Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7740 del 30/03/2010

Cassazione civile sez. I, 30/03/2010, (ud. 17/02/2010, dep. 30/03/2010), n.7740

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero degli Affari Esteri in persona del Ministro, domiciliato in

Roma, via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura Generale dello

Stato, che lo rappresenta, e difende ex lege;

– ricorrente –

contro

S.P.E.F. – Servizi Promozioni e Forniture – s.r.l. in persona del

legale rappresentante, elettivamente domiciliata in Roma, via della

Giuliana 44, presso gli avv. Nuzzaci Vittorio e Raffaello Gioioso,

che la rappresentano e difendono giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 3380/04 del

19.7.2004;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17.2.2010 dal Relatore Cons. Dr. Carlo Piccininni;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione del 4.5.1998 la S.P.E.F. (Servizi Promozioni e Forniture) s.r.l. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Roma il Ministero degli Affari Esteri, per sentirlo condannare al risarcimento del danno determinato dal mancato pagamento di forniture effettuate nel 1994 in favore del Centro Internazionale di Cooperazione allo Sviluppo (CICS), e quantificato in misura corrispondente al valore delle dette forniture (L. 387.850.140).

Il Ministero, costituitosi, eccepiva la prescrizione del credito azionato chiedendo nel merito il rigetto della domanda, che viceversa il tribunale accoglieva. La decisione, impugnata dal Ministero, veniva poi confermata dalla Corte di Appello di Roma, che in particolare per la parte di interesse rilevava: che la responsabilità del convenuto risultava individuabile nel giudizio di idoneità formulato in favore del CICS, finanziato per numerosi interventi sanitari in (OMISSIS), la cui mancata revoca “avrebbe indotto i fornitori ad accordare fiducia al CICS”; che il detto giudizio avrebbe dovuto essere subordinalo all’accertamento dell’esistenza di “garanzie di serietà e professionalità in relazione agli scopi da raggiungere in considerazione del fatto che tali scopi venivano raggiunti con denaro pubblico”; che l’accertato inadempimento degli obblighi derivanti dalla concessione dei contributi pubblici percepiti avrebbe dovuto indurre l’Amministrazione ad attivarsi per evitare la continuazione dell’illecito e rendere conoscibile il comportamento inadempiente posto in essere dal CICS; che gli inadempimenti si erano già da tempo manifestati, come risultante dai solleciti inviati a far tempo dal 1994 e dalla successiva richiesta di restituzione delle somme anticipate; che tutto ciò avrebbe dovuto indurre alla revoca del giudizio di idoneità, espressamente contemplata dalla L. n. 49 del 1987, art. 28; che l’omissione al riguardo appariva connessa causalmente con i danni lamentati dall’attrice, atteso che la mancata revoca cui si è fatto riferimento avrebbe indotto le imprese fornitrici “a contrattare ed a consegnare merci che poi non sono state pagate”; che il credito risultava infine provato dalla documentazione prodotta.

Avverso la decisione. Il Ministero degli Esteri proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, cui resisteva la S.P.E.F. con controricorso con il quale, fra l’altro, nell’ipotesi di accoglimento dell’impugnazione chiedeva la condanna del Ministero “al pagamento dell’indennizzo di cui all’art. 2041 c.c.”.

Successivamente la controversia veniva decisa all’esito dell’udienza pubblica del 17.2.2010.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i tre motivi di ricorso il Ministero ha rispettivamente denunciato:

1) vizio di motivazione con riferimento alla conseguenza fatta discendere dall’omesso tempestivo esercizio dei controlli dovuti, individuata nella determinazione della convinzione che il C.I.C.S. fosse soggetto affidabile e solvibile. Così facendo, tuttavia, la Corte territoriale avrebbe configurato una vera e propria garanzia a carico del Ministero (si che tutti i creditori insoddisfatti sarebbero legittimati ad ottenere il pagamento del proprio credito dallo Stato), garanzia che peraltro avrebbe potuto astrattamente sorgere soltanto per via normativa ovvero negoziale, ipotesi non verificatesi nella specie;

2) violazione dell’art. 2043 c.c., L. n. 49 del 1987, artt. 1, 8, 10 e 29 poichè non sussisterebbero i presupposti per una affermazione di responsabilità ex art. 2043 c.c.. L’attrice non avrebbe infatti dato dimostrazione del nesso di causalità intercorrente tra il comportamento del Ministero ed il danno subito, e ciò considerato in particolare la qualità di imprenditore commerciale della S.P.E.F., che in quanto tale liberamente sceglie sul mercato l’interlocutore ritenuto affidabile e si assume il rischio degli impegni assunti.

