Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7763 del 09/04/2020

Cassazione civile sez. un., 09/04/2020, (ud. 05/11/2019, dep. 09/04/2020), n.7763

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Primo Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente di Sez. –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 21822/2018 R.G. proposto da:

D.G.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Giancarlo

Greco, con domicilio eletto in Roma, viale S. Teresa, n. 23, presso

lo studio dello Avv. Paolo Grimaldi;

– ricorrente –

contro

ASSESSORATO DELLE RISORSE AGRICOLE ED ALIMENTARI DELLA REGIONE

SICILIANA, in persona dell’Assessore p.t., e REGIONE SICILIANA, in

persona del Presidente p.t., rappresentati e difesi dall’Avvocatura

generale dello Stato, con domicilio legale in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12;

– controricorrenti –

avverso la sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche n.

92/18, depositata il 22 maggio 2018.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 5 novembre 2019

dal Consigliere Dott. Guido Mercolino;

uditi l’Avv. Giancarlo Greco e l’Avvocato dello Stato Roberto

Palasciano;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott.

SALZANO Francesco, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. D.G.G., in qualità di proprietario di due fondi siti in (OMISSIS) ed aventi una superficie complessiva di mq. 727.318, nonchè di erede di C.R., usufruttuaria dei medesimi fondi, convenne in giudizio l’Assessorato all’Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana, per sentir determinare l’indennità dovuta per l’occupazione temporanea degl’immobili, disposta dall’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Palermo per finalità di rimboschimento e protrattasi dai primi anni ‘50 all’attualità.

1.1. Con sentenza del 26 settembre 2016, il Tribunale Regionale delle Acque Pubbliche della Sicilia accolse la domanda, determinando l’indennità in misura pari agl’interessi legali sul valore di mercato dei fondi occupati, con decorrenza dalla data della domanda (15 febbraio 2013) e fino alla data di deposito della relazione della seconda c.t.u. espletata nel corso del giudizio (31 dicembre 2013); ordinò quindi all’Assessorato delle Risorse Agricole e Alimentari (già Assessorato all’Agricoltura e Foreste) della Regione Siciliana di depositare presso la Cassa Depositi e Prestiti la somma di Euro 20.281,86, oltre interessi legali, detratto l’importo già versato.

2. L’impugnazione proposta dal D.G. è stata rigettata dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche con sentenza del 22 maggio 2018.

A fondamento della decisione, il TSAP ha ritenuto innanzitutto che l’appellante non avesse adeguatamente impugnato la sentenza di primo grado, nella parte riguardante l’individuazione del periodo di occupazione da considerare ai fini della liquidazione dell’indennità, non avendo censurato l’affermazione secondo cui egli aveva omesso di contestare l’indennità offerta, nè il richiamo al R.D.L. 30 dicembre 1923, n. 3267, art. 21, vigente per gran parte del periodo successivo alla scadenza iniziale dell’occupazione. Ha aggiunto che l’atto di sottomissione sottoscritto dalle parti prevedeva che in caso di proroga l’indennità sarebbe rimasta invariata, rilevando inoltre che il D.G., il quale aveva agito in qualità di pieno proprietario a seguito del consolidamento dell’usufrutto determinato dalla morte della madre, aveva precisato che in precedenza l’indennità era stata corrisposta a quest’ultima.

Quanto alle due c.t.u. espletate nel corso del giudizio, premesso che le valutazioni del consulente non hanno carattere vincolante per il giudice, il quale può legittimamente disattenderle, fornendo un’adeguata motivazione, ha affermato che la rinnovazione della consulenza rientra tra i poteri discrezionali del giudice, il quale è tenuto a spiegare le ragioni che lo inducono ad ignorare o sminuire i risultati di quella precedente, aggiungendo che, in presenza di una pluralità di consulenze, non ci si può limitare ad un’acritica adesione all’ultima, ma occorre spiegare le ragioni di tale preferenza e valutare le censure di parte; precisato inoltre che la scelta del consulente è riservata al giudice di merito, anche con riguardo alla categoria professionale di appartenenza, ha affermato che la decisione di affidare l’incarico ad un professionista iscritto ad un albo diverso da quello competente per materia non richiede una specifica motivazione. Ciò posto, ha ritenuto legittimo l’affidamento della seconda c.t.u. a due dottori agronomi, rilevando inoltre che, nel disattendere le osservazioni dell’attore, fondate sulla relazione del primo c.t.u., il TRAP aveva spiegato le ragioni per cui non condivideva la stima compiuta da quest’ultimo.

