Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7723 del 18/03/2021

Cassazione civile sez. I, 18/03/2021, (ud. 17/12/2020, dep. 18/03/2021), n.7723

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8463/2019 proposto da:

S.K., elettivamente domiciliato in Roma Via Barnaba Tortolini

30, presso lo studio dell’avvocato Ferrara Alessandro, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Priore Francesco,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma via dei Portoghesi 12 presso

l’Avvocatura Generale dello Stato che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di CAMPOBASSO, depositato il

05/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/12/2020 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto n. 301/2019 depositato il 5-2-2019 il Tribunale di Campobasso ha respinto il ricorso di S.K., cittadino del (OMISSIS), avente ad oggetto, in via gradata, il riconoscimento della protezione internazionale, sussidiaria ed umanitaria, all’esito del provvedimento di rigetto, emesso in data 15-5-2017 e notificato il 27-2-2018 della relativa domanda da parte della locale Commissione territoriale. Il Tribunale ha ritenuto non credibile, in quanto vaga e lacunosa, la vicenda personale del richiedente, il quale riferiva di essere fuggito dal suo paese nel 2010 per motivi religiosi, essendo egli induista in un paese composto prevalentemente di musulmani, i quali non volevano che fossero celebrate in pubblico le feste induiste. Il Tribunale ha ritenuto che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento di alcuna forma di protezione, avuto riguardo anche alla situazione generale e politico-economica del Bangladesh, descritta nel decreto impugnato con indicazione delle fonti di conoscenza.

2. Avverso il suddetto provvedimento, il ricorrente propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno, che si è costituito tardivamente, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

3. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis. 1 c.p.c.. Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.II ricorrente denuncia, con il primo motivo, che erroneamente il Tribunale abbia ritenuto direttamente applicabile nella fattispecie la nuova formulazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, come risultante dalle modifiche apportate dal D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, e richiama il principio di diritto affermato da questa Corte con la pronuncia n. 4890/2019.

2. Con il secondo motivo si duole del mancato riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Deduce che il Tribunale ha incentrato il rigetto sul difetto di allegazione circa le persecuzioni personali subite a causa del suo credo religioso (induista) e circa le specifiche connivenze con gli avversari politici che lo avrebbero minacciato, nonchè ha fatto criptico riferimento a un rapporto di Amnesty International, ossia a fonte che assume essere privata, per quanto autorevole. Lamenta, pertanto, il mancato esercizio da parte del Tribunale dei poteri istruttori ufficiosi secondo i canoni ermeneutici elaborati dalla Corte di Giustizia e da questa Corte.

3. Con il terzo motivo il ricorrente si duole del mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e anche della ritenuta mancanza del danno grave alla persona, per non avere il Tribunale indicato le fonti del proprio convincimento circa l’insussistenza del quadro di persecuzione, rappresentato dal richiedente, derivante da un clima generale di violenza e minacce da parte della maggioranza musulmana nei confronti della minoranza induista, nonchè per non avere il Tribunale instaurato il contraddittorio sul punto, nonostante la produzione di specifiche Coi, riportate alle pagine 9-14 del ricorso di primo grado. Ribadisce di aver fornito una versione verosimile circa l’intolleranza religiosa verso gli induisti e la violenza indiscriminata nei confronti di detta minoranza a cui egli appartiene, come da ampia documentazione prodotta (C.O.I. e giurisprudenza di merito).

4. Il primo motivo è fondato.

4.1. Con riguardo alla disciplina applicabile ratione temporis in tema di protezione umanitaria, le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che la domanda di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari presentata prima dell’entrata in vigore (5/10/2018) della normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, deve essere scrutinata sulla base della normativa esistente al momento della sua presentazione (Cass. S.U. n. 29459/2019, in continuità rispetto a Cass. n. 4890/2019).

Il Tribunale ha affermato che, nella specie, si applica la nuova disciplina perchè vigente al momento della decisione e, alla stregua di quest’ultima, ha ritenuto che non ricorressero le specifiche ipotesi tassative e specifiche ivi previste, aggiungendo un sintetico riferimento a documentata assunzione lavorativa del richiedente non implicante l’accesso alla tutela umanitaria per difetto di vulnerabilità soggettiva e familiare, non meglio specificato.

Poichè il provvedimento di rigetto della Commissione Territoriale è del marzo 2017, comunicato il 27-2-2018, e il ricorso giudiziario è del 283-2018, nel caso di specie non trova applicazione la nuova normativa, il Tribunale non si è attenuto al principio di diritto suesposto e dovrà, pertanto, procedere a rivalutare la domanda di protezione umanitaria secondo la disciplina vigente al momento della presentazione della domanda amministrativa.

5. I motivi secondo e terzo, da esaminarsi congiuntamente per la loro connessione in quanto attinenti al giudizio di credibilità ed al diniego della protezione sussidiaria, sono in parte infondati e in parte inammissibili.

5.1. Il Tribunale ha ritenuto non credibile, perchè vago, lacunoso e contraddittorio, il racconto del ricorrente, indicando le ragioni di tale giudizio (mancata indicazione dei nomi di coloro che gli avrebbero impedito, nel 2005 e 2009, di celebrare le feste induiste nel suo villaggio, permanenza della sua famiglia nel villaggio di origine senza problematiche di persecuzione, interruzione del suo successivo soggiorno in India, ove si pratica liberamente la religione induista, presso lo zio).

