Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7846 del 19/03/2021

Cassazione civile sez. II, 19/03/2021, (ud. 01/12/2020, dep. 19/03/2021), n.7846

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26244/2019 proposto da:

O.A.L., rappresentato e difeso dall’avvocato ROMINA

POSSIS, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

e contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE PRESSO LA PREFETTURA UTG DI NOVARA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 220/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 05/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/12/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– la Corte d’appello di Torino, con la sentenza di cui in epigrafe, rigettò l’impugnazione proposta da O.A.L. avverso la decisione del Tribunale di Torino, con la quale era stata confermata quella della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva disatteso la domanda di protezione avanzata dal medesimo;

– il richiedente, proveniente dall’Imo State (Nigeria) narra che a seguito di una lite parentale per la titolarità di un terreno, proveniente da eredità, una cugina (moglie di un cugino del padre) aveva lanciato un sortilegio malefico, a causa del quale erano morti la sorella, il fratello e la madre, sicchè lui, per vendetta aveva ucciso un figlio della donna ed era fuggito;

– la Corte territoriale aveva giudicato il racconto manifestamente non credibile, escludendo, inoltre, che l’appellante, dichiaratosi laureato in filosofia, potesse in buona fede farsi condizionare da riti e credenze magiche e che, per assurdo, ove effettivamente si fosse macchiato del grave delitto di omicidio, non avrebbe comunque, perciò solo avuto diritto alla invocata protezione;

– il Giudice d’appello, consultate le COI aggiornate, aveva, del pari escluso che nella Regione di provenienza si registrasse una situazione di violenza diffusa e incontrollata;

– escludeva, infine, la sussistenza di una condizione di soggettiva vulnerabilità, pur fatto luogo alla comparazione con il processo d’integrazione avviato in Italia;

ritenuto che l’appellante ricorre sulla base di tre motivi contro la sentenza d’appello e che il Ministero dell’Interno resiste con controricorso;

considerato che il primo motivo, con il quale il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 1 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, “per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio o comunque omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un unto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 5)”, assumendo che la sentenza impugnata non aveva tenuto conto del “radicamento di credenze popolari relative alla magia”, non rilevando affatto che il maleficio fosse stato effettivamente causa di eventi infausti, essendo bastevole che così venisse creduto, tanto da avere procurato una condizione di effettivo spavento nel richiedente, soggezione che prescinde dallo stato sociale o dal livello di scolarizzazione, di talchè, l’unico modo per liberare la persona assoggettata al preteso maleficio è costituito dall’affrancamento, attraverso il compimento di autorevoli contro riti, non supera il vaglio d’ammissibilità, valendo quanto segue:

a) piuttosto palesemente le critiche sono rivolte al controllo motivazionale, in spregio al contenuto dell’art. 360 c.p.c., vigente n. 5, difatti, invece che porre in rilievo l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo o l’assenza di giustificazione argomentativa della decisione, con le stesse il ricorrente, contrappone al ragionato esame della Corte il proprio avverso convincimento; ciò solo fa escludere la ricorrenza di un dovere d’ulteriore approfondimento istruttorio sulla vicenda (senza contare che la narrazione, proprio a cagione della sua radicale inverosimiglianza, non avrebbe comunque permesso attingimento di conferme di sorta) e il ricorrente, piuttosto che contrapporre evidenze processuali tali da smentire le conclusioni del Tribunale, si limita a riportare i principi della materia e a insistere nella propria versione;

b) la deduzione del vizio di violazione di legge non determina, per ciò stesso, lo scrutinio della questione astrattamente evidenziata sul presupposto che l’accertamento fattuale operato dal giudice di merito giustifichi il rivendicato inquadramento normativo, occorrendo che l’accertamento fattuale, derivante dal vaglio probatorio, sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (da ultimo, S.U. n. 25573, 12/11/2020, Rv. 659459); d) la narrazione, anche a cagione della sua inverosimiglianza e irrisolvibile contraddittorietà, non avrebbe comunque permesso approfondimenti istruttori di sorta e il ricorrente, piuttosto che contrappore evidenze processuali tali da smentire le conclusioni del Tribunale, si limita a riportare i principi della materia e a insistere nella propria versione;