In ordine alla valutazione dei beni, precisato che entrambe le relazioni riportavano analiticamente i vincoli da cui erano gravati i fondi occupati, il TSAP ha osservato che la prima non individuava specificamente le condizioni di sviluppo urbanistico degli immobili, ma si limitava ad indicare la cubatura realizzabile, e, pur dando atto dell’incidenza dei costi derivanti dall’osservanza dei predetti vincoli, determinava il valore dei fondi con metodo sintetico-comparativo, con riferimento ad insediamenti abitativi; ha ritenuto pertanto che la seconda c.t.u. avesse consentito di acquisire nuovi elementi di giudizio, ed in particolare di valutare la cubatura sviluppabile in relazione alle prescrizioni urbanistiche ed al regime giuridico degl’immobili, ai fini di una adeguata comparazione. Ha richiamato in proposito i vincoli derivanti dalla attuazione della direttiva 92/43/CEE, recepita con D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357, integrato dal D.P.R. 12 marzo 2003, n. 120, osservando che, come accertato dalla seconda c.t.u., i fondi occupati ricadevano nella zona territoriale omogenea E del Piano Regolatore Generale, comprendente le parti anche residuali di territorio prevalentemente pianeggianti, caratterizzate da colture agricole (E1), in cui era ammessa l’edificazione di manufatti residenziali e strutture connesse all’attività produttiva, con densità non superiore a 0,02 mc/mq, e le porzioni di territorio prevalentemente collinari, caratterizzate da una prevalente vegetazione di tipo spontaneo (E2), in cui non erano consentite costruzioni di alcun tipo, se non finalizzate alla gestione e manutenzione dell’ambiente naturale, con densità non superiore a 0,01 mc/mq. Precisato che l’indennità doveva essere determinata in base al valore di mercato degli immobili, ai sensi della L.R. Sicilia 6 aprile 1996, n. 16, art. 26, ha rilevato che, come accertato da entrambe le c.t.u., i vincoli gravanti sui fondi non ne escludevano un certo interesse per il mercato, con riguardo alla volumetria eventualmente trasferibile a favore dei fondi vicini, al fine di ampliare la base territoriale esistente e potenziare le attività agricole in corso. Ha ritenuto pertanto condivisibile la stima risultante dalla seconda c.t.u., che aveva assunto come riferimento il valore dei beni situati nella cintura collinare della città di Palermo per le aree ricadenti nella zona E2 (Euro 0,45 al mq.) e la media tra il valore delle aree agricole e quello delle aree destinate a pertinenza di costruzioni per quelle ricadenti nella zona El (Euro 3,00 al mq.), determinando il valore di un fabbricato insistente sui fondi in base al costo di ricostruzione, ridotto del 70% in ragione della vetustà dell’immobile.

Rilevato che la sentenza di primo grado si era avvalsa di entrambe le consulenze, che ricostruivano in modo analitico e convergente lo stato dei luoghi ed i vincoli gravanti sui fondi, ma aveva tenuto conto delle previsioni urbanistiche, risultanti dalla seconda relazione, ed aveva condiviso la valutazione da quest’ultima compiuta, il TSAP ha ritenuto che dalla motivazione complessivamente adottata emergessero le ragioni del dissenso dalle conclusioni del primo c.t.u., non risultando necessaria una specifica confutazione delle tesi non accolte o una particolareggiata disamina degli elementi posti a fondamento della decisione, in considerazione del modello di sentenza adottato, rispondente ai criteri di cui all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

Il TSAP ha poi escluso l’inutilizzabilità dei documenti autonomamente acquisiti dai c.t.u. a fini estimativi, osservando che l’impossibilità di ricercare aliunde elementi la cui acquisizione è rimessa all’iniziativa delle parti non esclude la facoltà del consulente di avvalersi di documenti pubblicamente consultabili o provenienti da terzi o dalle parti, nei limiti in cui gli stessi risultino necessari sul piano tecnico, a condizione che ne sia indicata la fonte e che gli stessi siano sottoposti al vaglio del contraddittorio. Ha ribadito la legittimità del criterio di liquidazione dell’indennità adottato nella seconda c.t.u., in quanto previsto dalla L.R. n. 16 del 2006, art. 26, comma 3, ed applicato attraverso la determinazione del valore dei fondi con metodo sintetico-comparativo. Precisato che la seconda c.t.u. non aveva escluso l’edificabilità dei fondi, ma aveva individuato i limiti in cui la stessa poteva realizzarsi sulla base dei vincoli e della destinazione urbanistica, ha rilevato che l’assimilazione di parte degli stessi ad immobili situati nell’area (OMISSIS) era giustificata da un articolato esame della documentazione tecnica e dello stato dei luoghi. Ha ritenuto ininfluente la valutazione emergente da un’altra sentenza riguardante ulteriori aree dei medesimi fondi precedentemente espropriate, in quanto relativa ad immobili diversi da quelli in questione, e non avente quindi efficacia di giudicato. Ha reputato infine corretta la metodologia utilizzata per la stima del fabbricato, in considerazione del contesto di cui lo stesso faceva parte e dei vincoli urbanistici, che non consentivano di attribuirgli un autonomo valore.

3. Avverso la predetta sentenza il D.G. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in dieci motivi, illustrati anche con memoria. L’Assessorato delle Risorse Agricole e Alimentari (già Assessorato all’Agricoltura e Foreste) della Regione Siciliana e la Regione Siciliana hanno resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, R.D.L. n. 3267 del 1923, art. 21, art. 112 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 346 c.p.c. e dell’art. 111 Cost., comma 6, osservando che, nel disattendere le censure riguardanti l’individuazione del periodo da tenere in conto ai fini della liquidazione dell’indennità, la sentenza impugnata non ha considerato che egli ne aveva chiesto l’estensione all’intera durata dell’occupazione, o quanto meno all’intero periodo successivo alla scadenza dell’originario termine decennale. Premesso infatti di aver contestato l’applicabilità del R.D.l. n. 3267 cit., art. 21, in quanto dichiarato costituzionalmente illegittimo, e la natura pattizia del rapporto, in quanto fondato su un provvedimento autoritativo, sostiene che, nel dare atto della mancata impugnazione dell’indennità prevista dall’atto di sottomissione, il TSAP non ha tenuto conto del giudicato interno formatosi in ordine all’applicabilità dell’art. 26 della Legge Regionale ed al conseguente rigetto implicito dell’eccezione sollevata dall’Assessorato, secondo cui la proroga dell’occupazione era stata tacitamente assentita anno per anno, allo stesso canone previsto dallo art. 50 del predetto Decreto. Precisato infine che le singole parti dei fondi erano state occupate in epoche differenti, sostiene che, anche a voler ravvisare nella proposizione della domanda una disdetta dei relativi atti di sottomissione, prorogati anno per anno, il periodo di riferimento avrebbe dovuto essere fatto decorrere dalle scadenze delle singole proroghe, successive alla proposizione della domanda.

