Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7659 del 24/03/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 24/03/2017, (ud. 28/02/2017, dep.24/03/2017),  n. 7659

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al numero 15893 del ruolo generale dell’anno

2012 proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

gli uffici della quale in Roma, alla Via dei Portoghesi, n. 12, si

domicilia;

– ricorrente –

contro

A.L., rappresentata e difesa, giusta procura speciale in

calce al controricorso, dall’avv. Luca Cirillo, col quale

elettivamente si domicilia in Roma, al piazzale Clodio, n. 18,

presso lo studio dell’avv. Gennaro Capasso;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Campania, sezione 45^, depositata in data 24

febbraio 2012, n. 63/45/1212;

udita la relazione sulla causa svolta alla pubblica udienza in data

28 febbraio 2017 dal Consigliere Dott. Angelina Maria Perrino;

udito per l’Agenzia l’avvocato dello Stato Fabrizio Urbani Neri;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. SORRENTINO Federico, che ha concluso per

l’accoglimento.

Fatto

L’Agenzia delle Entrate ha ricostruito nei confronti della contribuente maggior reddito, maggiore volume d’affari e maggiore valore della produzione ai fini dell’irpef, dell’iva e dell’irap in relazione all’anno d’imposta 2004, facendo leva sul mancato adeguamento allo studio di settore. La contribuente ha impugnato il relativo avviso, denunciando la mancanza di gravi incongruenze, e ne ha ottenuto l’annullamento dalla Commissione tributaria provinciale. Quella regionale ha respinto l’appello dell’Ufficio, considerando che i giudici di primo grado hanno valorizzato gli argomenti addotti per contrastare la pretesa impositiva e che l’Agenzia si è limitata a riproporre le medesime argomentazione del primo grado. Avverso questa sentenza propone ricorso l’Agenzia delle entrate per ottenerne la cassazione, che affida a due motivi, cui A.L. reagisce con controricorso.

Diritto

1.- Il collegio ha autorizzato la redazione della sentenza in forma semplificata.

2.- Col primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Agenzia si duole della violazione della L. n. 427 del 1993, art. 62-bis (recte, del D.L. n. 331 del 1993, conv. con L. n. 427 del 1993), D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 33 e col secondo motivo, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamenta il vizio di motivazione in ordine all’omessa valutazione dell’incongruenza reiterata nel tempo della redditività dell’impresa.

2.1.- Le doglianze comportano l’inammissibilità del ricorso. Ciò in quanto non censurano l’autonoma e concorrente ratio sulla quale si fonda la sentenza impugnata, basata sull’inadeguatezza delle contestazioni formulate in appello, avendo al riguardo la Commissione tributaria regionale osservato che “…l’Ufficio in questo grado di giudizio si è limitato a riproporre le medesime argomentazioni dedotte in primo grado senza avanzare motivi specifici attinenti alla sentenza contestata…”.

2.2.- Non può allora che essere ribadito il principio reiteratamente affermato da questa Corte, secondo il quale qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche doglianze avverso una di tali rationes decidendi, neppure sotto il profilo del vizio di motivazione (tra varie, Cass., sez.un., 29 marzo 2013, n. 7931e 4 marzo 2016, n. 4293).

3.- Le spese seguono la soccombenza.

PQM

la Corte:

dichiara inammissibile il ricorso e condanna l’Agenzia a pagare le spese, che liquida in Euro 7500,00 per compensi, oltre al 15% a titolo di spese forfettarie ed oltre agli accessori.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2017

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