Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7630 del 30/03/2010

Cassazione civile sez. III, 30/03/2010, (ud. 03/02/2010, dep. 30/03/2010), n.7630

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MORELLI Mario Rosario – Presidente –

Dott. FEDERICO Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. UCCELLA Fulvio – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 21871/2005 proposto da:

S.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CAMOZZI 1, presso lo studio dell’avvocato MASTROSTEFANO

DOMENICO, rappresentato e difeso dall’avvocato ATTANZIO Matteo con

delega in calce la ricorso;

– ricorrente –

contro

SP.IR. (OMISSIS), SP.DO.;

– intimati –

sul ricorso 25628/2005 proposto da:

S.I. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA MERULANA 234, presso lo studio dell’avvocato BOLOGNA

GIULIANO, rappresentato e difeso dall’avvocato PALAMARA ANTONELLA con

delega in calce al controricorso e ricorso incidentale condizionato;

– ricorrente –

e contro

S.F.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 656/2004 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

Sezione Seconda Civile, emessa il 04/06/2004; depositata il

16/06/2004; R.G.N. 1028/2002;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

03/02/2010 dal Consigliere Dott. GIOVANNI FEDERICO;

udito l’Avvocato MASTROSFENO DOMENICO;

udito l’Avvocato BOLOGNA GIULIANO (per delega Avv. PALAMARA

ANTONELLA);

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale

assorbito il ricorso incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 10.5.99 al Tribunale di Termini Imerese, sez. di Cefalù, Sp.Ir. e Do., quali eredi della madre C.R., premesso che quest’ultima aveva concesso in comodato precario a S.G. ed al figlio F. intorno al (OMISSIS) un magazzino in (OMISSIS), perchè fosse adibito a deposito di materiale per la loro attività di pescivendoli e che nel (OMISSIS), dopo la morte della C., avevano richiesto invano il rilascio del locale in questione a S.F., unico rimasto a goderne, chiedevano la condanna di quest’ultimo al rilascio dell’immobile ed al risarcimento del danno per il suo mancato godimento.

Il convenuto contestava la fondatezza della domanda e, sostenendo che detto locale era in suo possesso sin dall’inizio degli anni cinquanta, epoca in cui aveva continuato ad esercitarvi l’attività di salagione di pesce già intrapresa nello stesso locale dal padre S.G., proponeva a sua volta domanda riconvenzionale per sentir dichiarare avvenuto a suo favore l’acquisto per usucapione della proprietà di detto immobile.

Il Tribunale adito accoglieva le domande delle Sp., condannando il S. al rilascio dell’immobile ed al risarcimento dei danni liquidati in Euro 2.582,28.

Proposto dal S.F. appello, resistito dalle Sp., la Corte d’appello di Palermo, con sentenza depositata il 16.6.04, rigettava il gravame.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il S., con tre motivi, mentre Sp.Ir. ha resistito con controricorso, proponendo anche ricorso incidentale condizionato all’eventuale accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, affidato ad un unico motivo, e depositando in atti anche una memoria.

Nessuna attività difensiva è stata svolta da Sp.Do..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

A) Ricorso principale.

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 823, 1145 e 1418 c.c., ed insufficiente, contraddittoria ed omessa motivazione su punti decisivi, in quanto la Corte di merito avrebbe dovuto dichiarare la carenza d’interesse ad agire delle Sp., che avevano proposto un’inammissibile azione petitoria a tutela di un loro presunto “possesso” su di un’immobile di proprietà demaniale.

Con il secondo motivo lamenta la violazione dell’art. 480 c.c., e motivazione insufficiente e contraddittoria, non avendo la Corte di merito tenuto conto dell’avvenuta maturazione del termine di prescrizione, non esercitato dalle resistenti nei tre decenni successivi all’apertura della successione di Sp.Gi..

Con il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 115 c.p.c., e motivazione illogica e contraddittoria, non essendo emersa prova in concreto dell’asserito contratto di comodato precario intercorso tra C.R. e S.G..

1. Il primo ed il secondo motivo, che possono esaminarsi congiuntamente per la loro stretta connessione, non sono fondati.