1.1. Il motivo è infondato.

Correttamente, infatti, il TSAP ha ritenuto che l’indennità di occupazione dovesse essere liquidata in relazione al periodo individuato dalla sentenza di primo grado, avendo rilevato che il ricorrente si era limitato a contestare l’applicabilità del procedimento previsto dal R.D.L. n. 3267 del 1923, art. 21, dalla cui mancata instaurazione il TRAP aveva desunto il carattere definitivo dell’indennità, senza però allegare che quest’ultima fosse stata comunque impugnata, ma riconoscendo anzi che, a seguito della morte del padre, precedente proprietario dei fondi, l’indennità era stata versata alla madre, in qualità di usufruttuaria. Tale affermazione non comporta la violazione di alcun giudicato, non ponendosi in contrasto con la natura autoritativa del provvedimento ablatorio, la quale non risulta affatto incompatibile con la possibilità di un accordo sull’indennità, prevista anzi espressamente sia dalle norme generali sull’espropriazione succedutesi nel tempo (cfr. della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 26; L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 12; D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 20), sia da quelle speciali in materia di boschi e terreni montani già applicabili alla fattispecie in esame (R.D.L. n. 3267 del 1923, art. 21), sia infine dalle norme regionali in materia forestale vigenti nella Regione siciliana (L.R. n. 16 del 1996, artt. 22 e 26), che richiamano le norme statali. Tali accordi, aventi anch’essi natura pubblicistica, in quanto inseriti nel procedimento ablatorio, si traducono nell’accettazione dell’offerta formulata dall’espropriante o in una liquidazione consensuale dell’indennità, e comportano quindi la chiusura del subprocedimento previsto per la determinazione della stessa o si sostituiscono ad esso, rendendo definitiva la misura dell’importo dovuto, del quale è previsto l’immediato pagamento, e precludendo conseguentemente la facoltà di chiederne la determinazione in via giudiziale. Non merita pertanto censura la sentenza impugnata, nella parte in cui, dato atto che le parti avevano concordato la misura dell’indennità con apposito atto di sottomissione, destinato a rinnovarsi tacitamente di anno in anno, ha ritenuto che il pagamento del relativo importo, proseguito in favore dell’usufruttuaria anche dopo la morte dell’originario proprietario, avesse comportato la definizione di ogni rapporto relativo alla determinazione della indennità per il periodo anteriore all’instaurazione del giudizio.

Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il R.D.L. n. 3267 del 1923, art. 21, a differenza della disciplina generale statale in materia di espropriazione e di quella regionale in materia forestale, non prevedesse alcun termine per la proposizione della domanda di determinazione dell’indennità, assoggettandola di fatto all’ordinaria prescrizione decennale, non eccepita nel presente giudizio; parimenti ininfluente è la circostanza, menzionata anche nella sentenza impugnata, che l’applicabilità dello art. 21 cit. fosse venuta meno nel corso dell’occupazione, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 488 del 1991, che ne dichiarò l’illegittimità costituzionale: la preclusione derivante dall’intervenuto pagamento dell’importo concordato, rilevabile anche d’ufficio in quanto attinente alla ammissibilità della domanda, escludeva infatti la facoltà di agire in giudizio per la determinazione dell’indennità, indipendentemente dalla scadenza del termine di prescrizione, comportando inoltre l’esaurimento del relativo rapporto, con la conseguente inoperatività degli effetti della pronuncia d’incostituzionalità, per il periodo anteriore alla sua pubblicazione. Al riguardo, è appena il caso di richiamare il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui gli effetti retroattivi delle sentenze dichiarative della illegittimità costituzionale di norme di legge incontrano un limite nei rapporti ormai esauriti in modo definitivo, per intervenuta formazione del giudicato o per essersi verificato un altro evento cui l’ordinamento ricollega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero per essersi verificate preclusioni processuali o decadenze e prescrizioni non direttamente investite, nei loro presupposti normativi, dalla pronuncia d’incostituzionalità (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. VI, 6/11/2017, n. 26291; Cass., Sez. I, 20/11/2012, n. 20381; 18/07/2006, n. 16450).

Non può infine trovare ingresso, in questa sede, l’ulteriore affermazione del ricorrente, subordinata peraltro al riconoscimento della natura privatistica del rapporto, secondo cui l’attribuzione alla domanda giudiziale dell’efficacia propria di una disdetta dell’atto di sottomissione avrebbe imposto di tener conto, ai fini della determinazione dell’indennità, della decorrenza differenziata dei termini di durata dell’occupazione relativi alle singole aree dei fondi, acquisite in tempi diversi: si tratta infatti di una questione sollevata soltanto in questa fase, che risulta estranea all’ambito del giudizio di legittimità, non risultando menzionata nella sentenza impugnata ed implicando un’indagine di fatto in ordine alla decorrenza dell’occupazione; essa si pone d’altronde in contrasto con l’interesse dello stesso ricorrente, il quale riconosce che in tal caso il periodo da prendere in considerazione per ciascuna area occupata dovrebbe essere fatto decorrere addirittura da una data successiva a quella tenuta in conto dalla sentenza impugnata.

