Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7500 del 27/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 27/03/2010, (ud. 09/02/2010, dep. 27/03/2010), n.7500

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUPI Fernando – Presidente –

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Consigliere –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – rel. Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende, ope

legis;

– ricorrente –

contro

LOLLI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TIGRE’ 37 presso lo studio

dell’avvocato CAFFARELLI Francesco, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ANTONIO VINCENZI, giusta mandato a margine

del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 94/2007 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE

di BOLOGNA, del 15/2/07, depositata il 29/10/2007;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/02/2010 dal Consigliere Relatore Dott. DI IASI Camilla;

e’ presente il P.G. in persona del Dott. LECCISI Giampaolo.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

1. L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per Cassazione (successivamente illustrato da memoria) nei confronti della Lolli s.r.l. (che resiste con controricorso) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente (per quel che in questa sede ancora rileva) impugnazione di avviso di accertamento IVA per l’anno 2000, avendo l’Ufficio riqualificato una serie di transazioni successive come cessione d’azienda, la C.T.R. Emilia Romagna affermava che nella specie si era trattato della cessione di singoli cespiti, non della cessione di un ramo d’azienda, atteso il lungo tempo trascorso tra le varie cessioni, la circostanza che la ditta cedente non esercitava la medesima attivita’ economica della cessionaria e che la suddetta cedente aveva continuato a svolgere l’attivita’ con proprio personale rimasto a libro paga, non risultando neppure una cessione del portafoglio clienti della suddetta ditta alla societa’ cessionaria.

2. Il primo motivo di ricorso (col quale si deduce vizio di motivazione rilevando che gli argomenti addotti dai giudici d’appello non sarebbero in se’ rilevanti univocamente nel senso della pluralita’ di cessioni distinte, specie considerando che le due imprese, svolgenti attivita’ complementari nello stesso settore, appartenevano alla medesima famiglia e che, dopo la cessione, i beni ceduti erano stati locati al cedente attraverso lo “stratagemma” del lease – back) risulta inammissibile sotto diversi profili.

Giova innanzitutto evidenziare che le circostanze asseritamente trascurate dai giudici d’appello non rivestono i caratteri della “decisivita’”, posto che esse non sarebbero in ogni caso logicamente incompatibili con la decisione adottata. In ogni caso, in relazione alle suddette circostanze di fatto (asseritamente trascurate dai giudici d’appello) non risultano riportati, nel rispetto del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, il contenuto di atti e documenti dai quali esse emergerebbero (ne’, peraltro, tali atti e documenti – sui quali il motivo e’ fondato – risultano specificamente indicati, anche con riguardo alla loro collocazione, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, e neppure depositati nei tempi e nei modi di cui all’art. 369 c.p.c., n. 4).

Col secondo motivo la ricorrente si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 36 e 55 nonche’ degli artt. 112 e 277 c.p.c. per omessa pronuncia in ordine ad uno dei motivi d’appello, ma non deposita l’atto d’appello (sul quale il motivo e’ fondato), come prescritto a pena di improcedibilita’ dall’art. 369 c.p.c., n. 4, a norma del quale, insieme col ricorso (e pertanto nello stesso termine previsto dal primo comma del citato art. 369 c.p.c.) devono essere depositati a pena di improcedibilita’ “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda”.

Come e’ evidente, la norma non distingue tra i vari tipi di censura proposti, e prevede il deposito non solo di documenti o contratti, ma anche di atti processuali, con la conseguenza che, pure in caso di denuncia di error in procedendo, gli atti processuali sui quali la censura si fonda devono essere specificamente e nominativamente depositati unitamente al ricorso e nello stesso termine, non rilevando a tal fine ne’ la richiesta di acquisizione del fascicolo d’ufficio dei gradi di merito ne’ l’eventuale deposito del fascicolo di parte (che in ipotesi tali atti contenga), se tale deposito non interviene nei tempi e nei modi di cui al citato art. 369 c.p.c. e se all’atto del deposito viene indicato in modo generico il suddetto fascicolo senza specificare gli atti e documenti in esso contenuti sui quali il ricorso e’ fondato. E’ infine da aggiungere che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimita’, l’onere di depositare, nel termine perentorio fissato per il deposito del ricorso per Cassazione, i documenti su cui lo stesso si fonda – imposto, a pena di improcedibilita’, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – si applica anche nel processo tributario, non ostandovi il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 25, comma 2 per il quale “i fascicoli delle parti restano acquisiti al fascicolo d’ufficio e sono ad esse restituiti al termine del processo”, in quanto la stessa norma prevede, di seguito, che “le parti possono ottenere copia autentica degli atti e documenti contenuti nei fascicoli di parte e d’ufficio”, con la conseguenza che non e’ ravvisabile alcun impedimento all’assolvimento dell’onere predetto, potendo la parte provvedere al loro deposito anche mediante la produzione in copia, alla quale l’art. 2712 c.c. attribuisce lo stesso valore ed efficacia probatoria dell’originale, salvo che la sua conformita’ non sia contestata dalla parte contro cui e’ prodotta (v. Cass. n. 24940 del 2009). Il primo motivo di ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile e il secondo improcedibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso e inammissibile il secondo. Condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio di legittimita’ che liquida in Euro 4.200,00 di cui Euro 4.000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 09 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2010

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