Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7445 del 17/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 17/03/2021, (ud. 30/09/2020, dep. 17/03/2021), n.7445

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. GALATI Vincenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso iscritto al n. 10627 del ruolo generale dell’anno 2014

proposto da:

P.E., rappresentata e difesa, giusta procura speciale a

margine del ricorso dall’Avv. Sebastiano Leone ed elettivamente

domiciliata in Roma, Via Banco di S. Spirito, 48, presso lo studio

dell’Avv. Augusto D’Ottavi;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

gli uffici della quale in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12, si

domicilia;

– controricorrente –

e

Riscossione Sicilia S.p.A. (già Serit Sicilia S.p.A.), in persona

del direttore pro tempore, rappresentata e difesa, giusta procura in

calce al controricorso, dall’Avv. Gaetano Mirmina ed elettivamente

domiciliata in Roma, Via Giacomo Puccini, 10, presso lo studio

dell’Avv. Mario Ferri;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 151/16/14 della Commissione tributaria

regionale della Sicilia depositata in data 17.1.2014;

udita nella camera di consiglio del 30.09.2020 la relazione svolta

dal consigliere Vincenzo Galati.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 151/16/14 la Commissione tributaria regionale della Sicilia ha esposto, in punto di fatto, che P.E. ha impugnato la cartella di pagamento n. (OMISSIS) ed il relativo ruolo relativo ad IVA ed imposte dirette, conseguenti a liquidazione della dichiarazione del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36bis, dell’anno 2007 per un importo pari ad Euro 104.959,05.

I vizi eccepiti hanno avuto riguardo a plurime cause di nullità della cartella per inesistenza della notifica, mancata firma del ruolo da parte di persona legittimata, omesso invito del contribuente a fornire chiarimenti o documenti sulla dichiarazione liquidata, difetto di sottoscrizione della cartella, omessa indicazione del vero responsabile del procedimento, mancata preventiva instaurazione del contraddittorio.

Costituitesi in giudizio la Serit Sicilia S.p.A. e l’Agenzia delle Entrate, la Commissione tributaria provinciale di Siracusa ha respinto il ricorso.

La CTR ha quindi rigettato l’appello successivamente proposto dalla P. condividendo le argomentazioni sviluppate dalla Commissione provinciale in relazione ai profili di censura prospettati.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione la contribuente affidandolo a cinque motivi.

L’Agenzia delle Entrate e la Riscossione Sicilia S.p.A. (già Serit Sicilia S.p.A.) hanno replicato con controricorso.

Il Procuratore Generale e la ricorrente hanno depositato conclusioni ex art. 380bis c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta violazione e falsa applicazione D.P.R. n. 600 del 1973, art. 26 e dell’art. 149 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La ricorrente sostiene che la cartella esattoriale e gli atti autonomamente impugnabili del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 19, non possono essere notificati direttamente dall’Agente della Riscossione mediante la spedizione con il servizio postale, essendo sempre necessario l’intervento dei soggetti abilitati dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26, comma 1, fra i quali non rientra il concessionario.

La violazione della previsione indicata determina l’inesistenza della notifica.

Con il secondo motivo si segnala violazione e falsa applicazione degli artt. 2719 e 2697 c.c., del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26 e dell’art. 149 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, in quanto la prova della regolarità della notifica è stata fornita con l’allegazione della relata prodotta in copia la cui attestazione di conformità all’originale (espresamente contestata dalla ricorrente) è stata fornita dallo stesso Agente della Riscossione.

Il terzo motivo riguarda la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 12, comma 4 e dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto non èra stata fornita la prova della regolare e legittima sottoscrizione del ruolo.

Con il quarto motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 302 del 2007, art. 36, comma 4 ter e della L. n. 241 del 1990, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, in merito alla omessa indicazione del responsabile del procedimento non potendo ritenersi assolta la prova del requisito in esame mediante l’indicazione, quale responsabile, del dirigente dell’unità organizzativa provinciale ove opera l’Agente della Riscossione che ha emesso la cartella.

Il quinto ed ultimo motivo censura la sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, relativamente al capo della sentenza che ha statuito sulla regolamentazione delle spese di lite.

Il primo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.

Con esso si censura la sentenza per non avere preso in considerazione l’eccezione di inesistenza della notifica in quanto eseguita direttamente dall’Agente della Riscossione mediante il servizio postale, essendo sempre necessaria l’intermediazione di soggetti abilitati il cui mancato intervento comporta, appunto, l’inesistenza (in quanto tale non sanabile dalla proposizione dell’opposizione) della notifica.