2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, comma 3, art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla CEDU, artt. 115, 116 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 111 Cost., commi 2 e 6, censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto condivisibili i valori stimati dalla seconda c.t.u., senza considerare che gli stessi non rispondevano ai principi stabiliti dalla Corte costituzionale con sentenza n. 181 del 2011, in quanto non costituivano valori di mercato, ma rappresentavano l’automatica trasposizione delle risultanze di c.t.u. espletate in procedimenti di esecuzione immobiliare, che li avevano determinati in base ai valori agricoli medi fissati dalla Commissione provinciale competente nel mese di gennaio 2010 e nel mese di novembre 2003. Precisa inoltre che per le aree incluse in zona E1 il valore dei fondi occupati era stato determinato in base alla media di quelli di fondi uno dei quali era situato in un Comune diverso, mentre per quelle incluse in zona E2 si era tenuto conto da un lato del valore di un immobile situato nella riserva naturale orientata di (OMISSIS), e dall’altro di valori di mercato, senza che fosse stato precisato il peso attribuito al primo valore.

2.1. Il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile.

Ai fini della liquidazione dell’indennità di occupazione, la sentenza impugnata ha correttamente applicato il criterio del valore di mercato previsto dalla L.R. n. 16 del 1996, art. 26, avendo fatto integralmente proprie le conclusioni dei tecnici nominati per la seconda consulenza espletata nel corso del giudizio: questi ultimi avevano infatti proceduto alla stima con metodo sintetico-comparativo, distinguendo le aree occupate in base alla loro classificazione urbanistica e determinandone il valore attraverso il confronto con quello di fondi aventi la medesima classificazione e caratteristiche similari, situati nello stesso Comune ed in Comuni limitrofi, nonchè gravati da analoghi vincoli.

Nel censurare tale apprezzamento, il ricorrente osserva che alcuni dei valori presi in considerazione dai c.t.u. si riferivano ad immobili sottoposti a procedure di espropriazione forzata, nell’ambito delle quali si era tenuto conto, ai fini della stima, dei valori agricoli medi determinati dalla Commissione provinciale competente ai sensi della L. n. 865 del 1971; egli stesso, tuttavia, ammette che tali valori non hanno rappresentato l’unico parametro di riferimento adottato nel presente giudizio, ma hanno costituito oggetto di analisi nell’ambito di una valutazione più ampia, comprendente anche valori desunti da indagini di mercato effettuate direttamente dai c.t.u.: non può quindi condividersi l’affermazione secondo cui i valori stimati dai c.t.u. costituiscono il risultato di una meccanica trasposizione dei valori agricoli medi, la cui utilizzazione in via esclusiva si porrebbe in contrasto, oltre che con il criterio indicato dalla L.R. n. 16 del 1996, art. 26, con i principi enunciati dalla giurisprudenza costituzionale. Com’è noto, infatti, la ragione della dichiarazione d’illegittimità costituzionale del criterio del valore agricolo medio, già previsto dalla L. n. 865 del 1971, artt. 15 e 16, ai fini della determinazione delle indennità di espropriazione ed occupazione, e ribadito dal D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5, comma 4, convertito con modificazioni dalla L. 8 agosto 1992, n. 359 e dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 40, in riferimento ai suoli non edificabili, risiede nel fatto che lo stesso, in quanto fondato sul generico riferimento alla coltura in atto o a quella più redditizia nella regione di appartenenza dell’area da espropriare, prescindeva dalle caratteristiche specifiche del fondo espropriato (quali la posizione, il valore intrinseco – che non dipende esclusivamente dalle colture in esso praticate, ma anche dalla presenza di altri elementi, come acqua, energia elettrica, esposizione -, la maggiore o minore perizia nella conduzione e quant’altro può incidere sulla valutazione), e risultava quindi inidoneo ad assicurare un ragionevole legame tra l’indennità di espropriazione e il valore di mercato dell’immobile ablato, prescritto dalla giurisprudenza della Corte EDU e coerente con il serio ristoro richiesto anche dalla consolidata giurisprudenza costituzionale (cfr. Corte Cost., sent. n. 181 del 2011 e n. 187 del 2014). Tale connotazione di astrattezza deve tuttavia ritenersi nella specie superata, in virtù del confronto effettuato tra il predetto valore ed i prezzi correnti di beni aventi ubicazione, destinazione e conformazione analoghe a quelle dei fondi occupati, la cui ponderata valutazione, garantendo la diretta correlazione tra il valore ottenuto e le caratteristiche fisiche e giuridiche dei beni assoggettati alla procedura ablatoria, consente di ravvisare quel ragionevole collegamento con il prezzo di mercato degli stessi, da cui dipende la serietà del ristoro riconosciuto all’espropriato. Pur contestando il criterio adottato per la liquidazione dell’indennità, il ricorrente dimostra d’altronde di non essere neppur certo che l’utilizzazione dello stesso abbia determinato in concreto una deviazione dal canone del valore di mercato, riconoscendo di non essere in grado di precisare la misura in cui il riferimento al valore agricolo medio ha inciso sul risultato finale, con la conseguenza che la censura proposta risulta, per tale aspetto, priva di specificità.