Quanto alla denunciata situazione di violenze verso gli induisti e di violenza indiscriminata, il Tribunale, nel richiamare le risultanze dell’ultimo rapporto di Amnesty International e del rapporto Easo del 2018, ha affermato che “non si registrano violenze contro gli induisti nel 2010” (anno in cui il ricorrente ha lasciato il Bangladesh), che gli altri culti sono tollerati e che non è segnalato alcun episodio di violenza, “sicchè bisogna risalire al 2016, ossia a tre anni fa per avere notizie di simili eventi”, nonchè ha escluso, in base alle fonti citate nel decreto, la presenza di gruppi terroristici armati nel Paese, rilevando, altresì, la mancata denuncia da parte del ricorrente di specifiche connivenze tra la polizia locale e gli avversari politici che lo avrebbero minacciato in occasione di manifestazioni pubbliche.

5.2. Tanto premesso, in ordine alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), (secondo motivo – per refuso nella rubrica è indicata la lett. c), il giudizio di non credibilità è genericamente censurato in ricorso, senza critiche specifiche alla ricostruzione effettuata dal Tribunale, che, con motivazione idonea (Cass. S.U. n. 8053/2014), ha esplicitato le ragioni del proprio convincimento, effettuando un accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, al di fuori delle ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non denunciate nella specie (Cass. n. 3340/2019 e successive conformi). Non vi è ragione dl attivare i poteri di istruzione officiosa se questi sono finalizzati alla verifica di fatti o situazioni di carattere generale che, in ragione della non credibilità della narrazione del richiedente, non è possibile poi rapportare alla vicenda personale di questo. In casi siffatti, una indagine nel senso indicato si manifesta inutile proprio in quanto il rischio prospettato dall’istante, siccome riferito a fatti non dimostrati, difetterebbe comunque di concretezza e non potrebbe mai presentare il richiesto grado di personalizzazione (Cass. n. 16925/2018 e Cass. n. 14283/2019). Nel caso in esame, il Tribunale ha, peraltro e in ogni caso, esercitato i poteri istruttori ufficiosi, escludendo, in base alle fonti di conoscenza citate, la sussistenza attuale della lamentata persecuzione religiosa, onde ulteriormente corroborare la valutazione di non credibilità delle ragioni di fuga, avvenuta nel 2010, e dell’inverosimiglianza della narrazione. E’, dunque, del tutto infondlata la doglianza sul mancato esercizio dei poteri istruttori ufficiosi, che nella specie neppure avrebbero dovuto essere attivati stante l’inverosimiglianza del narrato, sicchè, in ogni caso, il confronto e il contraddittorio sulle fonti di conoscenza non rileva nel senso prospettato in ricorso. Ad ogni buon conto, del tutto infondato è anche l’assunto circa la “natura privata” e la conseguente non utilizzabilità, ai fini che qui interessano, dei rapporti di Amnesty International, atteso che l’indicazione delle fonti di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, non ha carattere esclusivo, ben potendo le informazioni sulle condizioni del Paese estero essere tratte da concorrenti canali di informazione, quali ad esempio, i siti internet delle principali organizzazioni non governative attive nel settore dell’aiuto e della cooperazione internazionale (cfr. Cass. n. 13253/2020). A ciò si aggiunga che non solo è lo stesso ricorrente a richiamare il rapporto di Amnesty International (pag. 26 ricorso), ma ha anche allegato al ricorso il rapporto del 2014-2015 (pag. 13), meno aggiornato di quello citato dal Tribunale, nonchè estratti di informazioni tratte dal sito (OMISSIS), che sono di carattere generale e dirette a chi si sposta per turismo o lavoro (sconsigliate zone di frontiera e spostamenti e piedi, raccomandazioni di cautela per evitare luoghi di assembramenti e proteste, rischio sismico e sanitario), oltre che da alcuni siti internet viedifuga e fides (pag. 31 ricorso).

5.3. In ordine alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (terzo motivo), nel ribadire l’infondatezza dell’assunto circa la “natura privata” dei rapporti di Amnesty International, per quanto infra detto, va rilevato che, per un verso, il ricorrente pare riferirsi solo alla situazione di “violenza indiscriminata verso gli induisti” (pag. 37 ricorso), confusamente sovrapponendo la tutela di cui alla lett. b) con quella ora in disamina, e, per altro verso, si duole della mancanza di confronto e contraddittorio sulle fonti istituzionali (C.O.I.), genericamente richiamando le pag. 9-14 del ricorso di primo grado, senza indicare a quali specifiche fonti si riferisca, quale ne sia il contenuto e quando e come siano state prodotte nel giudizio di primo grado (dall’elenco dei documenti prodotti in allegato al ricorso di primo grado – pag. n. 13 ricorso per cassazione- non risulta il deposito di C.O.I.).

Inoltre il ricorrente non svolge alcuna critica attinente alle risultanze del rapporto Easo 2018, citato nel decreto impugnato.

Le censure in disamina sono, pertanto, inammissibili per genericità, nonchè per difetto di autosufficienza e di critica vincolata.

6. In conclusione, il primo motivo va accolto, rigettati il secondo e il terzo, con la cassazione del decreto impugnato nei limiti del motivo accolto e rinvio della causa al Tribunale di Campobasso, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese di lite del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, rigettati il secondo e il terzo, cassa il decreto impugnato nei limiti del motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Campobasso, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 17 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2021

 

 

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