Viene così operata una commistione tra censure per violazione di legge ed omesso esame ex art. 360 c.p.p., comma 1, n. 5, determinandosi, in tal modo, sia un profilo di inammissibilità per essere devoluto al giudice di legittimità il compito di individuare l’effettiva lagnanza della ricorrente (Cass. sez. 1, 23 ottobre 2018, n. 26874), sia, relativamente all’omesso esame, per violazione dell’art. 348-ter c.p.c., comma 5.

Nel merito si rileva, comunque, l’infondatezza del motivo.

Secondo la ricorrente la lettura complessiva del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 26, come risultante dalla modifiche apportate dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 12, comma 1, imporrebbe di ritenere preclusa la possibilità della notifica della cartella mediante l’invio diretto della raccomandata da parte del Concessionario che non figura tra i soggetti che il primo periodo dell’art. 26 citato indica tassativamente come abilitati alla effettuazione delle operazioni di notifica.

In primo luogo si osserva che Cass. sez. 5, 24 agosto 2018, n. 21071 ha affermato il principio secondo cui “in tema di atti d’imposizione tributaria, la notificazione non è un requisito di giuridica esistenza e perfezionamento, ma una condizione integrativa d’efficacia, sicchè la sua inesistenza o invalidità non determina in via automatica l’inesistenza dell’atto, quando ne risulti inequivocamente la piena conoscenza da parte del contribuente entro il termine di decadenza concesso per l’esercizio del potere all’Amministrazione finanziaria, su cui grava il relativo onere probatorio”.

Ne deriva che il vizio lamentato sarebbe comunque sanato per raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c..

Ulteriormente, si osserva che la lettura proposta è smentita dal consolidato orientamento della Corte di cassazione secondo cui “in tema di riscossione delle imposte, la notifica della cartella esattoriale può avvenire anche mediante invio diretto, da parte del concessionario, di lettera raccomandata con avviso di ricevimento, in quanto il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26, comma 1, seconda parte, prevede una modalità di notifica, integralmente affidata al concessionario stesso ed all’ufficiale postale, alternativa rispetto a quella della prima parte della medesima disposizione e di competenza esclusiva dei soggetti ivi indicati. In tal caso, la notifica si perfeziona con la ricezione del destinatario, alla data risultante dall’avviso di ricevimento, senza necessità di un’apposita relata, visto che è l’ufficiale postale a garantirne, nel menzionato avviso, l’esecuzione effettuata su istanza del soggetto legittimato e l’effettiva coincidenza tra destinatario e consegnatario della cartella, come confermato implicitamente dal citato art. 26, penultimo comma, secondo cui il concessionario è obbligato a conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o con l’avviso di ricevimento, in ragione della forma di notificazione prescelta, al fine di esibirla su richiesta del contribuente o dell’amministrazione” (Cass. sez. 5, 19 marzo 2014, n. 6395; conformi Cass. Sez. 5, 27 maggio 2011, n. 11708, Cass. sez. 5, 6 marzo 2015, n. 4567, Cass. Sez. 3, 17 ottobre 2016, n. 20918).

Pertanto, la modalità di notificazione della cartella per come descritta nel ricorso proposto dalla contribuente (pàg. 4) ovvero “notifica diretta dell’Agente della Riscossione con le modalità della spedizione attraverso il servizio postale con raccomandata con avviso di ricevimento” è consentita e non determina alcuno dei vizi descritti in ricorso.

Con il secondo motivo la contribuente censura la sentenza per avere ritenuto provata la regolarità della notifica della cartella mediante la produzione della copia della relata di notifica con attestazione di conformità all’originale da parte dell’Agente della Riscossione e, dunque, di soggetto privo della qualità di pubblico ufficiale e non esercente una pubblica funzione.

Il motivo è, per alcuni aspetti, aspecifico e, dunque, inammissibile, per altri infondato.

Da un lato, infatti, non è dato comprendere, anche a causa della mancata trascrizione nel ricorso dell’atto della cui autenticità si dubita, sotto quale aspetto venga contestata la conformità all’originale dello stesso.

Peraltro manca l’indicazione su dove, come e quando sia stato operato il disconoscimento

Sul punto la censura sollevata dalla ricorrente non si sottrae al rilievo di genericità già segnalato nella sentenza appellata se si considera l’orientamento giurisprudenziale secondo cui “in tema di prova documentale il disconoscimento delle copie fotostatiche di scritture prodotte in giudizio, ai sensi dell’art. 2719 c.c., impone che, pur senza vincoli di forma, la contestazione della conformità delle stesse all’originale venga compiuta, a pena di inefficacia, mediante una dichiarazione che evidenzi in modo chiaro ed univoco sia il documento che si intende contestare, sia gli aspetti differenziali di quello prodotto rispetto all’originale, non essendo invece sufficienti nè il ricorso a clausole di stile nè generiche asserzioni” (Cass. sez. 5, 20 giugno 2019, n. 16557; conformi, fra le molte, Cass. sez. 2, 30 ottobre 2018, n. 27633; Cass. Sez. 6, 13 dicembre 2017, n. 29993).