2.2. Quanto poi all’individuazione degli immobili da assumere come parametro di riferimento ai fini della determinazione del valore di quelli occupati, occorre rilevare che la relativa scelta, ampiamente giustificata dal TSAP attraverso il richiamo all’omogeneità delle caratteristiche ed all’identità della classificazione urbanistica dei fondi presi in considerazione, si traduce in un apprezzamento di fatto, rimesso al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità esclusivamente per difetto di motivazione: nel lamentare la violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, il ricorrente fa peraltro valere circostanze che sono state puntualmente prese in esame dalla sentenza impugnata, e la cui valutazione non è quindi sindacabile in sede di legittimità, nè ai sensi della predetta disposizione, nè ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 Quest’ultimo, infatti, nel testo sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, circoscrive le anomalie motivazionali deducibili in sede di legittimità alla pretermissione di un fatto storico, principale o secondario, che abbia costituito oggetto del dibattito processuale e risulti idoneo ad orientare in senso diverso la decisione, nonchè a quelle che si convertono in violazione di legge, per mancanza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, escludendo pertanto da un lato la possibilità di estendere il vizio in esame al di fuori delle ipotesi, non ricorrenti nel caso di specie, in cui la motivazione manchi del tutto sotto l’aspetto materiale e grafico, oppure formalmente esista come parte del documento, ma risulti meramente apparente, perplessa, o costituita da argomentazioni talmente inconciliabili da non permettere di riconoscerla come giustificazione del decisum, e tale vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. Un., 7/04/2014, n. 8053 e 8054; Cass., Sez. VI, 8/10/2014, n. 21257), dall’altro la possibilità di far valere, sotto tale profilo, l’omessa o inadeguata valutazione di elementi istruttori (cfr. Cass., Sez. VI, 15/05/2018, n. 11863; 10/02/2015, n. 2498; Cass., Sez. lav., 9/07/2015, n. 14324).

3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, comma 3, D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37, comma 4, art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, art. 6, n. 1 della CEDU e art. 117 Cost., comma 1, e art. 111 Cost., ribadendo che, nel recepire la stima compiuta dai c.t.u. con metodo sintetico-comparativo, il TSAP non ha considerato che i fondi assunti come termini di paragone non avevano caratteristiche similari a quelli occupati, in quanto per quelli inclusi in zona E1 i c.t.u. avevano fatto riferimento ad un immobile sito nel Comune di (OMISSIS) ed a terreni inedificabili, mentre per quelli inclusi in zona E2 avevano fatto riferimento ad un immobile sito in una riserva naturale orientata ed a terreni inedificabili, distanti dai fondi occupati ed aventi diversa morfologia.

4. Con il quarto motivo, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, comma 3, art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, art. 111 Cost. e art. 117 Cost., comma 1 e dell’art. 6, n. 1 della CEDU, sostenendo che, nell’escludere la rilevanza del valore accertato in riferimento alle altre aree del medesimo fondo precedentemente espropriate, il TSAP non ha considerato che la sentenza prodotta in giudizio, pur non spiegando efficacia di giudicato, era stata pronunciata tra le medesime parti e si riferiva ad aree assai prossime, acquisite per la medesima finalità dell’occupazione in questione, ed assai prossime a quelle occupate. Precisato che, pur riferendosi ad un procedimento espropriativo risalente al 1984, la stima risultante da quella sentenza aveva ad oggetto aree sottoposte ai medesimi vincoli gravanti su quelle occupate, aggiunge che al decorso del tempo avrebbe potuto ovviarsi mediante la comparazione con altri valori più aggiornati, risultanti da relazioni di stima depositate in altri giudizi riguardanti un’espropriazione avvenuta nel 2002 e prodotte in primo grado.

5. I predetti motivi, da esaminarsi congiuntamente, in quanto aventi ad oggetto questioni strettamente connesse, sono inammissibili, per le medesime ragioni illustrate in riferimento all’ultima parte del secondo motivo.

Come si è detto, infatti, la sentenza impugnata ha ampiamente giustificato l’individuazione degl’immobili assunti come parametro di riferimento ai fini della determinazione del valore dei fondi occupati, avendo dato atto dell’ubicazione degli stessi in una zona non molto distante da questi ultimi e dell’identità della loro classificazione urbanistica, nonchè della similarità delle rispettive caratteristiche, che ne rendevano possibile l’utilizzazione come termine di paragone, nell’ambito della stima effettuata con metodo sintetico-comparativo. Nel ritenere irrilevante la precedente sentenza invocata dal ricorrente, il TSAP ha inoltre spiegato puntualmente le relative ragioni, avendone escluso l’efficacia di giudicato, in quanto riguardante immobili diversi, ed avendo aggiunto che il valore dalla stessa attribuito ai predetti beni non poteva di per sè condizionare la stima compiuta dai c.t.u. nominati nel presente giudizio sulla base di dati oggettivi, quali i vincoli e le previsioni degli strumenti urbanistici.

6. Con il quinto motivo, il ricorrente deduce la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, comma 3, art. 11 preleggi, R.D.L. n. 3267 del 1923 e dell’art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla CEDU, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui, ai fini della determinazione del valore del fabbricato, ha recepito le risultanze della seconda c.t.u., fondate sul criterio del costo di costruzione, ignorando la stima del primo c.t.u., effettuata con metodo sintetico-comparativo. Afferma che il predetto criterio, previsto dalla L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 16, oltre a risultare incompatibile con la dichiarazione d’illegittimità costituzionale di tale disposizione, che impone di fare riferimento al valore pieno di mercato, è stato adottato sul presupposto dell’incommerciabilità autonoma dell’immobile, che risulta invece dotato di un accesso indipendente e pienamente legittimo sotto il profilo urbanistico.

