Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7603 del 30/03/2010

Cassazione civile sez. un., 30/03/2010, (ud. 12/01/2010, dep. 30/03/2010), n.7603

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Primo Presidente f.f. –

Dott. PAPA Enrico – Presidente di sezione –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. GOLDONI Umberto – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

M.R. ((OMISSIS)), + ALTRI OMESSI

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GIUSEPPE

ZANARDELLI 20, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO GABRIELA, che

li rappresenta e difende, per procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la decisione n. 3021/2007 del CONSIGLIO DI STATO, depositata

il 08/06/2007;

udito l’avvocato Gabriela FEDERICO;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/01/2010 dal Consigliere Dott. AMOROSO Giovanni.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. M.R. ed altri ricorrenti indicati in epigrafe hanno proposto ricorso per l’annullamento della sentenza n. 3021/2007 dell’8 giugno 2007 del Consiglio di Stato.

I ricorrenti, funzionali dell’Amministrazione delle finanze con la (OMISSIS) qualifica funzionale, venivano adibiti per più anni a funzioni di reggente, in via continuativa ed. esclusiva ed in posto vacante della pianta organica, con provvedimenti formali della Pubblica amministrazione (decreti ministeriali e direttoriali, vistati dalla Ragioneria centrale e registrati dalla Corte dei conti).

Dopo aver sperimentato, infruttuosamente, i rimedi amministrativi, i predetti agivano in giudizio innanzi al TAR Lazio per ottenere, previo annullamento degli atti di diniego, il trattamento economico proprio dei dirigenti, nonchè l’inquadramento nella qualifica dirigenziale.

Il TAR rigettava il ricorso e, a seguito di impugnazione, il Consiglio di Stato, con la menzionata decisione 3021 del 2007 respingeva l’appello, ritenendo che, prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 387 del 1998, lo svolgimento delle mansioni superiori nel pubblico impiego fosse irrilevante ai fini invocati dai dipendenti.

I ricorrenti impugnano innanzi a questa S.C. la decisione del Consiglio di Stato, deducendo che il diritto al compenso dello svolgimento di mansioni superiori era stato riconosciuto dal legislatore con il D.Lgs. n. 387 del 1998 (all’art. 15), di cui lamentano la violazione, e che la disciplina doveva ritenersi retroattiva, come già affermato dall’ordinanza 146 del 1996 della Corte costituzionale.

L’intimato Ministero dell’economia e delle finanze ha resistito con controricorso deducendo l’inammissibilità dell’impugnazione, in quanto il Consiglio di Stato, nel ritenere la portata non retroattiva del D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15 non ha superato i limiti esterni alla giurisdizione, ma si è limitato ad interpretare tale disposizione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il ricorso, articolato in due motivi, i ricorrenti pongono ex art. 366 bis c.p.c. i seguenti quesiti di diritto:

1) dica la S.C. se il Consiglio di Stato con la decisione impugnata – la quale ha sancito l’irretroattività della modifica introdotta dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15 al D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, comma 6 come modificato dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25 – abbia esercitato una non consentita potestà riservata dalla legge all’organo legislativo, violando in tal modo l’ambito della giurisdizione in generale e concretando un difetto pertinente alla esistenza stessa della giurisdizione, come tale censurabile ex art. 362 c.p.c.;

2) dica codesta S.C. se incorra nella violazione del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56 e degli artt. 3, 36 e 97 Cost., nonchè dell’art. 2126 c.c, la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato l’irrilevanza, prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 387 del 1998, dello svolgimento dei mansioni superiori da parte del pubblico dipendente ai fini economici e la compatibilità costituzionale della disciplina previgente.

2. Il ricorso – i cui due motivi possono essere esaminati congiuntamente – è inammissibile.

E’ sufficiente rilevare che più volte questa Corte (ex plurimis Cass., sez. un., 19 maggio 2008, n. 12643) ha affermato che il sindacato delle sezioni unite della Corte di cassazione nei confronti delle sentenze emesse dal Consiglio di Stato è limitato, ai sensi dell’art. 111 Cost., al controllo dei limiti esterni della giurisdizione del giudice amministrativo e non al modo concreto del suo esercizio, rimanendo perciò esclusa ogni possibilità di sindacato sugli errores in iudicando.

In particolare più volte questa Corte (ex plurimis Cass., sez. un., 30 dicembre 2004, n. 24175) ha ritenuto, proprio in tema di limiti al sindacato delle sezioni unite della Corte di cassazione sulle decisioni del Consiglio di stato in sede giurisdizionale, che l’eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore è figura di rilievo meramente teorico, in quanto – postulando che il giudice applichi, non la norma esistente, ma una norma da lui creata – potrebbe ipotizzarsi solo a condizione di poter distinguere un’attività di produzione normativa inammissibilmente esercitata, dal giudice, da un’attività interpretativa, la quale in realtà non ha una funzione meramente euristica, ma si sostanzia in un’opera creativa della volontà della legge nel caso concreto. Cfr. anche, in una fattispecie analoga a quella in esame, Cass., sez. un., 22 dicembre 2003, n. 19664, che ha affermato che l’eccesso di potere giurisdizionale, denunziabile ai sensi dell’art. 111 Cost. sotto il profilo dello sconfinamento nella sfera del merito, è configurabile solo quando l’indagine svolta non sia rimasta nei limiti del riscontro di legittimità del provvedimento impugnato, ma sia stata strumentale a una diretta e concreta valutazione dell’opportunità e convenienza dell’atto, ovvero quando la decisione finale, pur nel rispetto della formula dell’annullamento, esprima una volontà dell’organo giudicante che si sostituisce a quella dell’amministrazione, nel senso che, procedendo ad un sindacato di merito, si estrinsechi in una pronunzia autoesecutiva, intendendosi per tale quella che abbia il contenuto sostanziale e l’esecutorietà stessa del provvedimento sostituito, senza salvezza degli ulteriori provvedimenti dell’autorità amministrativa. Pertanto detto sconfinamento non è ravvisabile allorchè il Consiglio di Stato, in ipotesi di giurisdizione esclusiva, abbia negato la configurabilità del diritto vantato dal ricorrente, procedendo all’accertamento del presupposto di fatto della domanda, e in particolare, in materia di pubblico impiego, avendo verificato l’effettivo svolgimento delle mansioni superiori da parte del ricorrente.

Nella specie nell’impugnata sentenza il Consiglio di Stato ha esercitato l’ordinaria funzione di interpretazione di norme di legge, pur pervenendo ad una ricostruzione non collimante con quella operata da questa Corte (a partire da Cass., sez. lav., 4 agosto 2004, n. 14944) con riferimento alla medesima disposizione e ad analoga fattispecie. Nè ricorre per ciò solo, nella fattispecie, quell’ipotesi di mancato rispetto del contenuto essenziale della giurisdizione prefigurato da questa Corte (Cass., sez. un., 23 dicembre 2008, n. 30254) come possibile violazione di un limite esterno della giurisdizione amministrativa.

Il ricorrente invece contesta essenzialmente l’interpretazione che il Consiglio di Stato ha accolto del citato dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15; censura questa che costituisce un tipico errar in iudicando e nient’affatto un motivo attinente alla giurisdizione.

3. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile.

Sussistono giusti motivi per la compensazione tra le parti delle spese di questo giudizio di cassazione in considerazione dell’evoluzione giurisprudenziale sulle questioni dibattute e della problematicità delle stesse nel contesto del progressivo assetto del diritto vivente.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, dichiara inammissibile il ricorso;

compensa tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2010

 

 

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