Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7524 del 25/03/2020

Cassazione civile sez. I, 25/03/2020, (ud. 31/01/2020, dep. 25/03/2020), n.7524

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria C. – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 327/19 proposto da:

O.I., elettivamente domiciliato in Sondrio, v. Giuseppe

Mazzini n. 69, difeso dall’avvocato Manuela Mauro in virtù di

procura speciale apposta in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano 22 novembre 2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

31 gennaio 2020 dal Consigliere relatore Dott. Marco Rossetti.

Fatto

RILEVATO

che:

O.I., cittadino nigeriano, chiese alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis);

a fondamento della sua istanza dedusse di essere fuggito dalla Nigeria per timore di essere ucciso dal proprio nonno, il quale, per costringerlo a divenire musulmano, lo aveva vessato e sinanche segregato; la Commissione Territoriale rigettò l’istanza;

avverso tale provvedimento O.I. propose, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35 ricorso dinanzi al Tribunale di Milano, che lo rigettò con sentenza 5.12.2017;

tale sentenza, appellata dal soccombente, è stata confermata dalla Corte d’appello di Milano con sentenza 22.11.2018; la Corte d’appello ritenne che il racconto del richiedente asilo non fosse credibile; che nella regione di provenienza del richiedente asilo (Edo State) non fosse in atto una situazione di violenza generalizzata derivante da conflitto armato; che non ricorresse alcuna situazione di vulnerabilità tale da giustificare il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari;

il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione da O.I. con ricorso fondato su due motivi; il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

col primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 10 Cost., comma 3, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5;

il motivo è così concepito:

-) sino a pagina 11 compresa, il ricorso contiene una lunga disquisizione sulla portata dell’art. 10 Cost., e sulla sua natura immediatamente precettiva; l’intero motivo costituisce la trascrizione pressochè integrale e letterale della sentenza pronunciata da Trib. Firenze 27.12.2018, r.g. 12546/18 (ampiamente diffusa sul Web);

-) nelle rimanenti tre pagine il ricorrente sostiene di essere fuggito da un contesto di minacce e di essere stato costretto a lasciare la Nigeria a causa “della condizione di dipendenza economica assoluta”;

dopo aver esposto queste considerazioni, il ricorrente conclude nel senso che doveva essergli riconosciuta la protezione umanitaria;

il motivo è manifestamente inammissibile;

in primo luogo è inammissibile ex art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6, perchè in nessun punto del ricorso espone quali fatti concreti il ricorrente dedusse, in primo grado, a fondamento della domanda di protezione umanitaria;

in secondo luogo è inammissibile perchè il giudizio sulla insussistenza di ragioni di vulnerabilità è un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito;

in terzo luogo è infondato perchè nessuna delle circostanze dedotte dal ricorrente (e cioè la povertà del paese di origine, l’avvenuta integrazione in Italia del richiedente asilo, l’insicurezza del Paese di origine) può costituire ipso iure titolo legittimante al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari;

ed infatti:

(a) la povertà del Paese da cui provenga chi richieda un permesso di soggiorno per motivi umanitari non rileva, perchè il permesso di soggiorno per motivi umanitari è una misura residuale ed atipica, che può essere accordata solo a coloro che, se facessero ritorno nel Paese di origine, si troverebbero in una situazione di vulnerabilità strettamente connessa al proprio vissuto personale; se così non fosse, il permesso di soggiorno per motivi umanitari, misura “personalizzata” e concreta, finirebbe per essere accordato non già sulla base delle specificità del caso concreto, ma sulla base delle condizioni generali del Paese d’origine del richiedente, in termini del tutto generali ed astratti, ed in violazione della ratio e della lettera della legge (ex multis, Sez. 1, Ordinanza n. 21280 del 9.8.2019; Sez. 1, Ordinanza n. 17287 del 27.6.2019; Sez. 1, Ordinanza n. 17282 del 27.6.2019; Sez. 1 -, Sentenza n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298 – 01);

(b) l’avvenuta integrazione nel nostro Paese di chi abbia richiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari (a prescindere in questa sede da qualsiasi approfondimento circa l’effettivo significato del concetto di “integrazione”, ma non senza rilevare che non basta imparare l’italiano o svolgere lavori saltuari per potersi dire avvenuta la suddetta “integrazione”) non rileva, in quanto la “vulnerabilità” richiesta a tal fine dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 non può ravvisarsi nel mero rischio di regressione a condizioni economiche meno favorevoli (Sez. 1, Ordinanza n. 17832 del 3.7.2019; Sez. 1, Ordinanza n. 17287 del 27.6.2019);

(c) l’insicurezza del Paese di origine, infine, non rileva, per le medesime ragioni già indicate poc’anzi, sub (a);

col secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14; sostiene che la Corte d’appello avrebbe rigettato la domanda di protezione sussidiaria senza aver acquisito le necessarie informazioni sulla situazione del paese, limitandosi a rinviare “ai non meglio precisati accertamenti del tribunale”;

il motivo è infondato;

la Corte d’appello, infatti, citando i rapporti dell’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha ritenuto in punto di fatto che nella zona di provenienza dell’odierno ricorrente non fosse in atto alcuna situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato;

tale accertamento è anch’esso riservato al giudice di merito, nè è censurabile in sede di legittimità la scelta del giudice di merito di privilegiare un tipo di Country of Origin Information (COI) rispetto ad altri;

non è luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio della parte intimata;

il rigetto del ricorso comporta l’obbligo del pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), a condizione che esso sia dovuto, condizione che non spetta a questa Corte stabilire. La suddetta norma, infatti, impone all’organo giudicante il compito unicamente di rilevare dal punto di vista oggettivo che l’impugnazione ha avuto un esito infruttuoso per chi l’ha proposta; incidenter tantum, rileva nondimeno questa Corte che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2012, n. 115, art. 11 il contributo unificato è prenotato a debito nei confronti della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) dà atto che non sussistono, allo stato, i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, sempre che l’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato non sia stata revocata dal giudice competente.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile della Corte di cassazione, il 31 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2020

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