Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7515 del 23/03/2017

Cassazione civile, sez. lav., 23/03/2017, (ud. 07/12/2016, dep.23/03/2017),  n. 7515

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16819-2011 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

M.A. C.F. (OMISSIS), M.F.R. C.F. (OMISSIS),

M.M. C.F. (OMISSIS), M.G., T.R.G.

C.F. (OMISSIS), quali eredi di M.T. C.F. (OMISSIS),

DECEDUTA IN CORSO DI CAUSA;

– intimati –

Nonchè da:

M.A. C.F. (OMISSIS), M.F.R. C.F. (OMISSIS),

M.M. C.F. (OMISSIS), M.G., T.R.G.

C.F. (OMISSIS), in qualità di eredi di M.T. C.F.

(OMISSIS), DECEDUTA IN CORSO DI CAUSA, tutti elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA RENO 21, presso lo studio dell’avvocato

ROBERTO RIZZO, che li rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 2149/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/06/2010 r.g.n. 103/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/12/2016 dal Consigliere Dott. PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI;

udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega verbale Avvocato LUIGI

FIORILLO;

udito l’Avvocato RIZZO ROBERTO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI FRANCESCA, che ha concluso per il rigetto del ricorso

principale, inammissibilità in subordine rigetto del ricorso

incidentale.

Fatto

Con sentenza 17 giugno 2010, la Corte d’appello di Roma dichiarava l’inefficacia della clausola di apposizione del termine al contratto stipulato da Poste Italiane s.p.a. con M.T. dal (OMISSIS) e la prosecuzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato tra le parti dall’ultima data, condannando la società datrice al risarcimento del danno, in misura pari alla retribuzione globale di fatto (Euro 1.366,95 mensili) maturata dal 28 luglio 2004, data di costituzione in mora alla scadenza del triennio dall’interruzione del rapporto oltre accessori di legge, in favore della lavoratrice: così riformando la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto le domande.

A motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva la sussistenza delle specifiche ragioni tecniche organizzative, previste anche sotto il regime del D.Lgs. n. 368 del 2001 applicabile ratione temporis, in quelle genericamente indicate (conseguenti a processi di riorganizzazione funzionali al riposizionamento di risorse sul territorio, in riferimento agli accordi sindacali richiamati criticamente scrutinati, pure concorrenti con l’esigenza alternativa di sostituzione di personale assente per ferie) nel contratto a termine suindicato tra le parti per lo svolgimento dalla lavoratrice di mansioni proprie dell’area operativa presso l’ufficio postale di (OMISSIS).

L’accertata nullità del termine apposto comportava la conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato, nell’inapplicabilità della disciplina di nullità parziale dell’art. 1419 c.p.c., comma 1, e la conseguente condanna risarcitoria della società datrice nella misura sopra esposta, nei limiti del triennio dall’interruzione del rapporto dalla costituzione in mora (individuata nella richiesta di tentativo obbligatorio di conciliazione, ai sensi dell’art. 410 c.p.c.): intervallo di tempo rispettoso dei principi di derivazione eziologica e di prevedibilità del danno.

Con atto notificato il 17 giugno 2011, Poste Italiane s.p.a. ricorre per cassazione con cinque motivi, cui resistono gli eredi della lavoratrice, nelle more deceduta, con controricorso, contenente ricorso incidentale articolato su sette motivi e con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Il collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 1 e 2, art. 4, comma 2, art. 12 disp. prel. c.c., 1362 ss., 1325 ss. c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erronea esclusione della ricorrenza delle specifiche ragioni tecniche organizzative individuate dal rinvio puntuale del contratto a termine stipulato agli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002.

Con il secondo, la ricorrente deduce vizio di omessa ed insufficiente motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sul fatto controverso e decisivo della ricorrenza delle specifiche ragioni tecniche organizzative giustificanti il contratto a termine stipulato nell’effettivo processo di riorganizzazione e riposizionamento delle risorse sul territorio, documentato dagli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002.

Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4, comma 2, art. 2697 c.c., artt. 115, 116, 244 e 253 c.p.c., art. 421 c.p.c., comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erronea attribuzione dell’onere probatorio della ricorrenza delle ragioni tecniche e organizzative (peraltro documentata in base ai suindicati accordi sindacali), alla società datrice (cui invece spettante solo in caso di proroga e non di prima istituzione del contratto), anzichè della loro insussistenza alla lavoratrice.

Con il quarto, la ricorrente deduce vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sulla mancata ammissione del capitolo di prova dedotto sub 11), decisivo ai fini dell’integrazione probatoria della ricorrenza delle ragioni tecniche ed organizzative giustificanti la stipulazione del contratto a termine.

Con il quinto, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1218, 1219, 1223, 2094, 2099 e 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per inesistenza di un obbligo retributivo, erroneamente ritenuto, a carico datoriale dalla data di messa in mora, in difetto di prestazione lavorativa, anzichè dall’effettiva ripresa del servizio, per la natura sinallagmatica del rapporto e di esclusione di un diritto risarcitorio della lavoratrice, in assenza di prova di carenza di altri rapporti lavorativi e di alium perceptum.

Infine, la ricorrente deduce l’applicazione della L. n. 183 del 2001, art. 32, comma 5, quale ius superveniens applicabile, ai sensi del suo comma 7, a tutti i giudizi in corso.

Con il primo motivo, a propria volta gli eredi della lavoratrice deducono, in via di ricorso incidentale, motivazione insufficiente e contraddittoria, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sulla limitazione del risarcimento del danno al triennio successivo alla cessazione di fatto del rapporto.

Con il secondo, essi deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 1226 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erroneo ricorso al criterio equitativo nella liquidazione del danno.

Con il terzo, essi deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erroneo ricorso al criterio presuntivo (di reperimento di nuova occupazione in un triennio) nella liquidazione del danno, ad essa limitata.

Con il quarto, essi deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 1225 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per erroneo ricorso al criterio di prevedibilità nella liquidazione del danno.

Con il quinto, essi deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per inesistenza di alcun proprio fatto colposo nella determinazione del danno.

Con il sesto, essi deducono nullità parziale della sentenza per violazione dell’art. 432 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nell’assenza dei presupposti per una pronuncia in via equitativa sulla liquidazione del danno, di entità ben accertabile. Con il settimo, essi deducono nullità parziale della sentenza per violazione dell’art. 114 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per erronea decisione in via di equità in assenza di controversia su diritti disponibili e di richiesta concorde delle parti.

Il primo motivo (violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 1 e 2, art. 4, comma 2, art. 12 disp. prel. c.c., art. 1362 ss. c.c., art. 1325 ss. c.c., per la ricorrenza delle specifiche ragioni tecniche organizzative individuate dal rinvio puntuale del contratto a termine stipulato agli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002) può essere congiuntamente esaminato, per ragioni di stretta connessione, con il secondo (omessa ed insufficiente motivazione sulla ricorrenza delle specifiche ragioni tecniche organizzative giustificanti il contratto a termine stipulato nell’effettivo processo di riorganizzazione e riposizionamento delle risorse sul territorio, documentato dagli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002).

Essi sono infondati.

La Corte territoriale ha, infatti, proceduto ad un argomentato e critico esame del contenuto dei citati accordi sindacali, richiamati, nel contratto individuale stipulato da Poste Italiane s.p.a. con M.T., a giustificazione delle “esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonchè all’attuazione delle previsioni” in essi indicate.

E ciò integra un accertamento in fatto, insindacabile in sede di legittimità, per motivazione congrua e corretta (per le ragioni esposte dal quinto capoverso di pg. 4 al primo di pg. 5 della sentenza), in ordine all’esclusione della concreta ricorrenza delle ragioni previste dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, che ben possono risultare dall’atto scritto non solo per indicazione diretta, ma anche per relationem ad altri testi, richiamati nel contratto di lavoro e pertanto anche ad accordi sindacali su processi di mobilità aziendale legittimanti le assunzioni a termine, quale strumento di riequilibrio territoriale e funzionale delle risorse umane (Cass. 11 febbraio 2015, n. 2680; Cass. 25 maggio 2012, n. 8286; Cass. 1 febbraio 2010, n. 2279), quali appunto gli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002, debitamente trascritti e specificamente indicati nella sede di produzione.

