Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7481 del 23/03/2017


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Cassazione civile, sez. I, 23/03/2017, (ud. 25/01/2017, dep.23/03/2017),  n. 7481

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9868/2012 proposto da:

Immobiliare CDUED S.r.l., (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA, Piazza Cavour,

presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione,

rappresentata e difesa dall’avvocato Maria Teresa Spanu, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Porto Torres;

– intimato –

e contro

Comune di Porto Torres, in persona del Sindaco pro tempore,

domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile

della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dagli avvocati

Agostino Giordo, Federico Isetta, giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

Immobiliare Cdued S.r.l.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 118/2011 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI –

SEZIONE DISTACCATA DI SASSARI, depositata il 16/02/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/01/2017 dal Cons. Dott. VALITUTTI ANTONIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’inammissibilità.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto di citazione notificato il 14 gennaio 1997, l’Immobiliare CDUED s.r.l. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Sassari, il Comune di Porto Torres, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni a suo dire subiti in seguito alla sospensione, disposta con ordinanze sindacali n. 765 del 22 luglio 1981 e n. 766 del 24 luglio 1981, poi riconosciute illegittime dal Consiglio di Stato con sentenza del 17/11/1989, n. 343, dei lavori edilizi in corso nel medesimo Comune. Il Tribunale adito, con sentenza n. 716/2003, rigettava la domanda, condannando la società al pagamento di metà delle spese processuali.

2. La Corte di Appello di Cagliari, con sentenza n. 118/2011, depositata il 16 febbraio 2011, accoglieva parzialmente l’appello della Immobiliare CDUED s.r.l., rigettando l’eccezione di prescrizione proposta dall’ente pubblico, ma disattendendo, nel merito, la pretesa risarcitoria proposta dall’appellante, per mancanza di prova dei danni subiti.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha, quindi, proposto ricorso la Immobiliare CDUED s.r.l. nei confronti del Comune di Porto Torres affidato a quattro motivi. Il resistente ha replicato con controricorso, contenente, altresì, ricorso incidentale condizionato affidato a quattro motivi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso principale, l’Immobiliare CDUED s.r.l. denuncia la violazione dell’art. 2043 c.c., nonchè l’insufficiente motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

1.1. La ricorrente si duole del fatto che la Corte di Appello abbia ritenuto di escludere, per difetto di prova, il danno subito dalla CDUED s.r.l. – per l’illegittima sospensione dei lavori edilizi in corso da parte del Comune di Porto Torres, dal luglio 1981 al 23 aprile 1996 – sia sotto il profilo del lucro cessante che di quello del danno emergente.

1.2. La censura è inammissibile.

1.2.1. Sotto il profilo della violazione di legge denunciata (art. 2043 c.c.), va osservato che il vizio in parola deve essere dedotto, a pena di inammissibilità del motivo, giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, non solo con la indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie, ovvero con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendo alla Corte regolatrice di adempiere il suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione. Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di “errori di diritto” individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati per mezzo di una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. 17/5/2006, n. 11501; Cass. 8/3/2007, n. 5353).

Ebbene, nel caso di specie il motivo di ricorso in esame, al di là dell’intestazione nella quale è richiamata la norma dell’art. 2043 c.c., non contiene riferimento alcuno a possibili errori di diritto nei quali sia incorso il giudice di appello nel valutare il profilo concernente la valutazione dei presunti danni subiti dalla società istante. Sicchè, sotto il profilo in questione, la censura si palesa certamente inammissibile.

1.2.2. Sub specie del vizio di motivazione, poi, la doglianza si traduce in una vera e propria rivisitazione delle difese spiegate in prime cure e del materiale probatorio (documentazione bancaria, foto apparse sui giornali, documentazione contabile, relazione di c.t.u.), peraltro solo genericamente richiamato e non riprodotto nel ricorso nel rispetto del principio di autosufficienza, acquisito agli atti del giudizio di merito e già esaminato dal giudice di appello con ampia e congrua motivazione, al fine di pervenire, con riferimento alla valutazione dei danni subiti, a conseguenze diverse da quelle raggiunte dal giudice di secondo grado. Si è in presenza, pertanto, di deduzioni del tutto inammissibili in questa sede, non potendo di certo la Corte operare un riesame degli elementi di prova già sottoposti al vaglio del giudice di seconde cure, onde trarne conseguenze favorevoli alle aspettative del ricorrente, trattandosi com’è evidente, di una richiesta inammissibile in sede di legittimità, anche se proposta sub specie del vizio di motivazione (Cass. S.U. 24148/2013). In tema di ricorso per cassazione per vizi della motivazione della sentenza, invero, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto incompatibile con il giudizio di legittimità (Cass. 5/8/2016, n. 16526).

1.3. Per tutte le ragioni esposte, dunque, il motivo non può trovare accoglimento.

2. Con il secondo e terzo motivo di ricorso l’Immobiliare CDUED s.r.l. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., in relazione all’art. 360c.p.c., comma 1, n. 3.