Inoltre gli effetti del riconoscimento sarebbero limitati alla possibilità di ottenere contributi per io svolgimento di attività di cooperazione, e pertanto riguarderebbe soltanto i rapporti tra Ministero e organizzazione non governativa (nella fattispecie il C.I.C.S.), senza alcuna incidenza, dunque, sui rapporti tra le dette organizzazioni ed i terzi contraenti.

Infine sarebbe stata a torto ipotizzata una responsabilità dell’Amministrazione per “culpa in vigilando”, poichè il sistema di controlli delineato dal legislatore sarebbe finalizzato al soddisfacimento dell’interesse dello Stato ad assicurare che i finanziamenti stanziati per la cooperazione siano realmente devoluti al conseguimento degli obiettivi perseguiti.

3) vizio di motivazione, in ragione del fatto che la S.P.E.F. non avrebbe mai dimostrato nè una generale condizione di insolvenza della C.I.C.S., nè l’inutile tentativo di pervenire al soddisfacimento del proprio credito con iniziative individuali.

Esaminando dapprima la censura prospettata con il secondo motivo di ricorso, poichè pregiudiziale sul piano logico, osserva il Collegio che la stessa è fondata.

Ed infatti con la doglianza in esame il Ministero degli Esteri ha contestato l’esistenza di un nesso di causalità fra il suo preteso comportamento omissivo (mancato controllo sull’attività svolta dal C.I.C.S. e mancata revoca del giudizio di idoneità precedentemente formulato) ed il pregiudizio subito dalla S.P.E.F. (per effetto dell’inadempimento del C.I.C.S.), nesso che in effetti non è ravvisabile alla luce del chiaro disposto dell’art. 1223 c.c. espressamente richiamato dall’art. 2056 c.c., comma 1.

Secondo la detta disposizione invero il risarcimento del danno, che deve comprendere tanto la perdita subita che il mancato guadagno, va riconosciuto in quanto questi ne siano conseguenza immediata e diretta, rapporto che non è viceversa configurabile nel caso in esame, tenuto conto: a) dell’assoluta autonomia con cui opera l’imprenditore sul mercato; b) dell’assenza di prova in ordine al nesso causale fra la l’individuazione del contraente operata nella specie dalla S.P.E.F. e la qualità di beneficiario dei finanziamenti pubblici rivestita dal C.I.C.S.; c) della rilevanza interna e di carattere pubblicistico della richiamata disciplina dettata con la L. n. 49 del 1987 che stabilisce regole cui deve attenersi la Pubblica Amministrazione nell’erogazione dei contributi previsti dai vari programmi di cooperazione, ma della cui asserita inosservanza non può tuttavia avvalersi un soggetto privato, nell’ambito di un’attività negoziale intrapresa con altro soggetto beneficiario dei finanziamenti.

D’altra parte, come correttamente rilevato dal ricorrente, la differente valutazione compiuta dal giudice del merito, ove condivisa, presupporebbe di fatto la configurazione di un obbligo di garanzia di adempimento a carico del Ministero in ordine all’obbligazione contratta con terzi dal soggetto affidato, garanzia che tuttavia è insussistente, non risultando nè da attività negoziale, nè da disposizioni di legge.

La fondatezza del secondo motivo di impugnazione comporta l’assorbimento degli altri, mentre, per quanto riguarda la domanda ex 2041 c.c. proposta con il controricorso (da interpretare sul punto come ricorso incidentale condizionato) la stessa risulta inammissibile poichè nuova.

Conclusivamente va accolto il secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassata la sentenza impugnata e decidendo ex art. 384 c.p.c. non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, deve essere rigettata la domanda della S.P.E.F., con condanna della stessa, soccombente, al pagamento delle spese processuali dell’intero giudizio, liquidate in dispositivo.

PQM

Accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e decidendo ex art. 384 c.p.c., rigetta la domanda della S.P.E.F. s.r.l., che condanna al pagamento delle spese processuali, che liquida, quanto al primo grado, in Euro 6.000, di cui Euro 4.000 per onorari, Euro 2.000 per competenze, quanto al secondo, in Euro 4.500, di cui Euro 3.000 per onorari e Euro 1.500 per competenze, quanto al giudizio di legittimità, in Euro 2.500, oltre alle spese prenotate a debito su tutte le liquidazioni.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2010

 

 

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