Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7675 del 24/03/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 24/03/2017, (ud. 07/12/2016, dep.24/03/2017),  n. 7675

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5656/2011 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

Avvocati ANTONIETTA CORETTI, VINCENZO TRIOLO, EMANUELE DE ROSE,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA DEGLI SCIPIONI 132, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO

SANSONI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ALBERTO BELLI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 220/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 01/03/2010 R.G.N. 1275/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/12/2016 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.S. chiese all’INPS il pagamento dell’indennità di maternità per astensione obbligatoria anticipata dal lavoro dal 3 giugno al 2 agosto 2004 e dal 6 agosto al 4 settembre 2004. In precedenza, a seguito di un primo parto avvenuto il 31 gennaio 2003, la ricorrente aveva fruito sia di astensione obbligatoria che facoltativa ed aveva pure ottenuto aspettativa contrattuale senza assegni sino al 3 giugno 2004, per accudire il figlio. Durante tale periodo la C. si era trovata nuovamente in stato di gravidanza ed aveva ottenuto dalla Direzione Provinciale del lavoro di Lucca il collocamento in astensione obbligatoria anticipata per ragioni di salute.

L’Inps rifiutò la prestazione e C.S. si rivolse al Tribunale del lavoro di Lucca che accolse la domanda respingendo la difesa dell’INPS fondata sulla circostanza che tra la data di inizio del lavoro senza retribuzione (3.12.2003) ed il momento di inizio del congedo di maternità anticipata (3.6.2004) risultava intercorso un periodo superiore a quello massimo di sessanta giorni previsto dal D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24. La Corte d’appello di Firenze, con la sentenza n. 220/2010, respinse l’appello proposto dall’INPS affermando di dover fare applicazione dei principi espressi dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 106 del 1980. La Corte territoriale affermò la necessità di procedere all’interpretazione costituzionalmente orientata della norma citata ritenendo che per tale via si dovesse affermare il principio che le assenze dal lavoro, comunque connesse a precedente gravidanza, non concorressero al calcolo dei sessanta giorni antecedenti l’inizio del periodo di congedo per maternità.

Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’INPS fondato su un unico motivo. Resiste C.S. con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1) Con l’unico motivo di ricorso, l’INPS censura la sentenza della Corte d’appello di Firenze imputandole, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24, commi 2 e 3. L’interpretazione adottata dalla Corte di merito, ad avviso dell’Istituto, è errata perchè in pieno contrasto con la natura derogatoria del D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24, rispetto al principio che la tutela della maternità prescinde dalla presenza di requisiti minimi di contribuzione ed è assicurata sin dall’inizio del rapporto di lavoro e per tutto il suo svolgimento. In deroga a tale principio, in particolare, il citato art. 24, consente che la tutela operi anche in difetto di prestazione lavorativa retribuita per un periodo massimo non superiore a sessanta giorni. Solo nelle ipotesi di cui al terzo comma del citato articolo 24, che contiene trasfuse in sè quanto stabilito da alcune sentenze della Corte Costituzionale, è consentito non tenere conto di taluni periodi nel computo dei sessanta giorni.

In tali periodi non rientra l’assenza dal lavoro senza retribuzione per giustificati motivi di famiglia, come espressamente enunciato proprio dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 106/1980.

2. Il motivo è fondato. La norma invocata dalle parti è il D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, art. 24, comma 2, secondo cui: “Le lavoratici che si trovino all’inizio del periodo di congedo di maternità, sospese, assenti dal lavoro senza retribuzione ovvero disoccupate sono ammesse al godimento dell’indennità giornaliera di maternità purchè tra l’inizio della sospensione, dell’assenza o della disoccupazione e quello di detto periodo non siano decorsi più di sessanta giorni”. E’ certo tra le parti che la lavoratrice è stata assente per aspettativa contrattuale senza assegni e, dunque, non retribuita dal 3 dicembre 2003 al 3 giugno 2004. La stessa lavoratrice ha, inoltre, iniziato anticipatamente il periodo di congedo di maternità ben oltre il termine di sessanta giorni dopo l’inizio di tale aspettativa e cioè il 3 giugno 2004. Ciò, impedisce l’insorgere del diritto all’indennità a norma della disposizione citata.

3. Questa Corte ha già avuto modo di precisare che, con riguardo all’indennità prevista per le lavoratrici madri nella norma citata, l’espressione “senza retribuzione” deve intendersi nel senso che la lavoratrice non ha diritto alla retribuzione in dipendenza dell’assenza e non già quale mero fatto da cui deriva l’esclusione del beneficio (Cass. 21 agosto 1986 n. 5133). E’ pertanto necessario che la situazione di mancanza di diritto alla retribuzione in dipendenza dell’assenza, come è avvenuto nel caso di specie, sia stata accertata in maniera definitiva per effetto di un accordo tra le parti del rapporto di lavoro (Cass. 24906/2010).

