ad informazioni incomplete essendo molto diffusa nel Paese la pratica della mutilazione genitale femminile, e deduce che la motivazione è apparente e il dispositivo antigiuridico.

3. I primi tre motivi, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili.

3.1. Le deduzioni che il ricorrente svolge per censurare le statuizioni di diniego di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria non si confrontano con la ratio decidendi della sentenza impugnata. La Corte d’appello ha affermato che, proprio in base a quanto riferito dal richiedente, l’associazione contro la mutilazione genitale femminile, a cui il medesimo partecipava, era presente all’attualità in ogni parte del Mali, che la moglie e il sig. B.D., che lo aveva introdotto in detta associazione, erano in (OMISSIS), vicino (OMISSIS), e che non avevano subito vessazioni. Dunque, con accertamento di fatto non censurabile perchè adeguatamente motivato, i Giudici di merito hanno ritenuto insussistenti sia gli elementi fondanti il rifugio, sia il danno grave ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), esaminando gli stessi fatti allegati dal ricorrente. Non vi è ragione di attivare il dovere di cooperazione istruttoria sulla credibilità estrinseca dei fatti narrati se, come nella specie, non rileva la questione della credibilità nel senso precisato, ossia in quanto i Giudici di merito hanno fondato il proprio convincimento proprio su quanto riferito dal ricorrente.

La Corte territoriale ha inoltre escluso, con accertamento di fatto ugualmente incensurabile in quanto idoneamente motivato (Cass. n. 30105/2018), la ricorrenza delle situazioni rilevanti ai sensi di cui al citato art. 14, lett. c), con indicazione delle fonti di conoscenza.

Le argomentazioni svolte in ricorso con i primi tre motivi risultano estranee al percorso argomentativo infra riassunto e si risolvono, altresì, tramite le doglianze di vizio di violazione di legge, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito.

4. Anche i motivi quarto e quinto sono inammissibili.

4.1. Le doglianze relative al diniego della protezione umanitaria sono formulate del tutto genericamente, con mero richiamo alla normativa di riferimento e alle fonti sulla diffusione della pratica della mutilazione genitale femminile, ma senza indicazione di alcuno specifico profilo di vulnerabilità, che la Corte territoriale ha escluso, con idonea motivazione (Cass. S.U. n. 8053/2014), in base alle allegazioni del ricorrente e ai fatti accertati.

5. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, nulla dovendosi disporre circa le spese del presente giudizio, stante la mancata costituzione del Ministero.

6. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. n. 23535/2019).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 20 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2020

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