Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7715 del 06/04/2020

Cassazione civile sez. I, 06/04/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 06/04/2020), n.7715

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9181/2018 proposto da:

M.B., elettivamente domiciliato in Milano, alla Via

Lamarmora n. 42, presso lo studio dell’avvocato Stefania Santilli,

che lo rappresenta e difende in forza di procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma,

alla Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura Generale Dello

Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il Decreto n. 439/2018 del Tribunale di Brescia;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/11/2019 dal Consigliere Dottoressa Irene Scordamaglia.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. M.B., cittadino (OMISSIS), ricorre avverso il decreto n. 439/2018, depositato in data 12 febbraio 2018, con il quale il Tribunale di Brescia ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla locale Commissione territoriale.

2. Il ricorso per cassazione è affidato a quattro motivi.

2.1. Con il primo motivo è denunciata l’illegittimità costituzionale del D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46, sostenendosi che il ricorso al decreto legge, ai fini dell’introduzione di disposizioni in materia di diritti fondamentali, si pone in contrasto con l’art. 77 Cost., anche in relazione alla L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 15 per mancanza dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza, comprovata anche dalla presenza di norme non suscettibili d’immediata applicazione, e per disomogeneità delle disposizioni introdotte, che includono nella competenza delle Sezioni specializzate in materia di immigrazione tutte le controversie riguardanti i cittadini stranieri; che, inoltre, la disciplina introdotta dal D.L. n. 13 citato contrasta con i principi del contraddittorio e del giusto processo sanciti dall’art. 111 Cost., in quanto, assoggettando i giudizi in materia di protezione internazionale al rito camerale, introduce nell’ordinamento processuale un modello di procedimento finora non previsto per la trattazione di controversie in materia di diritti fondamentali, le cui caratteristiche consistenti nella previsione di un unico grado di merito, della trattazione scritta e di un’udienza meramente eventuale -, comportano uno svuotamento delle garanzie difensive.

2.2. Con il secondo motivo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, il vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 2, 3, 4,5,6,7, e D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 27 e artt. 2 e 3 CEDU, e il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, sul rilievo che il giudice censurato, nello scrutinare i rilievi di ricorso avverso la decisione della Commissione territoriale di diniego del riconoscimento dello status di rifugiato, si sarebbe limitato ad escluderne i presupposti rendendo una motivazione errata in diritto e, comunque, apparente, vuoi perchè disancorata dagli indici sintomatici della persecuzione allegata, segnatamente la sottoposizione a trattamenti discriminatori in senso alla famiglia, in ragione del rifiuto di frequentare la scuola coranica, e a pratiche disciplinari, in seno alla scuola coranica, sproporzionate (che includevano l’uso della violenza alla persona) e, comunque, in contrasto con le esigenze di corretto sviluppo psicofisico del fanciullo (sottoposizione ad un lavoro duro), vuoi perchè dimentica di fatti decisivi riguardanti l’età del fratello del deducente e le angherie subite nella scuola coranica.

2.3. Con il terzo motivo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, il vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, art. 3, comma 5, art. 14 e D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, artt. 8 e 27, artt. 2, 3, 6 e 13 CEDU, art. 47 della Carta del diritto fondamentali dell’Unione Europea e art. 46 Direttiva Europea n. 32/2013, e il vizio di omesso esame di fatti decisivi, sul rilievo che il giudice censurato, nello scrutinare i rilievi di ricorso avverso il diniego da parte della Commissione territoriale del riconoscimento della protezione sussidiaria, non solo non aveva dato conto di avere riesaminato le dichiarazioni del richiedente alla stregua del protocollo procedimentale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, ar5t. 3, comma 5, ma non aveva neppure valutato le dichiarazioni medesime alla luce delle informazioni officiosamente acquisite in ordine al rispetto dei diritti umani in (OMISSIS).

2.4. Con il quarto motivo è denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, il vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,4,7,14,16,17; D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, artt. 8, 10 e 32 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 sul rilievo che il giudice censurato, nello scrutinare i rilievi avverso il diniego della invocata protezione umanitaria, si sarebbe limitato ad escluderne i presupposti rendendo una motivazione errata in diritto e, comunque, apparente, perchè disancorata dagli indicatori fattuali di una specifica situazione di vulnerabilità accusata dal richiedente ed avrebbe omesso di esaminare un fatto decisivo per il giudizio, rappresentato dall’impossibilità del deducente di essere accolto nel nucleo familiare in cui vivevano la madre e il fratello e di un proficuo reinserimento nel tessuto sociale del (OMISSIS), in considerazione della situazione di grave disagio economico e di mancato riconoscimento dei diritti fondamentali vissuta dalla popolazione di quel Paese.

2. L’Amministrazione intimata si è costituita in giudizio ed ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso deve essere respinto.

