Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7686 del 30/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 30/03/2010, (ud. 25/02/2010, dep. 30/03/2010), n.7686

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. BANDINI Gianfranco – rel. Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato TRIFIRO SALVATORE, giusta delega a margine

del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.P., B.E. ” M.”, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA TACITO 50, presso lo studio dell’avvocato

COSSU BRUNO, che li rappresenta e difende, giusta delega a margine

del controricorso;

– controricorrenti –

e contro

P.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 349/2005 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 07/05/2005 R.G.N. 570/04;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

25/02/2010 dal Consigliere Dott. BANDINI Gianfranco;

udito l’Avvocato FIORILLO LUIGI;

udito l’Avvocato BOMBOI SAVINA con delega COSSU BRUNO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI Massimo, che ha concluso per inammissibilita’ per I. e

P., accoglimento per B..

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza del 22.3 – 7.5.2005, in parziale riforma della sentenza non definitiva di prime cure, che aveva accolto le domande di accertamento della nullita’ del termine apposto ai contratti conclusi tra la Poste Italiane spa e gli odierni intimati I.P., B.E. ” M.” e P. M., dichiaro’ l’illegittimita’ dell’apposizione del termine al contratto 18.6 – 30.9.1998 stipulato dall’ I., al contratto 10.7 – 30.9.1998 stipulato dal B. e al contratto 2.10 – 31.1.1999 stipulato dal P., con conseguente trasformazione a tempo indeterminato dei relativi rapporti, confermando la sentenza definitiva di primo grado, relativa alle conseguenze risarcitorie.

Per la cassazione di tale sentenza la Poste Italiane spa ha proposto ricorso fondato su sei motivi e illustrato con memoria.

Gli intimati I.P. e B.E. ” M.” hanno resistito con controricorso, illustrato con memoria.

L’intimato P.M. non ha svolto attivita’ difensiva.

In corso di giudizio sono stati depositati i verbali di conciliazione in sede sindacale stipulati tra la ricorrente e gli intimati I. P. e P.M..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Dai ricordati verbali di conciliazione, debitamente sottoscritti dai lavoratori interessati e dal rappresentante della Poste Italiane spa, risulta che le parti hanno raggiunto un accordo transattivo concernente la controversia de qua, dandosi atto dell’intervenuta amichevole e definitiva conciliazione a tutti gli effetti di legge e dichiarando che, in caso di fasi giudiziali ancora aperte, le stesse sarebbero state definite in coerenza con il verbale stesso. Ad avviso del Collegio i suddetti verbali di conciliazione si appalesano idonei a dimostrare l’intervenuta cessazione della materia del contendere nel giudizio di cassazione ed il conseguente sopravvenuto difetto di interesse delle parti a proseguire il processo. Alla cessazione della materia del contendere consegue la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso, in quanto l’interesse ad agire (e, quindi, anche ad impugnare), deve sussistere non solo nel momento in cui e’ proposta l’azione o l’impugnazione, ma anche nel momento della decisione in relazione alla quale, ed in considerazione della domanda originariamente formulata, va valutata la sussistenza di tale interesse (cfr, Cass., SU, n. 25278/2006). Tenuto conto del contenuto dell’accordo transattivo intervenuto tra le parti, si ritiene conforme a giustizia compensare integralmente le spese del giudizio di cassazione tra la ricorrente e l’intimata I.P..

Nulla sulle spese quanto a P.M., stante la mancanza di attivita’ difensiva da parte di quest’ultimo.

2. Per quanto riguarda l’odierno intimato B.E. ” M.” e’ pacifico fra le parti (cfr, sul punto, il ricorso e il controricorso) che il contratto in relazione al quale e’ stata ritenuta l’illegittimita’ del termine e’ stato concluso ai sensi dell’art. 8 CCNL 26.11.1994 per “…necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie, nel periodo giugno – settembre”. La Corte territoriale ha ritenuto che non e’ sufficiente il riferimento alla norma contrattuale, occorrendo la prova concreta – non fornita dalle Poste – dell’esistenza di un nesso di causalita’ tra le assenze motivate da tale titolo in un preciso ufficio e l’assunzione a termine. Tale impostazione e’ stata censurata dalla societa’ ricorrente, la quale rileva come l’interpretazione proposta sconvolge lo scopo dell’ipotesi pattizia e va contro l’intenzione dei contraenti, reintroducendo nella fattispecie contrattuale l’esigenze di ancorare l’assunzione a termine ad un’esigenza sostitutiva strictu sensu (quarto motivo), richiedendo peraltro una prova comunque non necessaria, stante la notorieta’ della diminuzione di personale nel periodo giugno – settembre, tanto che (e parti sociali hanno convenuto sulla esistenza di un problema organizzativo appunto derivante dalle assenze in massa per ferie (quinto motivo).

