Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7691 del 06/04/2020

Cassazione civile sez. trib., 06/04/2020, (ud. 12/12/2019, dep. 06/04/2020), n.7691

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. ANTEZZA Fabio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13485/2014 R.G. proposto da:

EDILCOSTRUZIONI s.n.c. DEI F.LLI C.S. E M. (C.F. e P.

IVA: (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avv. Olinto Raffaele Valentini, con

domicilio eletto presso l’Avv. Gemma Paternostro, con studio in Roma

in via Girolamo da Carpi n. 6;

– ricorrente –

nonchè da:

C.S., nato ad Andria il (OMISSIS), in proprio,

rappresentato e difeso dall’Avv. Olinto Raffaele Valentini, con

domicilio eletto presso l’Avv. Gemma Paternostro, con studio in Roma

in via Girolamo da Carpi n. 6;

– ricorrente –

Da:

C.M., nato ad Andria il 7 aprile 1960, rappresentato e

difeso dall’Avv. Olinto Raffaele Valentini, con domicilio eletto

presso I’Avv. Gemma Paternostro, con studio in Roma in via Girolamo

da Carpi n. 6;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12, domicilia;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Puglia n. 114/06/2013, pronunciata il 17 settembre 2013 e depositata

il 19 novembre 2013;

udita la relazione svolta nell’adunanza camerale del 12 dicembre 2019

dal Consigliere Fabio Antezza.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. EDILCOSTRUZIONI s.n.c. DEI F.LLI C.S. E M. nonchè C.S. (in proprio) e C.M. ricorrono con cinque motivi per la cassazione della sentenza, indicata in epigrafe, di accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia delle Entrare (“A.E.”) avverso la sentenza n. 161/11/2012 emessa dalla CTP di Bari.

2. Per quanto ancora rileva nel presente giudizio, il Giudice di primo grado accolse aveva parzialmente l’impugnazione proposta dai detti contribuenti avverso avvisi di accertamento IRAP e IVA 2006, 2007 e 2008 (emessi nei confronti della società) ed avvisi di accertamento IRPEF 2006, 2007 e 2008 (emessi nei confronti dei due citati soci) conseguenti all’accertamento, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 39, comma 1, lett. d), di un maggiore reddito d’impresa con riferimento alla vendita di unità immobiliari. In particolare, la CTP aveva ridusse la ripresa a tassazione limitandola alle ipotesi provate da dichiarazioni rese dagli acquirenti.

3. La CTR, con la sentenza oggetto di attuale impugnazione, in accoglimento dell’appello principale dell’Amministrazione, riformò la sentenza di primo grado, ritenendo provato il maggior importo di cui alla rettifica

Nel dettaglio, in merito alla rettifica con metodo analitico-induttivo, la Commissione regionale ritenne la sussistenza delle attività non dichiarate (derivanti dai maggiori importi delle relative alienazioni) ed il loro accertato ammontare sulla base non dei meri valori O.M.I. (pur considerati) ma in ragione di un procedimento logico-inferenziale fondante su presunzioni semplici di riscontrata gravità, precisione e concordanza. Trattavasi, in particolare, anche, oltre ai detti valori OMI: del prezzo di vendita degli immobili di poco superiori a quelli di costruzione, anche in relazione agli studi di settore; della sussistenza di mutui ipotecari per importi superiori al prezzo di compravendita e dei valori riportati nelle perizie finalizzate ai detti mutui. A fronte di quanto innanzi, la Commissione regionale, per converso, ritenne non assolto l’onere gravante in capo ai contribuenti di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate.

4. Contro la sentenza d’appello la società ed i due soci innanzi citati ricorrono con cinque motivi affidati ad atto unico, sostenuti da memoria (prospettante anche la rilevanza esterna di altro giudicato tra le stesse parti), mentre l’A.E. si difende con controricorso (prospettando anche profili di inammissibilità delle censure).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso non merita accoglimento, dovendo peraltro essere rigettata l’eccezione di giudicato esterno sollevata dai ricorrenti con memoria. La sentenza alla quale i ricorrenti vorrebbero attribuire efficacia esterna di giudicato con riferimento al presente procedimento (prodotta in giudizio), difatti, inerisce un differente avviso di accertamento (relativo all’esercizio 2005) e con essa, all’esito di un giudizio di fatto fondante su elementi precipui e valutazioni probatorie, è stata ritenuta la rideterminazione del reddito d’impresa troppo ancorata ai valori OMI.

2. Con il motivo n. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si deduce l'”illegittimità della sentenza impugnata per omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia”, non avendo la CTR statuito in merito allo specifico motivo d’appello inerente la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 5 (per “eccessiva durata delle indagini fiscali”).