2.1. Lamenta la ricorrente, per un verso, che la Corte territoriale non abbia giudicato entro i confini delle domande di parte, incorrendo in ultrapetizione per violazione dell’art. 112 c.p.c.. Si duole, per altro verso, l’istante, deducendo la violazione dell’art. 345 c.p.c., che la Corte di merito abbia ritenuto sussistente la violazione di tale disposizione, sebbene avesse in precedenza ordinato al c.t.u. di tenere conto di “tutta la documentazione atta a quantificare il danno subito dal ricorrente”, in tal modo dimostrando che tale documentazione era indispensabile al fine della quantificazione del danno.

2.2. Le censure sono inammissibili.

Il ricorso per cassazione deve contenere, invero, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, il che comporta la necessità dell’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e dell’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione (Cass. 6/6/2006, n. 13259; Cass. 25/8/2009, n. 20652).

Nel caso di specie, la ricorrente si è limitata, per contro, a dedurre – del tutto genericamente – che l’impugnata sentenza sarebbe incorsa in ultrapetizione, rispetto alle voci di danno richieste, e che la stessa decisione avrebbe finito per riconoscere che i documenti – peraltro neppure indicati – esaminati dal c.t.u. sarebbero stati indispensabili ai fini della quantificazione del danno. E tuttavia, l’istante non ha neppure indicato, nè tanto meno riprodotto nel ricorso, i punti della decisione di appello nei quali la Corte di merito sarebbe incorsa nei vizi denunciati, sicchè le censure – oltre che del tutto generiche – non sono in alcun modo riferibili alla sentenza impugnata.

2.3. Le doglianze non possono, pertanto, trovare accoglimento.

3. Con il quarto motivo di ricorso, l’Immobiliare CDUED s.r.l. denuncia la falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c..

3.1. La ricorrente lamenta che la sentenza di appello non si sia pronunciata anche sulle spese del primo grado del giudizio, compensandole tra le parti, come richiesto dalla parte appellante. La pronuncia di seconde cure sarebbe, pertanto, erronea, a parere dell’istante, per non avere la Corte territoriale provveduto alla compensazione delle spese di primo grado, erroneamente applicando la disposizione di cui all’art. 92 c.p.c..

3.2. Il motivo è inammissibile.

La doglianza non coglie, invero, il vizio del quale è affetta la decisione, che avrebbe dovuto essere censurata, non sotto il profilo della falsa applicazione della norma che prevede i criteri per fare luogo alla compensazione delle spese processuali (art. 92 c.p.c.), bensì sotto il diverso profilo della violazione degli artt. 112, 91 e 336 c.p.c..

Ed invero, in base al principio fissato dall’art. 336 c.p.c., comma 1, secondo il quale la riforma della sentenza ha effetto anche sulle parti dipendenti dalla parte riformata (cosiddetto effetto espansivo interno), la riforma, anche parziale, della sentenza di primo grado determina la caducazione “ex lege” della statuizione sulle spese e il correlativo dovere, per il giudice d’appello, di provvedere d’ufficio ad un nuovo regolamento delle stesse (Cass. 18/7/2005, n. 15112; Cass. 5/6/2007, n. 13059; Cass. 15360/2010). Del tutto incongruo ed irrilevante si palesa, pertanto, il riferimento alla violazione del disposto dell’art. 92 c.p.c..

3.3. Il mezzo va, pertanto, disatteso.

4. Dall’inammissibilità dell’intero ricorso principale deriva l’inefficacia del ricorso incidentale tardivo proposto dal Comune di Porta Torres. Va, difatti, osservato – al riguardo – che il ricorso incidentale tardivo, poichè proposto oltre i termini di cui all’art. 325 c.p.c., comma 2, ovvero art. 327 c.p.c., comma 1, è inefficace – ai sensi dell’art. 334 c.p.c., comma 2 – qualora il ricorso principale per cassazione sia stato dichiarato inammissibile, senza che, in senso contrario rilevi che lo stesso sia stato proposto nel rispetto del termine di cui all’art. 371 c.p.c., comma 2 (quaranta giorni dalla notificazione del ricorso principale) (cfr. Cass. 3419/2004; 8105/2006; 1528/2010; 6077/2015).

Nel caso di specie, la sentenza di appello è stata depositata il 16 febbraio 2011 (e non notificata), mentre il ricorso incidentale risulta consegnato all’ufficiale giudiziario per la notifica il 14 maggio 2012, ossia oltre il termine di un anno e quarantasei giorni (tenuto conto della sospensione feriale) dalla pubblicazione della sentenza di appello Ne consegue che il ricorso incidentale del Comune di Porto Torres deve essere dichiarato inefficace.

5. Le spese del presente giudizio vanno poste a carico della ricorrente risultata soccombente.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso principale ed inefficace il ricorso incidentale. Condanna la ricorrente, in favore della controricorrente, alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 25 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2017

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