Questa Corte Suprema (cfr, ex plurimis, Cass., n. 4933/2007), decidendo su una fattispecie sostanzialmente simile a quella in esame (contratto a termine stipulato ex art. 8 c.c.n.l. 26.11.1994, in relazione alla necessita’ di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno – settembre, con riferimento al quale la sentenza di merito aveva affermato la sussistenza dell’obbligo di indicare nel contratto a termine il nome del lavoratore sostituito), ha ritenuto, con affermazioni che ben si attagliano anche al caso di specie, la sussistenza di una violazione di norme di diritto e di un vizio di interpretazione della normativa collettiva. La violazione di norme di diritto e’ stata individuata nella statuizione con la quale la sentenza di merito ha negato che l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva fosse del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie, ponendosi cosi’ in contrasto col principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte (cfr, Cass., SU, n. 4588/2006) secondo cui la configurabilita’ della delega in bianco ai sensi del citato L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23 consente ai sindacati la possibilita’ di individuare figure di contratto a termine non omologhe a quelle previste per legge.

Per quanto concerne il vizio di interpretazione della normativa collettiva e’ stato osservato che la statuizione del giudice del merito, nell’escludere che l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo potesse contemplare, quale unico presupposto per la sua operativita’, l’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie, ha dimostrato una carenza di indagine sull’intenzione espressa dagli stipulanti; ed infatti il quadro legislativo di riferimento avrebbe imposto l’esame del significato delle espressioni usate dalle parti stipulanti, ed in particolare un’indagine sulle ragioni dell’uso di una formula diversa da quella della legge, priva di riferimenti alla sostituzione di dipendenti assenti e ancorata invece alla precisazione del periodo per il quale l’autorizzazione doveva ritenersi concessa (pur potendo le ferie essere fruite in periodi diversi), onde verificare se la necessita’ di espletamento del servizio facesse riferimento a circostanze oggettive, o esprimesse solo le ragioni che avevano indotto a prevedere questa ipotesi di assunzione a termine, nell’intento di considerarla sempre sussistente nel periodo stabilito, in correlazione dell’uso dell’espressione “in concomitanza”. Inoltre altre decisioni di questa Corte (cfr, ex plurimis, Cass., n. 26678/2005) hanno confermato la decisione di merito che, decidendo sulla stessa fattispecie, aveva ritenuto l’ipotesi di contratto a termine introdotta dalla contrattazione collettiva del tutto autonoma rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti assenti per ferie e interpretato l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo nel senso che l’unico presupposto per la sua operativita’ fosse costituita dall’assunzione nel periodo in cui, di norma, i dipendenti fruiscono delle ferie. I motivi all’esame devono dunque ritenersi fondati.

3. La sentenza impugnata ha rilevato che, con l’appello, la Poste Italiane spa nulla aveva eccepito “in punto quantum” e ha ritenuto di confermare la pronuncia di prime cure per quanto riguarda le conseguenze economiche, con particolare riferimento alla condanna al pagamento delle retribuzioni maturate con decorrenza dall’offerta della prestazione, costitutiva della mora accipiendi della ricorrente. Le censure svolte al riguardo con il sesto mezzo vanno ritenute inammissibili per difetto di autosufficienza del ricorso per Cassazione, posto che la richiesta di rigetto di tutte le domande avversarie e il ricordato richiamo ex art. 346 c.p.c. di “tutte le difese ed istanze svolte in primo grado”, contenuti nell’atto d’appello, non sono accompagnati dalla puntuale indicazione degli esatti termini e modi in cui le difese richiamate si erano (eventualmente) tradotte in specifici motivi di gravame avverso le statuizioni del primo Giudice relative alle conseguenze della disposta conversione a tempo indeterminato dei contratti de quibus.

4. In forza delle considerazioni che precedono il ricorso proposto nei confronti di B.E. ” M.” merita dunque accoglimento; la sentenza impugnata va quindi cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio al Giudice indicato in dispositivo, che procedera’ a nuovo esame e provvedere altresi’ sulle spese del presente giudizio di cassazione.

PQM

LA CORTE Dichiara inammissibile il ricorso proposto nei confronti di I. P. e P.M.; compensa le spese fra la ricorrente e l’intimata I.P.; nulla sulle spese quanto all’intimato P.M.; accoglie il quarto e il quinto motivo del ricorso proposto nei confronti di B.E. ” M.” e dichiara inammissibile il sesto; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese alla Corte d’Appello di Trieste.

Cosi’ deciso in Roma, il 25 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2010

 

 

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