Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7684 del 30/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 30/03/2010, (ud. 24/02/2010, dep. 30/03/2010), n.7684

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MONACI Stefano – Presidente –

Dott. PICONE Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 3354-2009 proposto da:

ISTITUTO (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore, già elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MEDAGLIE

D’ORO 157, presso lo studio dell’avvocato CIPRIANI ROMOLO GIUSEPPE,

rappresentato e difeso dall’avvocato BIA RAFFAELE, giusta delega a

margine del ricorso e da ultimo domiciliato d’ufficio presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati MARITATO LELIO,

PIERDOMINICI ITALO, CORETTI ANTONIETTA, CALIULO LUIGI, giusta mandato

in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 504/2008 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA, depositata il 15/10/2008 R.G.N. 629/07;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/02/2010 dal Consigliere Dott. PASQUALE PICONE;

udito l’Avvocato SGROI ANTONINO per delega MARITATO LELIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VELARDI Maurizio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

1. L’Istituto (OMISSIS) aveva chiesto al Tribunale di Catania di accertare, nei confronti dell’Istituto nazionale della previdenza sociale – Inps – la sua natura di ente senza fini di lucro ai fini del riconoscimento del diritto, quale struttura convenzionata con il servizio sanitario nazionale, alla cessione in pagamento all’Inps dei crediti maturati verso l’Azienda unità sanitaria locale n. (OMISSIS).

2. Giudicata priva di fondamento la domanda dal giudice adito con decisione 29.1.2001, sull’impugnazione dell’Istituto (OMISSIS) la Corte di appello di Catania ha pronunciato sentenza (n. 672 del 2003) recante nel dispositivo la statuizione di rigetto dell’appello e nella motivazione l’accertamento dello svolgimento di attività nel campo sanitario senza fini di lucro. In accoglimento del ricorso dell’Istituto (OMISSIS), la Corte di cassazione ha cassato la sentenza, ravvisandone la nullità per contrasto insanabile tra dispositivo e motivazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Caltanissetta (sentenza 10 agosto 2007, n. 17607).

3. Riassunta la causa, con la sentenza di cui si domanda la cassazione il giudice del rinvio rigetta l’appello e conferma la decisione del Tribunale di Catania. La motivazione è che, esclusa, per effetto della cassazione, la rilevanza delle affermazioni contenute nella sentenza della Corte di appello di Catania, lo scopo di lucro deve ritenersi sussistente in tutte le ipotesi in cui l’attività non sia diretta all’erogazione gratuita di beni o servizi, ma tenda almeno a conseguire l’equilibrio tra costi e ricavi; in ogni caso, non era stata fornita la prova dell’avvenuto riconoscimento dei crediti ad opera delle amministrazioni debitrici, come previsto dal D.L. n. 536 del 1987, art. 6, comma 26, questione questa rilevabile anche d’ufficio.

4. Il ricorso dell’Istituto “(OMISSIS)” si articola in nove motivi; resiste l’Inps con controricorso.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1. Premesso che tutti i motivi che denunciano violazione di norme si concludono con la formulazione del coerente quesito di diritto (art. 366-bis c.p.c.), il primo gruppo di motivi (dal primo al quinto) attiene alla questione del fine di lucro, censurando la sentenza impugnata per violazione di norme di diritto e per vizio della motivazione: a norma degli artt. 2082 e 2105 c.c., la natura imprenditoriale dell’attività svolta non è esclusa dall’insussistenza di un fine di lucro (primo motivo); la specifica normativa di settore consente l’adempimento dei debiti contributivi mediante cessione dei crediti maturati nei confronti dello Stato ed altre pubbliche amministrazioni alle strutture che erogano prestazioni sanitarie con organizzazione imprenditoriale, ma senza perseguire fini di lucro (secondo motivo); la L.R. Sicilia 18 aprile 1981, n. 68, art. 14 richiede l’assenza di fini lucro sul piano dello scopo soggettivo, non su quello oggettivo della natura dell’organizzazione (terzo motivo); l’assenza dello scopo di lucro doveva ritenersi comprovato a seguito della mancata contestazione dell’Inps, a norma degli artt. 442, 416 e 420 c.c. (quarto motivo); i fatti ed i documenti prodotti in causa, non esaminati dal giudice del merito, comprovavano l’assenza dello scopo di lucro (quinto motivo).

