Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7699 del 18/03/2021

Cassazione civile sez. I, 18/03/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 18/03/2021), n.7699

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17687/2019 proposto da:

D.P., elettivamente domiciliato in Roma Via Barnaba Tortolini

n. 30, presso lo studio dell’avvocato Alessandro Ferrara, che lo

rappresenta e difende in forza di procura speciale a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, – Commissione territoriale per il

riconoscimento della protezione internazionale di Caserta;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2412/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 06/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, D.P., cittadino del (OMISSIS), ha adito il Tribunale di Napoli impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Con ordinanza del 20/10/2017 il Tribunale ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. L’appello proposto da D.P. è stato rigettato dalla Corte di appello di Napoli, a spese compensate, con sentenza del 6/5/2019, affermando la genericità dell’impugnazione, reputata al limite dell’ammissibilità, perchè limitata a una astratta enunciazione di massime giurisprudenziali e considerazioni geopolitiche, scollegate dal provvedimento impugnato.

3. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso D.P., con atto notificato il 3/6/2019, svolgendo unico motivo. L’intimata Amministrazione dell’Interno non si è costituita.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4, 5, nonchè art. 14 e art. 19, comma 2, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 11, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 4, nonchè agli artt. 2,10 e 117 Cost..

1.1. Il ricorrente ricorda di aver lasciato il Bangladesh insieme al padre, per recarsi in Libia a causa delle enormi difficoltà economiche indotte dal violento conflitto fra induisti e musulmani, che aveva causato l’impossibilità di restituire un prestito contratto per lo svolgimento di una attività commerciale; di aver subito continui furti e rapine dalla maggioranza musulmana a causa della sua fede indù; che la sua famiglia era stata ridotta allo stremo; di essere stato costretto ad espatriare in Libia alla ricerca di un lavoro, da cui poi era salpato per l’Italia in seguito allo scoppio della guerra civile.

Il ricorrente assume che i Giudici di primo e di secondo grado avevano indebitamente circoscritto la sua vicenda a una mera migrazione economica, senza considerare, nella prospettiva della protezione umanitaria richiesta, il dedotto contesto di spoliazione dei diritti umani socio-economici più elementari (indicati nell’accesso alla terra, nel diritto al cibo, nell’accesso all’acqua e ai servizi socio sanitari, nel diritto all’abitazione) che inducevano uno stato di sostanziale vulnerabilità sociale, e omettendo, fra l’altro, di rapportare tale situazione di deprivazione al conflitto di matrice etnico-religiosa in atto fra la maggioranza musulmana e la minoranza induista.

Secondo il ricorrente, era mancata inoltre nella sentenza impugnata la debita valutazione del pregiudizio, anche psicologico, scaturente dallo sradicamento dal contesto italiano di accoglienza in cui il richiedente asilo si era radicato stabilmente (contratto di lavoro domestico del 15/10/2016, con relativa comunicazione UNILAV; contratto di locazione 10/7/2018 di abitazione a (OMISSIS); certificato CPIA Avellino; attestato di licenza conclusivo primo ciclo di istruzione in lingua italiana).

2. Il motivo è fondato e va accolto.

2.1. Secondo le Sezioni Unite di questa Corte, il diritto alla protezione umanitaria, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta ad ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile. Ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro presentazione, ma in tale ipotesi l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari, valutata in base alle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto decreto legge (Sez. U., n. 29459 e 29460 del 13/11/2019, Rv. 656062-01).

2.2. Inoltre, sempre secondo le Sezioni Unite (Sez. U., n. 29459 29460 del 13/11/2019, Rv. 656062-02), l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali rende necessario assegnare rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.

Non può, peraltro, essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari considerando, isolatamente e astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza, perchè si prenderebbe altrimenti in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, di per sè inidonea al riconoscimento della protezione umanitaria.

2.3. Nella fattispecie la Corte partenopea ha totalmente omesso di procedere al necessario giudizio comparativo per valutare se il rimpatrio potesse determinare una intollerabile privazione dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale, tenuto conto dello sradicamento del richiedente asilo dal contesto italiano in cui assumeva di essersi positivamente integrato sotto il profilo sociale e lavorativo (elemento questo considerato erroneamente dalla Corte di appello in modo isolato e non nel contesto del predetto giudizio comparativo).

2.4. Non rileva quindi nella fattispecie l’ulteriore interrogativo posto nel frattempo con ordinanza interlocutoria dell’11/12/2020 n. 28316 da questa Sezione ha ritenuto di investire le Sezioni Unite di questione di massima di particolare importanza, osservando che “alla stregua del corredo normativo e giurisprudenziale che precede, mediante un percorso evolutivo ulteriore rispetto a quello tracciato dalle Sezioni Unite del 2019, ma sempre col sostegno dell’art. 8 CEDU e nel solco di principi già affermati, peraltro valorizzato dal legislatore nel D.L. n. 130 del 2020, può ritenersi che, nelle ipotesi considerate e a date condizioni, il vulnus possa conseguire direttamente, anche, proprio dall’allontanamento del cittadino straniero dal paese di accoglienza. Infatti, a fronte di una situazione di “stabile insediamento”, per usare la stessa espressione della Corte EDU, da accertarsi secondo precisi parametri connessi alla durata, stabilità e consistenza qualitativa della condizione di permanenza in Italia, l’allontanamento può configurarsi come evento idoneo a provocare la lesione dei diritti umani fondamentali che connotano il “radicamento” dello straniero nel paese di accoglienza e dei quali il richiedente risulterebbe privato nel paese di origine. Dunque, la vulnerabilità, in questa ipotesi, può scaturire dallo “sradicamento” del cittadino straniero che, col tempo, abbia trovato nel paese ospitante una stabile condizione di vita, da intendersi riferita non solo all’inserimento lavorativo, che è indice indubbiamente significativo, ma anche ad altri ambiti relazionali rientranti nell’alveo applicativo dell’art. 8. Si ritiene, in conclusione, d’investire le Sezioni Unite della questione di massima di particolare importanza avente ad oggetto la configurabilità del diritto alla protezione umanitaria, nella vigenza del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 ed in continuità con la collocazione nell’alveo dei diritti umani inviolabili ad esso attribuita dalla recente pronuncia n. 24159 del 2019, quando sia stato allegato ed accertato il “radicamento” effettivo del cittadino straniero, fondato su decisivi indici di stabilità lavorativa e relazionale, la cui radicale modificazione, mediante il rimpatrio, possa ritenersi idonea a determinare una situazione di vulnerabilità dovuta alla compromissione del diritto alla vita privata e/o familiare ex art. 8 CEDU, sulla base di un giudizio prognostico degli effetti dello “sradicamento” che incentri la valutazione comparativa sulla condizione raggiunta dal richiedente nel paese di accoglienza, con attenuazione del rilievo delle condizioni del paese di origine non eziologicamente ad essa ricollegabili”.

3. In ragione dell’accoglimento del motivo di ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con il rinvio alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte;

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2021

 

 

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