1. Il primo motivo è infondato.

1.1 La questione di legittimità costituzionale delle norme del D.L. 17 febbraio 2017, n. 13 sollevata in riferimento agli art. 77 Cost., comma, è stata già esaminata da questa Corte e ritenuta manifestamente infondata, in virtù dell’osservazione che la disposizione transitoria dettata dal D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, che differisce di centottanta giorni dall’emanazione del decreto l’entrata in vigore del nuovo rito, non si pone in contrasto con i requisiti di straordinaria necessità ed urgenza che presiedono all’emanazione dei decreti legge, essendo connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale volto a consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime (Sez. 1 – n. 28119 del 05/11/2018, Rv. 651799 – 02; Sez. 1 -, n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521 – 01).

1.2. La stessa questione è stata ritenuta manifestamente infondata anche in relazione all’art. 111 Cost., in virtù del rilievo che il rito camerale di cui all’art. 737 c.p.c. e ss., previsto anche per la trattazione di controversie in materia di diritti e di status, è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non venga fissata l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata soltanto alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in assenza della trattazione orale le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte (Sez. 1 -, n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521 – 01). Inoltre, l’imposizione del rito camerale non contrasta con i principi costituzionali invocati neppure in relazione alla prevista non reclamabilità del decreto di primo grado, trovando la stessa ragionevole giustificazione nell’esigenza di accelerare la definizione dei giudizi in questione, aventi ad oggetto diritti fondamentali, ed essendo rimessa alla discrezionalità del legislatore la scelta di escludere l’appellabilità della decisione di primo grado, con riguardo ai giudizi che sollecitano una pronta soluzione, dal momento che la garanzia del doppio grado di giurisdizione di merito non trova copertura generalizzata a livello costituzionale (Corte Cost., sent. n. 199 del 2017 e 243 del 2014; ord. n. 42 del 2014).

2. Il secondo motivo è inammissibile.

2.1. Il Tribunale di Brescia ha escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento al cittadino garnbiano ricorrente dello status di rifugiato, apprezzando – all’esito della sua rinnovata audizione – come fortemente generiche ed inverosimili e, comunque, attinenti ad una vicenda privata – il diverbio avuto con lo zio patrigno circa la scuola da frequentare – le sue dichiarazioni in ordine alle ragioni che lo avevano indotto ad abbandonare il suo paese, così da imprimere al racconto un carattere di assoluta inattendibilità.

2.2. Invero, requisito essenziale per il riconoscimento dello status di rifugiato è, il fondato timore di persecuzione “personale e diretta” nel Paese d’origine del richiedente, a causa della razza, della religione, della nazionalità, dell’appartenenza ad un gruppo sociale ovvero per le opinioni politiche professate. Il relativo onere probatorio – che riceve un’attenuazione in funzione dell’intensità della persecuzione – incombe sull’istante, per il quale è tuttavia sufficiente dimostrare, anche in via indiziaria, la credibilità dei fatti allegati, i quali, peraltro, devono avere carattere di precisione, gravità e concordanza (Sez. 6 – 1, n. 14157 del 11/07/2016, Rv. 640261 – 01; Sez. 6 – 1, n. 10177 del 10/05/2011, Rv. 618255 – 01; Sez. 1, n. 18353 del 23/08/2006, Rv. 591535 – 01).

2.3. Al lume di tale indicazione direttiva, la doglianza con la quale il ricorrente lamenta la mancata sussunzione delle vessazioni subite, dapprima da parte patrigno, che voleva costringerlo a frequentare la scuola coranica, e poi nell’ambito di quest’ultima, suo malgrado frequentata, nel concetto di persecuzione, sub specie di violazione dei diritti fondamentali dell’infanzia (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, lett. f), è generica, posto che la valutazione di non credibilità e inattendibilità della narrazione del richiedente asilo (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c) integra una autonoma e autosufficiente ratio decidendi del provvedimento impugnato che, se, come in questo caso, inammissibilmente censurata, è destinata a consolidarsi e a precludere, in sede di impugnazione, lo scrutinio dei motivi inerenti i profili sostanziali della domanda di protezione, rendendola di per sè non accoglibile, poichè non sussistono elementi sui quali concretamente basare una decisione in senso positivo (Sez. 1, n. 15794 del 12/06/2019, Rv. 654624 – 02).

2.4. Quanto, poi, all’omesso esame di fatti decisivi, oggetto di discussione tra le parti, segnatamente l’età del fratello del deducente e le vessazioni subite nell’ambito della scuola coranica (la madrassa), occorre riconoscere che si tratta di circostanze o che non hanno la capacità di condurre ad un diverso esito decisorio o che sono dedotte senza la necessaria specificità. Con la questione dell’età del fratello, infatti, il ricorrente tenta di suggerire una non consentita valutazione alternativa di un elemento di fatto, singolarmente considerato, mentre l’errore revocatorio nel quale sarebbe incorso il Tribunale con riferimento ai maltrattamenti e allo sfruttamento lavorativo subito nella madrassa non appare sufficientemente suffragato dal tenore delle dichiarazioni rese dal deducente, sia dinanzi alla Commissione territoriale che al Tribunale, in esse avendo egli riferito che:” In quei posti si lavora tanto e si studia” e che ivi aveva subito punizioni corporali anche di significativa entità, senza tuttavia allegare alcunchè in ordine ad una abituale sottoposizione ad un regime di vita afflittivo e vulnerante della dignità personale, ricomprendente anche lo sfruttamento lavorativo.