1.1. Il secondo gruppo di motivi (dal sesto al nono) censurano la sentenza impugnata per violazione di norme di diritto e vizio di motivazione sotto i seguenti profili: la normativa di settore sulla cessione dei crediti doveva interpretarsi nel senso del perfezionamento della cessione con la notificazione, senza bisogno di riconoscimento e accettazione da parte dell’amministrazione debitrice (sesto motivo); ai sensi degli artt. 442, 436, 437 e 416 c.p.c., in relazione all’art. 112 c.p.c., il giudice dell’appello non poteva esaminare l’eccezione relativa al difetto di riconoscimento e assunzione dei debiti da parte delle amministrazioni cedute, eccezione in senso stretto non esaminata in primo grado perchè rimasta assorbita e non riproposta dall’Inps in appello (settimo motivo); a norma degli artt. 442, 416 e 420 c.p.c., la mancata specifica contestazione da parte dell’Inps dei fatti costitutivi della domanda implicava non contestazione e riconoscimento implicito da parte del convenuto (ottavo motivo); il riconoscimento dei crediti ad opera delle amministrazioni debitrici risultava dalla documentazione prodotta in atti e non esaminata dal giudice del merito (nono motivo).

2. Il ricorso non può essere accolto perchè la sentenza impugnata ha deciso la causa conformemente al diritto, dovendo la Corte limitarsi a correggerne in parte la motivazione (art. 384 c.p.c., comma 2).

3. Il quadro normativo rilevante per la decisione della controversia è il seguente.

Il D.L. 2 dicembre 1985, n. 688, convertito con modificazioni in L. 31 gennaio 1986, n. 11, aveva disposto, all’art. 1, comma 9, che i datori di lavoro che vantano crediti maturati in base alla legge, a contratto o ad altro titolo valido, nei confronti dello Stato, di altre pubbliche amministrazioni o di enti pubblici economici, sono ammessi alla regolarizzazione del pagamento dei contributi e dei premi e dei relativi oneri accessori mediante cessione dei predetti crediti. Successivamente, il D.L. 30 dicembre 1987, n. 536, art. 6, comma 26, secondo periodo, convertito con modificazioni in L. 29 febbraio 1988, n. 48, ha stabilito, tra l’altro, che la disposizione del D.L. n. 688 del 1985, comma 9 a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, si applica nel senso che i crediti ammessi a cessione si debbono riferire a titolo originario al datore di lavoro cedente … e che entro novanta giorni dalla notificazione della cessione del credito, l’amministrazione debitrice deve comunicare se intende contestare il credito o se lo riconosce. Queste disposizioni furono abrogate dalla L. 28 luglio 1989, n. 262, art. 2, comma 6, ma l’art. 4, comma 12, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ha stabilito che tale abrogazione non si applica nei confronti delle istituzioni ed enti, non aventi fini di lucro, che erogano prestazioni di natura sanitaria direttamente o convenzionalmente sovvenzionate dallo Stato, dalle regioni o dalle unità sanitarie locali.

4. In base ai richiamati dati normativi sono astrattamente fondate le argomentazioni contenute nel primi cinque motivi di ricorso, dovendosi rilevare l’erroneità della soluzione data dal giudice del merito alla questione concernente la nozione di “fine di lucro”.

4.1. La giurisprudenza della Corte ha definitivamente chiarito che la nozione di imprenditore, ai sensi dell’art. 2082 c.c., va intesa in senso oggettivo, dovendosi riconoscere il carattere imprenditoriale all’attività economica organizzata che sia ricollegabile al dato obiettivo inerente all’attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, che riguarda il movente soggettivo che induce l’imprenditore ad esercitare la sua attività e dovendo essere, invece, escluso il suddetto carattere imprenditoriale dell’attività nel caso in cui essa sia svolta in modo del tutto gratuito, dato che non può essere considerata imprenditoriale l’erogazione gratuita dei beni o servizi prodotti. Pertanto, ai fini della natura imprenditoriale dell’attività svolta è sufficiente l’idoneità, almeno tendenziale, dell’organizzazione diretta alla produzione di beni o servizi, ovvero allo scambio di beni, a perseguire il pareggio di bilancio mediante equilibrio tra costi e ricavi (vedi Cass. 19 giugno 2008, n. 16612;

Cass. S.u. 29 dicembre 2006, n. 27619).