6.1. Il motivo è infondato.

In tema di liquidazione dell’indennità di espropriazione, questa Corte ha costantemente affermato che la determinazione del valore di mercato dello immobile espropriato può essere effettuata tanto con metodo sintetico-comparativo, fondato sul confronto con il prezzo corrente di beni aventi caratteristiche omogenee, quanto con metodo analitico-ricostruttivo, fondato sullo 4ccertamento del costo di trasformazione del fondo, non potendosi stabilire un rapporto di regola ad eccezione tra i due criteri, e dovendosi pertanto considerare rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito la relativa scelta, alla sola condizione che la stima risulti improntata, per quanto possibile, a canoni di effettività (cfr. Cass., Sez. VI, 31/03/2016, n. 6243; Cass., Sez. I, 22/03/2013, n. 7288; 7/03/2006, n. 4885). L’applicabilità di principio non era esclusa neppure dalla L. n. 865 del 1981, art. 16, comma 8, il quale, nel disciplinare la liquidazione dell’indennità per l’espropriazione delle aree edificate o urbanizzate, si limitava a disporre la valutazione autonoma delle costruzioni o delle opere di urbanizzazione, senza stabilire per queste ultime un criterio diverso da quello del valore di mercato, previsto in via generale dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39 e senza imporre neppure l’adozione di un particolare metodo di stima. Non merita pertanto censura la sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto condivisibile la determinazione del valore del fabbricato esistente nel fondo occupato, effettuata dai c.t.u. con metodo analitico-ricostruttivo, spiegandone compiutamente le ragioni, che risiedevano peraltro non già nell’incommerciabilità dell’immobile, come sostiene il ricorrente, ma, come si evince chiaramente dalla motivazione, nei vincoli urbanistici gravanti sul fondo, ritenuti idonei ad ostacolarne l’ordinaria commercializzazione.

Il riferimento all’incidenza dei predetti vincoli, fornendo adeguata giustificazione alla scelta del metodo di stima, consente di ritenere adempiuto anche l’obbligo di motivazione gravante sul TSAP con riguardo alla preferenza accordata alla relazione depositata dai c.t.u. nominati ai fini della rinnovazione delle indagini, rispetto a quella predisposta dal primo consulente. In proposito, va d’altronde richiamato il principio, ripetutamente affermato da questa Corte, secondo cui, in presenza di due successive contrastanti consulenze tecniche d’ufficio, la sentenza che abbia aderito al parere del consulente che abbia espletato la sua opera per ultimo deve considerarsi sufficientemente motivata, pur se tale adesione non risulti specificamente giustificata, ove la seconda relazione tecnica fornisca elementi idonei a consentire sul piano positivo di ricostruire il percorso logico seguito, e sul piano negativo di escludere la rilevanza di elementi di segno contrario, siano essi esposti nella prima relazione o aliunde desumibili (cfr. Cass., Sez. lav., 31/03/2011, n. 7494; 27/02/2009, n. 4850).

7. Con il sesto motivo, il ricorrente lamenta la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 10, comma 9 e art. 26, comma 3 e art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, osservando che, nella parte in cui ha disatteso le censure riguardanti l’incidenza del vincolo forestale, la sentenza impugnata è caratterizzata da una motivazione meramente apparente: essa, infatti, si limita ad affermare che i c.t.u. non avevano escluso in modo assoluto l’edificabilità dei suoli, astenendosi dal prendere posizione in ordine alle contrastanti affermazioni delle due relazioni di c.t.u., omettendo di tenere conto dei diversi vincoli gravanti sui fondi, e trascurando la disciplina dettata dall’art. 10, comma 9, cit., il quale, in riferimento ai terreni artificialmente rimboscati, fa salva la facoltà di edificare nei limiti di cui al D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, che prevede per la zona E la destinazione ad uso agricolo, con una densità fondiaria massima di 0,03 mc/mq.

8. Con il settimo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della L.R. Sicilia n. 16 del 1996, art. 26, comma 3, D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37 e art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, sostenendo che, nel valutare l’incidenza dei vincoli di zonizzazione previsti dal Piano regolatore generale, la sentenza impugnata non ha considerato che gli stessi non escludono la vocazione edificatoria del suolo, ove consentano comunque al privato un’attività edilizia anche ridottissima.

9. I due motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto aventi ad oggetto questioni strettamente connesse, sono infondati.

La sentenza impugnata ha chiaramente enunciato i motivi di dissenso dalla valutazione compiuta dal primo c.t.u., osservando che quest’ultimo, pur avendo accertato che lo sfruttamento dei fondi occupati, regolato dagli strumenti di attuazione del Piano regolatore generale, era subordinato a studi relativi ai vincoli sugli stessi gravanti, non ne aveva specificato le condizioni di sviluppo urbanistico, ma si era limitato ad indicare la cubatura realizzabile, in base alla quale aveva poi proceduto alla stima, facendo riferimento al valore di suoli destinati ad insediamenti abitativi. Per contro, ha rilevato che i c.t.u. nominati ai fini della rinnovazione delle indagini avevano accertato l’inclusione dei fondi in zona territoriale omogenea E del Piano regolatore, destinata ad uso agricolo, nonchè la presenza di numerosi vincoli (già peraltro segnalati dal primo c.t.u.), dei quali avevano vagliato i contenuti prescrittivi e le ricadute, in tal modo pervenendo all’esclusione della vocazione edificatoria dei suoli, e determinandone il valore attraverso il confronto con quello d’immobili aventi la medesima destinazione.