considerato che il secondo motivo, con il quale il ricorrente prospetta ulteriore violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 1 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, “per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio o comunque omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un unto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”, assumendo che in Nigeria sussiste una situazione di violenza diffusa e incontrollata, che la Corte d’appello aveva ingiustamente negato, anche venendo meno al dovere d’indagine officiosa (ciò emergendo in particolare dagli avvertimenti ricavabili dal sito (OMISSIS) del Ministero degli Esteri, aggiornato al 15/3/2019 e “dal rapporto annuale redatto da Amnesty International”), è inammissibile per quanto segue:

I) la Corte di Torino, alla luce delle COI aggiornate consultate, ha motivatamente escluso che la Nigeria risulti caratterizzata dalla situazione di particolare instabilità e di violenza indiscriminata descritta dall’interessato;

II) peraltro, le riportate indicazioni del Ministro degli Esteri sono inutilizzabili per due concorrenti e autonome ragioni: trattasi di informativa intervenuta successivamente alla deliberazione della Corte locale e, inoltre, come questa Corte ha già precisato che il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si sostanzia nell’acquisizione di COI (“Country of Origin Information”) pertinenti e aggiornate al momento della decisione (ovvero ad epoca ad essa prossima), da richiedersi agli enti a ciò preposti, non potendo ritenersi tale il sito ministeriale “(OMISSIS)”, il cui scopo e funzione non coincidono, se non in parte, con quelli perseguiti nei procedimenti indicati (Sez. 3, n. 8819, 12/5/2020, Rv. 657916); inverificabile appare il riferimento a non meglio specificati report annuali;

III) il Giudice del merito, quindi, ha deciso applicando il principio enunciato da questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

IV) anche qui, infine, debbono riprendersi le osservazioni di cui sub a) e b);

considerato che il terzo motivo, con il quale il ricorrente allega violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, “o comunque omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione” in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, assumendo che la Corte d’appello aveva errato a non valutare positivamente il percorso d’integrazione compiuto dal ricorrente, comparandolo alla situazione di grave pericolo cui sarebbe esposto in caso di rimpatrio, sia avuto riguardo alla vicenda privata narrata, che alla situazione complessiva del Paese, è del pari inammissibile:

1) va evidenziata l’assenza di un concreto e attuale pericolo individuale e di una situazione generale del Paese di provenienza di violenza diffusa e incontrollata, in uno alla mancata allegazione di specifiche cause di vulnerabilità;

2) quanto alla mancata valorizzazione del processo d’integrazione, va osservato che questa Corte, a partire dalla sentenza n. 4455/2018, ha affermato il principio secondo il quale il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Rv. 647298);

3) a tale principio la Corte locale si è attenuta, avendo effettuato il giudizio di comparazione, all’esito del quale ha negato la sussistenza del presupposto della vulnerabilità, alla luce di quanto immediatamente sopra; non si tratta, all’evidenza, di garantire all’immigrato una qualità di vita del tutto equivalente a quella fruibile in Italia, ma, ben diversamente, d’impedire che al rientro possa ritrovarsi in una condizione d’intollerabile – cioè al di sotto del minimo comune imposto dagli strumenti internazionali – deprivazione di tali diritti; qui, una tale condizione manca per quel che si è detto; nè, l’inverosimiglianza della narrazione permette di attingere al vissuto personale;

considerato che in disparte deve soggiungersi che nessuna delle censure attinge la ratio decidendi autonoma, secondo la quale se fosse stato vero che il ricorrente si fosse macchiato d’omicidio volontario, non avrebbe avuto diritto alla protezione, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 16, lett. b);

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato che il soccombente ricorrente deve essere condannato al rimborso delle spese in favore del costituito Ministero nella misura di cui in dispositivo, tenuto conto della qualità della causa, del suo valore e delle attività svolte;

considerato che sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese legali in favore del Ministero controricorrente, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese anticipate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2021

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