4.2. Ne consegue che ben possono esistere imprese che svolgono la loro attività senza fini di lucro, limitandosi a perseguire l’equilibrio tra costi e ricavi e devolvendo gli eventuali utili a finalità di tipo sociale, cosicchè, allorchè normative speciali richiedono l’assenza dello scopo di lucro per l’applicazione di determinati regimi giuridici, non è sufficiente accertare la natura imprenditoriale dell’attività per affermare lo scopo di lucro, ma è necessario, anche in presenza di organizzazione imprenditoriale, lo specifico accertamento (riservato al giudice del merito) della presenza o assenza della finalità di lucro (in relazione ad ipotesi di imprese senza fini di lucro, vedi Cass. 1 settembre 2004, n. 17543 – specificamente in tema di cessione dei crediti all’Inps da parte dell’Associazione italiana per l’assistenza agli spastici – ; Cass. 29 ottobre 1998, n. 10826 – in tema di natura imprenditoriale dell’attività di assistenza ai disabili gestita dall’Acli – Cass. 30 gennaio 1992, n. 964 – in tema di natura imprenditoriale dell’attività svolta da ente ospedaliero).

4.3. Nel rispetto dell’enunciato principio di diritto, pertanto, il giudice del merito avrebbe dovuto procedere specificamente all’accertamento della mancanza o della sussistenza di fini di lucro, nei sensi precisati, nell’attività dell’Istituto (OMISSIS).

5. Risultano però infondate le argomentazioni, contenute nel secondo gruppo di motivi (da sei a nove), dirette a censurare la seconda delle rationes poste a sostegno della statuizione di rigetto dell’appello dell’Istituto (OMISSIS).

5.1. La certezza dell’an e del quantum dei crediti verso pubbliche amministrazioni non rileva in mancanza del formale riconoscimento del debito da parte dei singoli debitori ceduti come espressamente prescritto dalle norme sopra richiamate.

Si tratta di una disciplina speciale, derogatoria di quella ordinaria prevista dal codice civile in tema di cessione di crediti (art. 1260 c.c. e ss.). In particolare, la giurisprudenza della Corte (Cass., 13 gennaio 2009, n. 489; 28 ottobre 2003 n. 16212; 16 ottobre 2003 n. 15519) ha affermato che la validità e l’efficacia della cessione, da parte dei datori di lavoro, dei crediti “maturati” nei confronti dello Stato, di altre pubbliche amministrazioni o di enti pubblici economici, al fine del pagamento dei contributi previdenziali, oltre all’osservanza di specifici requisiti formali (atto pubblico o scrittura privata autenticata, in base al R.D. n. 2440 del 1923, art. 69, sull’amministrazione del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato), presuppongono che il credito ceduto sia certo, liquido ed esigibile (non ricorrendo quest’ultimo requisito prima del compimento della procedura di spesa secondo l’ordinamento contabile dell’amministrazione debitrice), che il cedente notifichi l’atto di cessione all’istituto previdenziale ed all’amministrazione debitrice, e che quest’ultima, entro 90 giorni da detta notifica, comunichi la contestazione o il riconoscimento della propria posizione debitoria, indicando, in tale ultima ipotesi, gli estremi dell’impegno, del capitolo di bilancio al quale la spesa è imputata e dell’esito positivo dell’eventuale controllo; ne consegue che, ove risulti carente taluna delle indicate fasi o condizioni, non si verifica il perfezionamento della cessione e non può conseguirsi l’estinzione dell’obbligazione contributiva.