Ed infine, essa si è pure data carico dell’inidoneità delle plurime ragioni indicate, tra loro alternative, come nel caso di specie, in cui alle prime sono state giustapposte quelle di sostituzione di personale assente per ferie (per le argomentazioni illustrate dal secondo al settimo capoverso di pg. 5 della sentenza).

Il terzo motivo (violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4, comma 2, art. 2697 c.c., artt. 115, 116, 244 e 253 c.p.c., art. 421 c.p.c., comma 2, per erronea attribuzione dell’onere probatorio della ricorrenza delle ragioni tecniche e organizzative, alla società datrice, anzichè della loro insussistenza alla lavoratrice) può essere congiuntamente esaminato, per ragioni di stretta connessione, con il quarto (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sulla mancata ammissione del capitolo di prova dedotto sub 11), decisivo ai fini dell’integrazione probatoria della ricorrenza delle ragioni tecniche ed organizzative).

Essi sono infondati.

La Corte capitolina ha correttamente attribuito al datore di lavoro l’onere probatorio delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, giustificanti l’apposizione del termine al contratto di lavoro subordinato, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, in quanto regime derogatorio alla forma comune del rapporto di lavoro, a tempo indeterminato (Cass. 27 marzo 2014, n. 7244; Cass. 21 maggio 2008, n. 12985). Per tale ragione, esso costituisce a fortiori onere datoriale rispetto a quello, esplicitamente normato (D.Lgs. cit. art. 4, comma 2), nell’ipotesi di proroga del termine (Cass. 21 gennaio 2016, n. 1058).

Ed essa ha pure valutato, con argomentazioni congrue e criticamente giustificate, l’esclusione per assoluta genericità dei mezzi istruttori dedotti da Poste Italiane: pertanto insindacabile in sede di legittimità, alla luce della più che adeguata motivazione offerta (per le ragioni esposte agli ultimi due capoversi di pg. 5 della sentenza).

Il quinto, relativo a violazione e falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1218, 1219, 1223, 2094, 2099 e 2697 c.c., per inesistenza di un obbligo retributivo, erroneamente ritenuto, a carico datoriale dalla data di messa in mora, anzichè di effettiva ripresa del servizio e di esclusione di un diritto risarcitorio della lavoratrice, è fondato nella parte relativa all’applicazione della L. n. 183 del 2001, art. 32, comma 5, quale ius superveniens, assorbita invece quella riguardante il regime previgente.

Ed infatti, un recente arresto di questa Corte, a sezioni unite, ha affermato che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perchè dotate di efficacia retroattiva: in tal caso essendo ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta. Ed esso incontra il limite del giudicato, ma se la sentenza si compone di più parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente, pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima (Cass. s.u. 27 ottobre 2016, n. 21691).

Nel caso di specie, non si è formato alcun giudicato, per l’impugnazione della parte della sentenza relativa alla condanna risarcitoria, con deduzione dello ius superveniens.

Dalle superiori argomentazioni discende coerente l’accoglimento del quinto motivo del ricorso principale nella parte concernente l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, con rigetto dei primi quattro e la inammissibilità del ricorso incidentale, per difetto sopravvenuto di interesse all’impugnazione, sul rilievo della non liquidabilità di un risarcimento del danno in misura superiore a quella prevista dallo ius superveniens applicabile, nel suo apprezzamento in concreto (Cass. 25 giugno 2010, n. 15353; Cass. 4 dicembre 2014, n. 25712). E pertanto, la cassazione della sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

PQM

La Corte accoglie il quinto motivo di ricorso principale concernente l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, respinti i primi quattro e dichiara inammissibile il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2017

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