Alla stregua del predetto accertamento, la negazione della vocazione edificatoria dei suoli si pone perfettamente in linea con l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità in tema di espropriazione, secondo cui l’inclusione del fondo ablato in zona territoriale omogenea E dello strumento urbanistico generale, destinata ad uso agricolo, deve ritenersi di per sè sufficiente ai fini dell’esclusione dell’edificabilità (cfr. Cass., Sez. I, 28/09/2016, n. 19193; 13/01/2010, n. 404; 6/08/2009, n. 17995), e ciò in virtù della rigida distinzione tra aree edificabili e non edificabili, introdotta dal D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis, mantenuta dal D.P.R. n. 327 del 2001 e non attinta dalla dichiarazione d’illegittimità costituzionale delle disposizioni che prevedevano la liquidazione dell’indennità sulla base di criteri diversi da quello del valore di mercato (cfr. Corte Cost., sent. n. 348 del 2007, n. 181 del 2011), nonchè della necessità di tener conto, ai fini dell’accertamento della destinazione del fondo, della sola edificabilità legale, desumibile dalla sua classificazione urbanistica, e della rilevanza meramente suppletiva e complementare da riconoscersi alla c.d. edificabilità di fatto, utilizzabile soltanto in assenza di pianificazione urbanistica o per l’apprezzamento delle concrete possibilità di sfruttamento di un’area legalmente edificabile (cfr. Cass., Sez. I, 7/10/2016, n. 20241; 13/06/2014, n. 13521; 22/08/2011, n. 17442). Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza, fatta valere dal ricorrente, che lo strumento urbanistico generale, nell’includere il fondo in una zona omogenea destinata ad uso agricolo, vi abbia attribuito un modesto indice di fabbricabilità: quest’ultimo risponde infatti soltanto alla finalità di definire l’entità dell’edificazione che può gravare sulla superficie della zona, ma non incide sulla natura agricola o edificatoria del suolo, per la cui determinazione occorre fare riferimento esclusivamente alla destinazione prevista per gli edifici realizzabili, con la conseguenza che vanno comunque considerate agricole quelle aree in cui, come nella specie, sono consentite soltanto costruzioni a carattere rurale ed utilizzabili a tali fini (cfr. Cass., Sez. I, 30/06/2016, n. 13425; 18/06/2007, n. 14058).

E’ pur vero che, nella giurisprudenza più recente, il ripristino del criterio indennitario fondato sul valore di mercato del fondo espropriato ha determinato un’attenuazione della portata della distinzione tra aree edificabili e non edificabili, essendosi riconosciuta all’interessato, anche in presenza di vincoli d’inedificabilità, la possibilità di dimostrare che il fondo si presta a modalità di sfruttamento ulteriori e diverse rispetto a quelle agricole, pur senza raggiungere il livello dell’edificatorietà, ed essendosi quindi ritenuta ammissibile una valutazione di mercato che rifletta possibilità di utilizzazione intermedie tra quella agricola e quella edificatoria (come, ad esempio, parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti), sempre che tali possibilità siano assentite dalla normativa vigente, sia pure con il conseguimento delle opportune autorizzazioni amministrative (cfr. Cass., Sez. I, 6/03/2019, n. 6527; 19/07/2018, n. 19295; 19/03/2014, n. 6296). Nella specie, tuttavia, non risulta in alcun modo dedotto che, indipendentemente dalle limitate possibilità di sfruttamento a fini edificatori connesse alla destinazione agricola dei suoli, il piano regolatore consentisse altre forme di utilizzazione, tali da rendere i fondi occupati maggiormente appetibili sul mercato immobiliare, e quindi da giustificare il riconoscimento di un valore superiore a quello risultante dal confronto con i prezzi di mercato di altri fondi a destinazione agricola.

10. Con l’ottavo motivo, il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 384 c.p.c., comma 2, art. 111 Cost., commi 2 e 6, art. 117 Cost., comma 1 e dell’art. 6, n. 1 della CEDU, affermando che, nel disattendere le censure concernenti l’omessa valutazione della prima c.t.u., la sentenza impugnata ha erroneamente ritenuto che la stessa avesse assunto come riferimento per la stima il valore di terreni destinati ad insediamenti abitativi, laddove il c.t.u. si era limitato ad estrapolare valori rilevati nel contesto ambientale in cui erano situati i fondi occupati. Premesso inoltre che la motivazione della sentenza di appello non poteva sopperire alla mancata spiegazione delle ragioni per cui il giudice di primo grado aveva ritenuto di dover dissentire dalla relazione del primo c.t.u., aggiunge che il TSAP ha omesso di esplicitare le predette ragioni, nonchè di rilevare questioni di particolare importanza, come quella concernente la possibilità di fare riferimento ai valori accertati per gli altri due procedimenti di esproprio che avevano interessato i medesimi fondi.

10.1. Il motivo è inammissibile.

Come rilevato in precedenza, la sentenza impugnata ha adeguatamente illustrato le ragioni della preferenza accordata alla seconda relazione di consulenza, mediante la sottolineatura della rilevanza da riconoscersi alla classificazione urbanistica dei suoli, rimasta imprecisata nella precedente relazione, e delle ricadute dei vincoli gravanti sui fondi occupati, pur segnalati dal primo c.t.u.. Le considerazioni svolte al riguardo rendono assolutamente irrilevante l’eventuale difetto di motivazione della sentenza di primo grado, destinata a rimanere interamente assorbita da quella di appello, in virtù dell’effetto sostitutivo del gravame, il quale, salva l’ipotesi in cui su taluni punti della controversia si sia formato il giudicato, consente al giudice di secondo grado non solo di pervenire a conclusioni diverse, sulla base di una rinnovata valutazione dei fatti, ma anche di confermare la decisione del giudice di primo grado, sulla base di considerazioni da quest’ultimo eventualmente trascurate (cfr. Cass., Sez. V, 19/01/2018, n. 1323; Cass., Sez. VI, 10/01/2017, n. 352; Cass., Sez. III, 10/10/2013, n. 15185). Nel contestare il predetto apprezzamento, il ricorrente non è d’altronde in grado d’indicare lacune argomentative o carenze logiche del ragionamento seguito dal TSAP, ma si limita ad insistere sulla correttezza dei valori stimati dal primo consulente e sulla rilevanza di altri elementi, in tal modo dimostrando di voler sollecitare una nuova valutazione dei fatti, non consentita a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spettano, in via esclusiva, l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, l’assunzione e la valutazione delle prove e la verifica della loro attendibilità e concludenza, nonchè la scelta, tra le complessive risultanze del processo, di quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. VI, 7/12/2017, n. 29404; 7/04/2017, n. 9097; Cass., Sez. I, 31/07/2017, n. 19011).