4. Le ipotesi in cui, in deroga a tale disposizione, la mancanza di retribuzione non assume rilievo hanno, peraltro, carattere limitato. Esse sono indicate nell’art. 24, comma 3, secondo il quale, ai fini del computo dei predetti sessanta giorni, non si tiene conto delle assenze dovute a malattia o ad infortunio sul lavoro, accertate e riconosciute dagli enti gestori delle relative assicurazioni sociali, nè del periodo di congedo parentale o di congedo per la malattia del figlio fruito per una precedente maternità, nè del periodo di assenza fruito per accudire minori in affidamento, nè del periodo di mancata prestazione lavorativa prevista dal contratto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale.

5. Già con riferimento alla L. n. 1204 del 1971, art. 17, oggi contenuto nel D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24, questa Corte (Cass. 16675/2003) ha precisato che l’indennità di maternità non risulta subordinata al possesso di una determinata anzianità assicurativa o contributiva, ma alla sussistenza, o quanto meno alla contiguità temporale, di un rapporto di lavoro. L’indennità spetta anche alla lavoratrice disoccupata (o anche a quella sospesa o assente dal lavoro senza retribuzione), purchè tra la data di inizio della disoccupazione e la data di inizio del periodo di astensione obbligatoria non siano decorsi più di sessanta giorni;

l’indennità spetta anche ove vengano superati i suddetti sessanta giorni, purchè l’interessata sia in godimento dell’indennità di disoccupazione (art. 17, comma 2). Ciò in quanto la tutela previdenziale è intesa a sopperire alla mancanza della prestazione lavorativa conseguente alla astensione obbligatoria e presuppone il pregresso svolgimento di un’attività lavorativa, come fatto palese dal citato art. 17 (oggi D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24), che determina appunto il tempo che deve intercorrere tra la data di inizio della disoccupazione ed il periodo di astensione obbligatoria, mentre l’indennità non spetta alla gestante che non abbia mai svolto attività lavorativa autonoma o subordinata, oppure che l’abbia svolta in epoca anteriore a quella prefissata dall’art. 17. Per costoro è prevista solo una prestazione di tipo assistenziale, ove siano in possesso di redditi inferiori ad una certa misura, ossia l’assegno di maternità ai sensi della L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 66, modificato dalla L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 50.

6) La stessa sentenza della Corte costituzionale n. 106/1980, che la Corte d’appello di Firenze invoca per supportare la propria interpretazione ha, peraltro, sempre nel vigore della L. n. 1034 del 1971, art. 17, disegnato i contorni del diritto della lavoratrice ad ottenere la prestazione di maternità, rispetto alla rilevanza della sospensione del rapporto lavorativo per ragioni familiari e lo fatto affermando il rispetto dei parametri costituzionali richiamati dalla sentenza impugnata da parte delle previsioni di legge ora invocate. In particolare, secondo la Corte Costituzionale, la L. n. 1204 del 1971, contiene, all’art. 17, una precisa ed articolata regolamentazione delle diverse ipotesi di interruzione dell’attività di lavoro anteriormente all’inizio del periodo di astensione obbligatoria, e in relazione alle loro cause variamente disciplina il diritto delle lavoratrici gestanti al godimento della indennità giornaliera di maternità con scelte di natura politico-legislativa, non sindacabili, quindi, nemmeno in riferimento ai principi enunciati nell’art. 31 Cost., e art. 37 Cost., comma 1, la cui concreta attuazione è rimessa alla discrezionalità del legislatore ordinario. Nelle ipotesi di assenza volontaria dal lavoro, protratta oltre due mesi, la esclusione dal godimento dell’indennità di maternità non può dirsi ingiustificata, nè discriminatoria rispetto al regime fatto nei casi di astensione involontaria, per disoccupazione, sospensione o risoluzione non imputabile dei rapporti di lavoro; mentre per esse non ricorrono le ragioni che suffragano una doverosa eccezione per le assenze facoltative dipendenti da una precedente maternità. Così la Corte Costituzionale ha dichiarato l’infondatezza, in riferimento agli artt. 3 e 31, e art. 37, comma 1, della questione di legittimità costituzionale del citato art. 17, comma 2, nella parte in cui non esclude dal computo dei sessanta giorni immediatamente antecedenti all’inizio del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, ai fini del godimento dell’indennità giornaliera di maternità, i casi di assenza dal lavoro a titolo di aspettativa, congedo, o permesso senza retribuzione, ove siano giustificati da motivi di famiglia o da altra ragione personale.

7) Il ricorso va, quindi, accolto e la sentenza cassata in quanto non ha fatto corretta interpretazione del D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 24, commi 2 e 3. Non essendo necessari accertamenti ulteriori, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, seconda parte, alla pronuncia consegue il rigetto della domanda proposta da C.S..

8) Le spese dei gradi di giudizio di merito e del presente giudizio di legittimità vanno compensate attesa la peculiarità della concreta fattispecie e la presenza di articolata giurisprudenza costituzionale in materia.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rigetta la domanda proposta da C.S.; dichiara compensate le spese di tutti gradi di giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 7 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2017

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