3. Il terzo motivo è inammissibile.

3.1. Le doglianze con le quali il ricorrente lamenta il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, (lett. b) e c)) in relazione all’allegato pericolo di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti da parte del patrigno e, comunque, di subire gli effetti della situazione generale e sociale del (OMISSIS), tutt’ora caratterizzato da una situazione di grave violazione dei diritti umani, in ragione del mancato adempimento da parte del Tribunale degli obblighi di cooperazione istruttoria ufficiosa discendenti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, replicano le deduzioni articolate con il secondo motivo ovvero non si confrontano adeguatamente con la ratio decidendi della statuizione del Tribunale sul punto.

3.2. Per quanto concerne la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) è evidente che la concessione di tale misura di protezione è condizionata dall’attendibilità dei fatti narrati dal richiedente, nella specie esclusa dal giudice di merito, come dianzi evidenziato. Peraltro, se è vero che il diritto alla protezione sussidiaria non può essere escluso dalla circostanza che a provocare il danno grave per il cittadino straniero siano soggetti privati qualora nel Paese d’origine non vi sia un’autorità statale in grado di fornirgli adeguata ed effettiva tutela, con conseguente dovere del giudice di effettuare una verifica officiosa sull’attuale situazione di quel Paese e, quindi, sull’eventuale inutilità di una richiesta di protezione alle autorità locali (Sez. 6 – 1, n. 3758 del 15/02/2018, Rv. 647370; Sez. 6 -, n. 16356 del 03/07/2017, Rv. 644807 – 01), è, tuttavia, evidente che l’attivazione di tale verifica officiosa presuppone il corretto adempimento da parte dell’interessato dell’onere di allegazione del fatto di non essere riuscito ad ottenere protezione dalle autorità statuali, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, lett. c): profilo decisivo, questo, sul quale nulla è stato dedotto dal ricorrente e che, peraltro, risulterebbe non corredato dal necessario interesse, in virtù del rilievo, compiuto dal Tribunale e non specificamente contrastato, secondo il quale il pericolo di trattamenti inumani da parte del patrigno del ricorrente sarebbe stato eliso dalla interruzione, anteriore alla fuga dal (OMISSIS), della loro convivenza.

3.3. Per quanto concerne, poi, la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) va ribadito che, anche in riferimento a tale forma di protezione, il ricorrente ha l’onere di allegare i fatti costitutivi del diritto azionato (Sez. 6 – 1, n. 19197 del 28/09/2015, Rv. 637125 01), di modo che solo quando lo straniero richiedente vi abbia correttamente adempiuto sorge il potere- dovere del giudice di accertare anche d’ufficio se, ed in quali limiti, nel Paese straniero di origine dell’istante si registrino fenomeni di violenza indiscriminata, in situazioni di conflitto armato interno o internazionale, che espongano i civili a minaccia grave e individuale alla vita o alla persona, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 14, lett. c), (Sez. 1-, n. 3016 del 31/01/2019, Rv. 652422 01; Sez. 6 – 1, n. 27336 del 29/10/2018, Rv. 651146 – 01).

Poichè nel provvedimento impugnato si è dato atto che il ricorrente non aveva mai “lontanamente allegato” che, in caso di rimpatrio, avrebbe rischiato la vita o l’incolumità personale a causa di una situazione generalizzata o indiscriminata di violenza nel Paese di origine, comunque congruamente esclusa dal Tribunale come esistente in (OMISSIS) attraverso la verifica officiosa di qualificate fonti di informazioni, la censura sul punto è generica.

4. Il quarto motivo è generico.

i rilievi articolati in punto di diniego della protezione umanitaria risultano meramente enunciativi di proposizioni astratte, del tutto svincolate da qualsivoglia concreto riferimento alla specifica vicenda per cui è processo.

In particolare, essi non si misurano affatto con la ratio decidendi della statuizione censurata, che ha negato la protezione umanitaria osservando come non risultassero allegati, nè altrimenti comprovati, seri motivi umanitari connessi ad una situazione di particolare vulnerabilità del richiedente, nè elementi attestanti una situazione del (OMISSIS) tale da dar luogo, sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali della persona, ad una radicale negazione di essi.

5. Segue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente, siccome soccombente, al pagamento delle spese processuali in favore della controricorrente, liquidate in Euro 2.100, oltre SPAD. L’ammissione del ricorrente al gratuito patrocinio determina l’insussistenza dei presupposti per il versamento dell’importo previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 oltre alle spese prenotate a debito. Non sussistono i presupposti per il versamento dell’importo previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2020

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