2.1. La doglianza in esame è inammissibile sotto plurimi profili.

In primo luogo, con essa sostanzialmente si prospetta un’omessa pronuncia ma in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (in luogo del diverso n. 4) e senza la deduzione della nullità della sentenza quale conseguenza dell’error in procedendo.

Per altro verso, vi è carenza di interesse in capo ai ricorrenti con riferimento alla specifica questione sottoposta all’esame della CTR, in ragione di consolidato principio già sancito da questa Corte e dal quale non vi sono motivi per discostarsi.

Dallo svolgimento del processo di cui alla sentenza impugnata emerge che, effettivamente, con l’appello incidentale i contribuenti hanno sindacato la statuizione di primo grado con riferimento alla mancata ritenuta illegittimità degli atti impositivi per violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 5, e che in merito il Giudice nulla ha statuito.

In tema di verifiche tributarie, però, la violazione del termine di permanenza degli operatori dell’Amministrazione finanziaria presso la sede del contribuente, previsto dalla citato L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 5, non determina la sopravvenuta carenza del potere di accertamento ispettivo, nè l’invalidità degli atti compiuti o l’inutilizzabilità delle prove raccolte, atteso che nessuna di tali sanzioni è stata prevista dal legislatore, la cui scelta risulta razionalmente giustificata dal mancato coinvolgimento di diritti del contribuente costituzionalmente tutelati (ex plurimis: Cass. sez. 5, 27/01/2017, n. 2055, Rv. 642459-01; Cass. sez. 5, 15/04/2015, n. 7584, Rv. 635175-01; Cass. sez. 5, 17/07/2014, n. 16323, Rv. 632188-01).

3. I restanti motivi di ricorso sono suscettibili di trattazione congiunta, in ragione della connessione delle questioni inerenti i relativi oggetti.

3.1. Con i motivi nn. 2 e 3, si deducono, rispettivamente, l'”illegittimità della sentenza per mancanza assoluta di motivazione” (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nonchè (motivo n. 3) l'”illegittimità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4″.

Con i motivo nn. 4 e 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si deducono, rispettivamente, “violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54” (motivo n. 4) e “dell’art. 2697 c.c.”.

Nonostante la tecnica redazionale utilizzata tanto per la formulazione delle rubrica quanto per l’articolazione delle doglianze, con i motivi in esame, in sintesi, tralasciando valutazioni di merito che i ricorrenti vorrebbero inammissibilmente sostituire a quelle del Giudice, ci si duole della circostanza per la quale la CTR avrebbe solo apparentemente motivato in ordine alla fondatezza delle riprese e, comunque, avrebbe argomentato dai meri valori OMI in assenza di indizi gravi, precisi e concordanti, così finendo anche con l’invertire gli oneri probatori governanti in capo a contribuente ed Amministrazione e governanti la materia dell’accertamento analitico-induttivo.

3.2. I motivi dal secondo al quinto non sono fondati, oltre a presentare taluni profili di inammissibilità laddove tendono a sostituire a quelle del Giudice di merito proprie valutazioni di fatto (anche probatorie) oltre che per la prospettazione, con la terza censura, di un error in procedendo in realtà neanche minimamente paventato, e per difetto di specificità (in termini di autosufficienza) per la mancata trasposizione (ancorchè indiretta) degli atti impositivi nella loro parte essenziale al fine di far comprendere le doglienze.

Nel merito (cassatorio) deve invece rilevarsi che, come sintetizzato in sede di ricostruzione dei fatti di causa, la CTR fonda la statuizione su motivazione reale e non apparente. Essa, difatti, ritiene provata la sussistenza delle attività non dichiarate (derivanti dai maggiori importi delle relative alienazioni) ed il loro accertato ammontare sulla base non dei meri valori 0.M.I. (pur considerati) ma in ragione di un procedimento logico-inferenziale fondante su presunzioni semplici di riscontrata gravità, precisione e concordanza. Trattasi, in particolare, anche, oltre ai detti valori OMI: del prezzo di vendita degli immobili di poco superiori a quelli di costruzione, anche in relazione agli studi di settore; della sussistenza di mutui ipotecari per importi superiori al prezzo di compravendita e dei valori riportati nelle perizie finalizzate ai detti mutui. A fronte di quanto innanzi, la Commissione regionale, per converso, ritiene non assolto l’onere gravante in capo ai contribuenti di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate.

3.3. Sicchè, la sentenza impugnata, oltre ad essere sul punto congruamente motivata, applica correttamente i principi governati la materia inerente l’accertamento analitico-induttivo (accertamento cd. misto), come sanciti da questa Corte.