11. Con il nono motivo, il ricorrente lamenta la violazione e la falsa applicazione dell’art. 111 Cost., commi 2 e 6, art. 117 Cost., comma 1, art. 6, n. 1 della CEDU e art. 132 c.p.c, n. 4 e art. 384 c.p.c., comma 2, sostenendo che, nel rigettare le censure riguardanti la rinnovazione della c.t.u. e la scelta dei consulenti, il TSAP ha fatto ricorso ad una motivazione apparente e contraddittoria, non avendo spiegato le ragioni per cui, a seguito dell’astensione del consulente nominato in sostituzione del primo, non aveva riconfermato quest’ultimo, e non avendo precisato gli elementi la cui mancanza rendeva la relazione dello stesso inidonea a raggiungere il suo scopo.

11.1. Il motivo è inammissibile.

In tema di consulenza tecnica d’ufficio, questa Corte ha ripetutamente affermato che rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di disporre indagini tecniche suppletive o integrative, di sentire a chiarimenti il consulente sulla relazione già depositata ovvero di rinnovare, in tutto o in parte, le indagini, sostituendo l’ausiliare del giudice (cfr. Cass., Sez. VI, 24/01/2019, n. 2103; Cass., Sez. III, 30/03/2010, n. 7622; 17/12/2009, n. 26499). L’esercizio di tale potere, insindacabile in sede di legittimità ove ne sia data adeguata motivazione, risulta nella specie ampiamente giustificato dalle carenze della relazione depositata dal primo consulente, la cui incidenza sulla determinazione del valore dei fondi occupati, accertata dal Giudice di primo grado e confermata dal TSAP, consente di ritenere immune da censure anche la scelta di nominare nuovi consulenti, in sostituzione sia di quello che aveva provveduto alla stesura della prima relazione che di quello nominato in luogo dello stesso, che si era astenuto.

12. Con il decimo motivo, il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2697 c.c., art. 112 c.p.c., art. 132 c.p.c., n. 4 e dell’art. 111 Cost., comma 2, osservando che il comportamento processuale tenuto dai c.t.u. nominati ai fini della rinnovazione delle indagini e le conoscenze da loro dimostrate risultavano incompatibili con il compito loro assegnato, essendo gli stessi privi di specifiche competenze in materia urbanistica, necessarie per la stima di beni di rilevanti dimensioni ed assoggettati ad articolate prescrizioni e vincoli urbanistici. Rileva in proposito che i consulenti, oltre ad aver erroneamente affermato che le aree occupate erano comprese nel demanio forestale e ad aver incluso nelle stesse anche superfici non impegnate, hanno utilizzato documenti nuovi non offerti preventivamente in comunicazione alle parti, senza concedere alle stesse un termine per eventuali controdeduzioni.

12.1. Il motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.

La decisione di affidare l’incarico di c.t.u. ad un professionista iscritto in un albo diverso da quello competente per la materia al quale si riferisce la consulenza, ovvero non iscritto in alcun albo professionale, non è infatti censurabile in sede di legittimità e non richiede una specifica motivazione, trattandosi di una scelta disciplinata da norme che hanno natura e finalità esclusivamente direttive, nonchè riservata, anche per quanto riguarda la categoria professionale di appartenenza del consulente e la competenza del medesimo a svolgere le indagini richieste, all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito (cfr. Cass., Sez. III, 12/03/2010, n. 6050; Cass., Sez. lav., 16/10/1995, n. 10801; Cass., Sez. II, 12/04/2001, n. 5473).

Le inesattezze addebitate alla relazione di consulenza sono invece risultate concretamente ininfluenti ai fini della decisione, consistendo, come riconosce lo stesso ricorrente, o in meri errori materiali, prontamente ammessi dai c.t.u., o in improprietà terminologiche, che non hanno generato equivoci in ordine alla proprietà dei fondi occupati.

I nuovi documenti di cui viene denunciata l’irrituale acquisizione agli atti sono infine costituiti da perizie relative ad altri immobili, la cui utilizzazione da parte dei c.t.u. doveva ritenersi consentita, non avendo le stesse ad oggetto fatti la cui prova era posta a carico delle parti, ma informazioni riguardanti i prezzi correnti di beni aventi caratteristiche analoghe a quelle dei fondi occupati, e quindi elementi di carattere accessorio che i consulenti erano legittimati reperire autonomamente, in quanto rientranti nell’ambito strettamente tecnico delle indagini loro affidate (cfr. Cass., Sez. I, 15/06/2018, n. 15774; 11/01/2017, n. 512). Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che tali documenti, acquisiti dopo la chiusura delle operazioni peritali, non siano stati sottoposti al contraddittorio prima del deposito della relazione, avendo le parti potuto prenderne conoscenza successivamente, per effetto dell’allegazione all’elaborato dei c.t.u., ed essendo state conseguentemente poste in grado di svolgere le proprie difese, sia prima che fosse pronunciata la sentenza di primo grado che in sede d’impugnazione della stessa.

15. Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore dei contro-ricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo presidente del collegio per impedimento dell’estensore, ai sensi del D.P.C.M. 8 marzo 2020, art. 1, comma 1, lett. a).

Così deciso in Roma, il 5 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 aprile 2020

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