Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7596 del 30/03/2020

Cassazione civile sez. I, 30/03/2020, (ud. 11/11/2019, dep. 30/03/2020), n.7596

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. PERRINO Angelina Maria – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 23642 del ruolo generale dell’anno 2018

proposto da:

M.D., rappresentato e difeso, giusta procura speciale in

calce al ricorso, dall’avv. Raffaele Miraglia, col quale

elettivamente si domicilia in Roma, alla via Muzio Clementi, n. 51,

presso lo studio dell’avv. Valerio Santagata;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

gli uffici della quale in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12, si

domicilia;

– intimato –

per la cassazione del decreto del Tribunale di Bologna n. 2041/18

depositato in data 3 luglio 2018.

Fatto

RILEVATO

che:

– M.D., cittadino (OMISSIS), ha impugnato il provvedimento della Commissione territoriale di diniego del riconoscimento della protezione internazionale e di quella umanitaria innanzi al Tribunale di Bologna che, con Decreto del 3 luglio 2018, ha rigettato il ricorso;

– a sostegno della decisione il Tribunale ha evidenziato che il racconto reso dal ricorrente era inattendibile perchè in parte inverosimile e contraddittorio, e in parte generico e stereotipato; che non sussistevano i presupposti della protezione sussidiaria, in considerazione del fatto che la consultazione delle COI più recenti e accreditate non evidenziavano la sussistenza in Senegal di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato idonea a esporre la popolazione civile a un grave pericolo per la vita o l’incolumità fisica per il solo fatto di soggiornarvi; che, infine, non sussistevano i presupposti della protezione umanitaria, giacchè ha ritenuto giustificata la richiesta da motivi economici;

– l’istante propone ricorso per cassazione affidato a quattro motivi,

cui il Ministero replica con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– i quattro motivi, con i quali, rispettivamente, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 9, comma 2 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e l’omesso esame della natura forzata della migrazione (primo motivo), la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 7 e 14, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 (secondo motivo), la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 4 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nonchè il difetto di motivazione in ordine all’attuale situazione della Libia (terzo motivo) e, infine, la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, letto in combinazione con il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, n. 1 e l’omesso esame in ordine al periodo di detenzione illegittimo subito dal ricorrente nelle carceri libiche (quarto motivo), da esaminare congiuntamente, perchè connessi, sono inammissibili, perchè il ricorrente mira a sovvertire l’accertamento in fatto contenuto nel decreto impugnato;

– il Tribunale ha difatti evidenziato che le ragioni di pericolo prospettate dall’istante risalgono a circa nove anni prima dell’audizione e comunque sono riferibili a un persecutore privato; ha aggiunto che le più aggiornate e accreditate Coi escludono l’attuale esistenza in Senegal di una situazione di violenza indiscriminata, giacchè, precisa, i piccoli gruppi armati presenti nella regione di provenienza del ricorrente sono dediti a rapine e a narcotraffico per ragioni personali e non politiche; ha poi sottolineato che il ricorrente non ha ancora raggiunto un significativo e serio inserimento sociale, affettivo e lavorativo;

– a questa ricostruzione il ricorrente oppone la natura forzata della migrazione, la diversa lettura delle circostanze evidenziate nel decreto, la situazione di violenza nel Paese di transito (la Libia) e ha riconosciuto rilievo dirimente alla circostanza, considerata anche dal Tribunale, di aver frequentato un corso di lingua italiana, aggiungendo che si è occupato della cucina per gli altri ospiti;

– va anche richiamato, quanto al profilo della censura concernente l’omessa motivazione della rilevanza della situazione del Paese di transito (nel caso di specie, la Libia), l’indirizzo in base al quale nella domanda di protezione internazionale l’allegazione da parte del richiedente che in un Paese di transito si consumi un’ampia violazione dei diritti umani, senza evidenziare, come nel caso in esame, quale connessione vi sia fra il transito attraverso quel Paese e il contenuto della domanda, costituisce circostanza irrilevante ai fini della decisione (Cass. 21 novembre 2019, n. 30408);

– va aggiunto, quanto alla protezione umanitaria, che il Tribunale era chiamato a valutare la sussistenza del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, all’esito di un’effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio potesse determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese d’accoglienza (Cass. n. 4455/2018);

– la valutazione è stata adeguatamente svolta, là dove il Tribunale ha evidenziato che, al cospetto della mancanza di specifici indici di protezione, non è comunque emersa una situazione di radicamento dell’istante nel territorio italiano;

– il ricorso è quindi inammissibile e le spese seguono la soccombenza;

– va, peraltro, respinta la richiesta formulata dal Ministero di revocare l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, in quanto la competenza in ordine al provvedimento di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione appartiene al giudice del rinvio o a quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato (Cass., sez. un., 20 febbraio 2020, n. 4315 e 25 giugno 2019, n. 16940).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese, che liquida in Euro 2100,00 per compensi, oltre alla spese prenotate a debito. Rigetta la richiesta di revoca dell’ammissione al gratuito patrocincio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2020

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