5.2. In precedenza, poi, Cass., 21 marzo 1998, n. 2999, con riferimento al D.L. 30 dicembre 1987, n. 536, art. 6, comma 26, convertito in L. 29 febbraio 1988, n. 48, che espressamente ha prescritto che “entro novanta giorni dalla notificazione della cessione del credito, l’amministrazione debitrice deve comunicare se intende contestare il credito o se lo riconosce”, ha chiarito che, a prescindere dalla verifica se ci si trovi di fronte ad una vera e propria disposizione di interpretazione autentica, è certa la volontà del legislatore di puntualizzare la portata precettiva del D.L. n. 688 del 1985, art 1, comma 9 cit., con efficacia retroattiva;

sicchè tale disposizione in realtà deve essere letta (unitamente all’art. 6, comma 26 cit.) nel senso di prescrivere i requisiti specificati dalla norma successiva (il riconoscimento del credito da parte del debitore, oltre alla titolarità diretta del credito ceduto).

5.3. Ai richiamati precedenti della Corte deve essere data continuità in difetto di allegazioni non scrutinate nei giudizi su questioni analoghe. Nè rileva nella controversia il decisum di Cass. 16 luglio 2007, n. 15783, che, discostandosi dai precedenti, ha ritenuto che il requisito della maturazione del credito non implica anche la liquidità ed esigibilità del credito che si ottiene soltanto all’esito del procedimento di contabilità pubblica.

Infatti, nel caso qui controverso è in discussione proprio l’avvenuto riconoscimento del debito da parte dell’amministrazione pubblica, non il requisito della liquidità ed esigibilità, ovvero le forme prescritte per il riconoscimento.

6. Titolarità diretta del credito ceduto e avvenuto riconoscimento, nei modi prescritti, del credito da parte dell’amministrazione debitrice costituiscono componenti della fattispecie estintiva del debito contributivo, che debbono essere allegati e comprovati dal soggetto che invoca tale fattispecie estintiva, cosicchè il giudice ha l’obbligo di verificarne la sussistenza anche in caso di contumacia dell’ente previdenziale, ovvero di mancanza di specifiche eccezioni di parte convenuta sul punto (sulla nozione di eccezione in senso stretto vedi, Cass. S.u. 3 febbraio 1998, n. 1099). Di conseguenza, il giudice dell’appello aveva il potere di rilevare anche di ufficio, la mancanza di allegazioni e di prove in ordine all’avvenuto riconoscimento del debito e non hanno perciò fondamento le censure contenute nel settimo motivo.

7. L’onere di specifica contestazione, nelle controversie di lavoro, dei fatti allegati dall’attore, previsto dall’art. 416 c.p.c., comma 3, al cui mancato adempimento consegue l’effetto dell’inopponibilità della contestazione nelle successive fasi del processo e, sul piano probatorio, quello dell’acquisizione del fatto non contestato ove il giudice non sia in grado di escluderne l’esistenza in base alle risultanze ritualmente assunte nel processo, si riferisce ai fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda, ovvero ai fatti materiali che integrano la pretesa sostanziale dedotta in giudizio, e non si estende, perciò, alle circostanze che implicano un’attività di giudizio, come avviene quando l’attore si limiti ad affermare la mera sussistenza di una fattispecie nei termini corrispondenti ad una previsione normativa (vedi, tra i numerosi precedenti in tal senso, Cass. 15 maggio 2007, n. 11108). Ne discende l’infondatezza della tesi svolta nell’ottavo motivo, in difetto della necessaria deduzione circa l’allegazione specifica e circostanziata del fatto dell’avvenuto riconoscimento del debito.

8. La censura di omessa motivazione contenuta nel nono motivo è inammissibile. Nel complessivo svolgimento delle critiche mosse alla sentenza impugnata, come già osservato, la ricorrente omette di precisare se e con quali modalità abbia sottoposto al vaglio del giudice del merito il fatto dell’avvenuto riconoscimento del debito.

Il giudice del merito, quindi, non doveva esaminare il contenuto di documenti che, pur in ipotesi prodotti ritualmente (ma anche su questo profilo la ricorrente resta sul piano della genericità) non risultavano collegati con deduzioni specifiche.

9. In base alle considerazioni svolte il ricorso deve essere rigettato. Le vicende processuali e, soprattutto, la correzione della motivazione della sentenza impugnata inducono a compensare per l’intero le spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e compensa per l’intero le spese e gli onorari del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione lavoro, il 24 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2010

 

 

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