In tema di accertamento induttivo, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, comma 3, come modificati dalla L. n. 88 del 2009, art. 24, hanno effetto retroattivo, in considerazione della finalità della citata L. n. 88 di adeguare l’ordinamento interno a quello comunitario, sicchè, venuta meno ex tunc la presunzione legale relativa di corrispondenza del corrispettivo effettivo al valore normale del bene, introdotta nei menzionati D.L. n. 223 del 2006, artt. 39 e 54 (conv., con modif., dalla L. n. 248 del 2006) la prova dell’esistenza di attività non dichiarate può essere desunta anche sulla base di presunzioni semplici, purchè gravi, precise e concordanti (ex plurimis: Cass. sez. 5, 18/11/2016, n. 23485, Rv, 641876-01; Cass. sez. 5, 15/03/2017, n. 6736, Rv. 643594-01; Sez. 6, n. 21/03/2018, n. 7025, Rv. 647552-01, per la quale l’accertamento analitico induttivo presuppone, a differenza di quello induttivo “puro”, che la documentazione contabile sia nel complesso attendibile, sicchè la ricostruzione fondata sulle presunzioni semplici, di cui al citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), non ha ad oggetto il reddito nella sua totalità, ma singoli elementi attivi e passivi, dei quali risulta provata aliunde la mancanza o l’inesattezza).

In detta materia, peraltro, l’atto di rettifica, qualora l’Ufficio abbia sufficientemente motivato, specificando gli indici di inattendibilità dei dati relativi ad alcune poste di bilancio e dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, è assistito da presunzione di legittimità circa l’operato degli accertatori, nel senso che null’altro l’Ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte. Nelle condizioni di cui innanzi, grava quindi sul contribuente l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate, anche in relazione alla contestata antieconomicità delle stesse, senza che sia peraltro sufficiente invocare l’apparente regolarità delle annotazioni contabili, perchè proprio una tale condotta è di regola alla base di documenti emessi per operazioni inesistenti o di valore di gran lunga eccedente quello effettivo (ex plurimi, tra le più recenti: Cass. sez. 5, 31/10/2018, n. 27804, Rv. 651084-01; si veda, altresì Cass. sez. 5, 22/12/2017, n. 30803, Rv. 646681-01, la quale chiarisce che il convincimento del giudice in ordine alla sussistenza di maggiori ricavi non dichiarati da un’impresa commerciale può fondarsi anche su una sola presunzione semplice, purchè grave e precisa).

Con particolare riferimento poi ai c.d. valori OMI, nella specie valutati dalla CTR in uno con gli innanzi evidenziati elementi posti a fondamento del procedimento inferenziale da essa motivato, questa Corte ha costantemente precisato che nell’ipotesi di contestazione di maggiori ricavi derivanti dalla cessione di beni immobili, la reintroduzione, con effetto retroattivo, della presunzione semplice, ai sensi della L. n. 88 del 2009, art. 24, comma 5 (legge comunitaria 2008), che ha modificato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, sopprimendo la presunzione legale (relativa) di corrispondenza del prezzo della compravendita al valore normale del bene, introdotta dal D.L. n. 223 del 2006, art. 35 (conv. in L. n. 248 del 2006), non impedisce al Giudice tributario di fondare il proprio convincimento su di un unico elemento, purchè dotato dei requisiti di precisione e di gravità. Tale elemento, tuttavia, come nella specie ritenuto dalla CTR, non può, essere costituito dai soli valori OMI, che devono essere corroborati da ulteriori indizi, onde non incorrere nel divieto di presumptio de presumpto (si veda, ex plurimis, Cass. sez. 5, 25/01/2019, n. 2155, Rv. 652213-01; in senso sostanzialmente conforme anche, ex plurimis: Cass. sez. 5, 07/09/2018, n. 21813, Rv. 650330-01; Cass. sez. 5, 12/04/2017, n. 9474, Rv. 643928-01).

4. In conclusione, in ricorsi non meritano accoglimento ed i ricorrenti devono essere condannati, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali inerenti il presente giudizio di legittimità, in favore dell’Amministrazione controricorrente, che si liquidano, in applicazione dei parametri ratione ternporis applicabili anche in considerazione del ricorso congiunto, in complessivi Euro 7.800,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (aggiunto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), deve darsi atto dei presupposti processuali per il versamento, da parte di ciascuno dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto (della medesima L. n. 228 del 2012, ex art. 18 in quanto procedimento civile di impugnazione iniziato dal trentesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della citata L. n. 228 del 2012, cioè a decorrere dal 31 gennaio 2013), restando salve future modifiche per il caso di ricorrente ammesso al patrocinio a spese dello Stato (attualmente all’esame delle Sezioni Unite Civili).

PQM

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali inerenti il presente giudizio di legittimità, in favore dell’Amministrazione controricorrente, che si liquidano in complessivi Euro 7.800,00, oltre alle spese prenotate a debito, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte di ciascuno dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norme dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto, restando salve eventuali future modifiche per il caso di ricorrente ammesso al patrocinio a spese dello Stato, attualmente all’esame delle Sezioni Unite Civili.

Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2019.

Depositato in cancelleria il 6 aprile 2020

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