Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7715 del 18/03/2021

Cassazione civile sez. II, 18/03/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 18/03/2021), n.7715

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26529/2019 proposto da:

E.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARNABA TORTOLINI

30, presso lo studio del Dott. ALFREDO PLACIDI, rappresentato e

difeso dall’avvocato DANIELE ROMITI, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 840/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata 12/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/12/2020 dal Consigliere GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

ritenuto che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– la Corte d’appello di Bologna rigettò l’impugnazione proposta da A.E., avverso la decisione del Tribunale di Bologna, che aveva confermato il provvedimento della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, con la quale era stata disattesa la domanda di protezione avanzata dal richiedente;

ritenuto che quest’ultimo ricorre sulla base di sei motivi avverso la statuizione di cui sopra e che il Ministero dell’Interno è rimasto intimato;

ritenuto che con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendo in sintesi, quanto segue.

– la Corte d’appello aveva giudicato il racconto plausibile e, tuttavia, non rispondente ai criteri di cui all’art. 3 cit., poichè non era stato fornito riscontro ai fatti narrati e non potendosi giustificare l’assenza dei documenti, comprovanti l’identità del richiedente, il quale avrebbe potuto farseli spedire dai suoi familiari residenti in Nigeria;

– una tale affermazione non era condivisibile poichè, per un verso, al più, la deficienza documentale avrebbe dovuto essere supplita dalle attività istruttorie del giudice, improntate al principio di cooperazione probatoria, per altro verso era stato prodotto (in primo e in secondo grado) il certificato di nascita, nuovamente allegato davanti a questa Corte;

– la veridicità della vicenda non era stata mai posta in discussione, sia davanti alla Commissione che al Tribunale (la prima aveva scritto che le dichiarazioni erano “risultate coerenti e plausibili, non discordanti dalle informazioni generali sul paese d’origine” e il secondo aveva sottolineato che la Commissione aveva espresso “un giudizio totalmente positivo sulle dichiarazioni del ricorrente”), di talchè il ricorrente, facendo affidamento su una tale valutazione, non avrebbe avuto motivo di procurarsi ulteriore documentazione e, per altro verso, aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, tempestivamente presentata; considerato che la doglianza merita di essere accolta, dovendosi osservare quanto segue:

a) il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. c), dispone che, l’esame della domanda di protezione internazionale debba effettuarsi su base individuale e contemplare la valutazione “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente, in particolare la condizione sociale, il sesso e l’età, al fine di valutare se, in base alle circostanze personali del richiedente, gli atti a cui è stato o potrebbe essere esposto si configurino come persecuzione o danno grave”;

b) il successivo comma 5, come noto, fissa le regole probatorie speciali della materia: le dichiarazioni devono considerarsi veritiere, pur se non suffragate da prove, ove il richiedente abbia compiuto “ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda”, se tutti gli elementi in suo possesso siano stati prodotti o è stata fornita idonea spiegazione sulla mancanza di “altri elementi significativi”, se le stesse “sono ritenute coerenti e plausibili e non sono in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso di cui si dispone”, se, il richiedente ha tempestivamente presentato la domanda, salvo giustificato motivo, se, infine, “dai riscontri effettuati il richiedente è, in generale, attendibile”;

c) il ricorrente aveva narrato di essere figlio di madre cristiana e di padre musulmano, di avere vissuto fino al (OMISSIS) nella città di (OMISSIS), anno in cui il padre moriva a seguito di un’aggressione ad opera della comunità religiosa e la madre decideva di trasferirsi, insieme all’altro figlio, a (OMISSIS), presso la nonna materna;

rimasto lì fino al (OMISSIS), aveva lasciato la Nigeria per la Libia e poi si era imbarcato per l’Italia, dopo che la madre era morta di parto;

d) la Corte di Bologna, dopo aver escluso che la vicenda integrasse i presupposti per avere diritto al rifugio, afferma che il racconto “pur plausibile, non risponde del tutto ai criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, ai fini del giudizio di veridicità delle dichiarazioni del richiedente”, addebitando, in particolare, a costui il fatto che la vicenda non fosse riscontrata, neppure a riguardo dell’identità del medesimo, il quale avrebbe potuto farsi spedire i documenti necessari dalla nonna materna e dai fratelli rimasti in Nigeria;

e) la decisione ha fatto falsa applicazione dell’art. 3, commi 3 e 5 richiamati, invero, come puntualmente rileva il ricorrente, la Commissione aveva giudicato la narrazione coerente, plausibile, non discordante dalle informazioni generali sul paese d’origine e il Tribunale aveva espresso “giudizio totalmente positivo” (gli atti sono stati allegati al ricorso); la Corte di Bologna, pur non negando la plausibilità del racconto, afferma, come si è visto, la non rispondenza ai criteri di cui al comma 5, ma così non è per “tabulas”, proprio perchè le dichiarazioni risultano essere state espressamente ritenute coerenti, plausibili e in linea con le informazioni generali sul Paese d’origine;

f) sulla base dell’allegazione al ricorso il richiedente aveva documentato la nascita con la produzione del relativo certificato;

g) il giudizio di piena plausibilità della narrazione, espresso dal giudice di primo grado, esonerava il richiedente dal compiere ulteriori sforzi di comprovazione, sforzi che non sarebbero risultati giustificati, non essendo stata posta in dubbio la ragionevole veridicità del racconto, sulla quale il medesimo aveva fatto legittimo affidamento;

considerato che pertanto la sentenza deve essere cassata con rinvio e che il Giudice del rinvio, rivalutando la vicenda, dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “ove le dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale risultino essere state espressamente ritenute coerenti, plausibili e in linea con le informazioni generali sul Paese d’origine (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c) dalla Commissione territoriale o in primo grado, per i processi soggetti al cd. vecchio rito (D.L. n. 13 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g, convertito, con modificazioni, nella L. n. 46 del 2017, il quale ha introdotto nel D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis) – come nel caso in esame -, le stesse non possono essere valutate non veritiere, addebitandosi al richiedente di essere venuto meno all’onere di compiere ogni necessario sforzo di comprovazione”; inoltre, il predetto Giudice dovrà tener conto del certificato di nascita prodotto;

considerato che l’accoglimento del primo motivo importa a declaratoria d’assorbimento degli altri cinque, con i quali il ricorrente denunzia apparenza della motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. e art. 111 Cost., comma 6; violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 3, lett. e) e g) e art. 4; omesso esame di un fatto controverso e decisivo; violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8,D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 2, lett. b) e c), D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, omesso esame di un fatto controverso e decisivo;

considerata l’opportunità di rimettere al giudizio di rinvio il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

accoglie il primo motivo del ricorso e dichiara assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione all’accolto motivo e rinvia alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione, anche per il

regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2021

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