1.1. Va all’uopo premesso che, come è stato ^ correttamente rilevato dalla Corte palermitana con motivazione assolutamente logica ed adeguata, le Sp. – contrariamente a quanto assunto dal ricorrente – non hanno mai agito in rivendicazione, essendosi limitate a postulare sin dalla proposizione del ricorso ai sensi dell’art. 447 bis c.p.c., la risoluzione di un contratto di comodato già intercorso tra la loro madre, da una parte, ed il padre del convenuto ed il convenuto stesso, dall’altra, e, quindi, la condanna di quest’ultimo alla restituzione dell’immobile, oltre che al risarcimento del danno.

Va altresì rilevato che i giudici d’appello, sempre con motivazione congrua ed immune da errori logici o giuridici, hanno ritenuto nel merito che le risultanze della compiuta istruzione probatoria avessero adeguatamente dimostrato sia la piena disponibilità di fatto del bene in oggetto da parte della madre delle Sp., così come ricevuta mortis causa dal defunto marito Sp. G., che la stipulazione del contratto di comodato con i S. (v. pag. 10 della sentenza impugnata).

E’ perciò evidente che il presente giudizio non ha mai avuto ad oggetto un’azione reale, volta all’accertamento del diritto di proprietà delle Sp. sull’immobile conteso, ma esclusivamente un’azione personale avente ad oggetto la restituzione del bene per l’avvenuta risoluzione del contratto di comodato.

1.2. Si sostiene, da parte del ricorrente, che “la prova della sussistenza del provvedimento concessorio era assolutamente necessaria, sia ai fini della legittimazione all’azione proposta dalle sigg.re Sp., sia ai fini della tutela giudiziaria richiesta dalle stesse”.

Tale tesi non può essere condivisa.

Da un lato, infatti, compete esclusivamente alla p.a., ai sensi dell’art. 823 cpv c.c., la tutela dei beni che fanno parte del demanio pubblico, mentre l’art. 81 c.p.c., esclude espressamente che, al di fuori dei casi previsti in modo tassativo dalla legge, si possano far valere processualmente un diritto altrui in nome proprio.

Ne consegue che il ricorrente, per essere ammesso ad eccepire legittimamente la demanialità del locale in questione, avrebbe dovuto allegare un proprio personale autonomo diritto alla disponibilità del bene medesimo che traesse origine dall’eccepita demanialità, e ciò o a titolo originario uti civis o a titolo derivativo dall’ente titolare del diritto stesso (v. Cass. n. 25306/2008): diritto la cui sussistenza, nel caso di specie, risulta motivatamente e categoricamente esclusa dalla sentenza impugnata (v.

pag. 11).

In relazione, dunque, ad un bene demaniale o comunque pubblico, deve essere fatta necessariamente distinzione tra il rapporto che in ordine ad esso intercorra tra privati e v quello invece tra la p.a.

ed il privato: disciplinato, quest’ultimo, dalle norme pubblicistiche, oltre che da quelle civilistiche (v. il citato art. 823 cpv. c.c.), mentre il primo resta soggetto ineluttabilmente alla disciplina del codice civile (norme sulla locazione, sul comodato e così via) a seconda del tipo di rapporto contrattuale che le parti private abbiano inteso porre in essere con riferimento alla concreta disponibilità del bene che le parti medesime possano legittimamente vantare.

In definitiva, deve quindi escludersi che, nel caso in esame, si dovesse ravvisare, da parte dei giudici di merito, una situazione tale da imporre una declaratoria di carenza di interesse ad agire in capo alle Sp. o di necessaria legittimazione alla domanda.

1.3. Anche sul punto riguardante l’eccezione di prescrizione del diritto delle Sp. di accettare l’eredità della madre C. R., si rileva che la sentenza impugnata ha spiegato, con motivazione assolutamente logica e coerente, nonchè scevra da errori giuridici, le ragioni per le quali ha ritenuto che, vertendosi nella specie in tema di accettazione tacita dell’eredità in difetto di qualsiasi atto di accettazione espressa della medesima, il termine prescrizionale del suddetto diritto dovesse ritenersi interrotto, facendo correttamente riferimento alla circostanza che tale effetto interruttivo fosse conseguenza di un atto che presupponeva necessariamente l’accettazione di detta eredità, vale a dire la lettera spedita al S. il 24.6.83 (la morte della C. risalendo al 1975) dall’avv. Antonio Spallino per conto di Sp. I. e Do., con cui gli era stato richiesto il rilascio dell’immobile da lui detenuto.

1.4. Nè vale sostenere che in forza del mod. 240, con il quale l’Ufficio del Registro di Cefalù attestava che in data 20.12.54 la C. aveva presentato denuncia di successione relativamente all’eredità del defunto marito, Sp.Gi., da cui la medesima risultava usufruttuaria ex lego dell’eredità medesima, ivi compreso il locale oggetto di contesa, derivi una successione diretta delle Sp. al padre in relazione a tale magazzino: tale circostanza risulterebbe in ogni caso irrilevante, in quanto, essendo rimasto accertato che i S. avevano conseguito la detenzione del locale in questione prima da Sp.Gi. e poi da C. R. (per la piena disponibilità del bene medesimo ricevuta mortis causa dal marito a titolo di usufrutto), il titolo legale della loro detenzione non poteva che identificarsi nel contratto stipulato con gli anzidetti danti causa, dovendosi, quindi, escludere qualunque ruolo in ordine a tale rapporto contrattuale di Sp.Ir. e Do..

Infatti, quest’ultime subentrano nel contratto di comodato in corso con il S. solo dopo la morte della madre, avvenuta, come già detto, nel (OMISSIS).

Non resta, in definitiva, che ribadire l’efficacia interruttiva della prescrizione del diritto delle Sp. di accettare l’eredità della C. da parte della menzionata lettera del 24.6.83, spedita e ricevuta entro il termine prescrizionale di dieci anni decorrente dalla morte della medesima.

2. Il terzo motivo va, invece, dichiarato inammissibile, in quanto, sebbene impropriamente rappresentato sotto il profilo del vizio di violazione di legge e sotto quello del vizio motivazionale, è rivolto in realtà ad una rilettura delle risultanze istruttorie ed in particolare delle dichiarazioni rese dai testi escussi (in specie, quelle del teste V.) e, perciò, ad un riesame del merito della controversia, non consentito in sede di giudizio di legittimità, in presenza di logica ed adeguata motivazione.

Infatti, la valutazione delle prove testimoniali ed il giudizio sull’attendibilità e credibilità delle singole deposizioni sono rimessi alla prudente discrezionalità dei giudici di merito, involgendo un apprezzamento di mero fatto, che si sottrae al sindacato di legittimità, ove congruamente motivato e non inficiato da errori logici e giuridici.

Nella specie, dall’esame dell’esposizione dei motivi del convincimento espresso dai giudici d’appello in relazione alle risultanze processuali si evince con certezza che esso appare senz’altro il risultato di un processo logico-giuridico immune da lacune e contraddizioni insanabili e che tale processo ha investito tutti i punti decisivi della controversia.

Nè il ricorrente, pur avendo denunciato l’illogicità e contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata sul punto della valutazione, in particolare, delle prove testimoniali, è stato in grado in concreto di indicare nel ragionamento svolto dalla Corte territoriale circa la valutazione del materiale probatorio quelle contraddizioni insuperabili che avrebbero condotto ad una decisione diversa da quella adottata.

B) Il ricorso incidentale condizionato,, con cui la resistente Sp.Ir. deduce la violazione degli artt. 447 bis e 416 c.p.c., per non avere la Corte di merito dichiarato l’inammissibilità dell’eccezione di prescrizione, in quanto sollevata dal S. solo con le note autorizzate depositate in cancelleria il 28.9.00 e, quindi, al di là del termine di decadenza di cui al citato art. 416 c.p.c., comma 2, resta assorbito in conseguenza del rigetto del ricorso incidentale.

C) Al rigetto del ricorso principale consegue la condanna del ricorrente in favore di Sp.Ir. alle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.T.M.

Riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, assorbito quello incidentale condizionato, condanna il ricorrente alla rifusione in favore di Sp.Ir. delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 3000,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2010

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