Tanto più la contestazione deve essere specifica laddove la copia prodotta contenga (per come avvenuto nel caso di specie, secondo la stessa ricóstruzione operata dalla sentenza nel passaggio riportato a pag. 9 del ricorso) l’attestazione di conformità all’originale da parte dell’agente della riscossione che non può essere considerata “tamquam non esset” e che onera di una maggiore specificità l’eventuale contestazione di difformità tra copia ed originale.

In tal senso si condivide quanto statuito da Cass. Sez. 6, 11 ottobre 2017, n. 23902 ovvero che “in tema di notifica della cartella esattoriale, laddove l’agente della riscossione produca in giudizio copia fotostatica della relata di notifica o dell’avviso di ricevimento (recanti il numero identificativo della cartella), e l’obbligato contesti la conformità delle copie prodotte agli originali, ai sensi dell’art. 2719 c.c., il giudice che escluda, in concreto, l’esistenza di una rituale certificazione di conformità agli originali, non può limitarsi a negare ogni efficacia probatoria alle copie prodotte, in ragione della riscontrata mancanza di tale certificazione, ma deve valutare le specifiche difformità contestate alla luce degli elementi istruttori disponibili, compresi quelli di natura presuntiva, attribuendo il giusto rilievo anche all’eventuale attestazione, da parte dell’agente della riscossione, della conformità delle copie prodotte alle riproduzioni informatiche degli originali in suo possesso” (conforme Cass. sez. 5, 4 ottobre 2018, n. 24323).

E’ infondato anche il terzo motivo di ricorso che si fonda sulla mancata sottoscrizione del ruolo in ordine alla quale l’amministrazione avrebbe omesso di fornire la prova, sia con riferimento alla sottoscrizione autografa, che a quella elettronica.

In merito al requisito formale della sottoscrizionè del ruolo d’imposta prescritto dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 12, comma 4, deve essere ribadito il principio di diritto secondo cui “in tema di requisiti formali del ruolo d’imposta, il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 12, non prevede alcuna sanzione per l’ipotesi della sua omessa sottoscrizione, sicchè non può che operare la presunzione generale di riferibilità dell’atto amministrativo all’organo da cui promana, con onere della prova contraria a carico del contribuente, che non può limitarsi ad una generica contestazione dell’esistenza del potere o della provenienza dell’atto, ma deve allegare elementi specifici e concreti a sostegno delle sue deduzioni. D’altronde, la natura vincolata del ruolo, che non presenta in fase di formazione e redazione margini di discrezionalità amministrativa, comporta l’applicazione del generale principio di irrilevanza dei vizi di invalidità del provvedimento, ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 21 octies” (Cass. sez. 5, 30 ottobre 2018, n. 27561).

Fra le molte conformi si segnalano Cass. sez. 5, 7 settembre 2018, n. 21844 e Cass. sez. 5, 30 dicembre 2015, n. 26053.

Il quarto motivo di ricorso relativo alla omessa indicazione del responsabile del procedimento è anch’esso infondato.

Con esso si censura la sentenza per avere ritenuto soddisfatto il requisito dell’indicazione del responsabile del procedimento a prescindere dall’ambito provinciale di operatività dell’agente della riscossione.

In sostanza, l’indicazione avrebbe dovuto riguardare non già la figura apicale del responsabile per tutta la Regione Sicilia, ma il soggetto responsabile della singola unità organizzativa provinciale.

La tesi contrasta con l’orientamento consolidato della giurisprudenza secondo cui “in tema di cartelle di pagamento, l’indicazione del responsabile del procedimento prevista a pena di nullità per quelle riferite ai ruoli consegnati agli agenti della riscossione a decorrere dal 1 giugno 2008 dal D.L. n. 248 del 2007, art. 36, comma 4-ter, conv., con modif., in L. n. 31 del 2008, deve intendersi riferita alla persona responsabile del procedimento a prescindere dalla funzione apicale o meno dalla stessa effettivamente esercitata, essendo tale indicazione sufficiente ad assicurare la trasparenza dell’attività amministrativa, la piena informazione del cittadino nonchè la garanzia del diritto di difesa” (Cass. sez. 5, 14 novembre 2019, n. 29652).

Dall’applicazione di tale principio qui condiviso deriva che l’indicazione del responsabile del procedimento come riportato a pag. 4 della sentenza impugnata è idonea a soddisfare il requisito prescritto.

Inammissibile, infine, il motivo di ricorso relativo alla ripartizione delle spese in quanto la Commissione regionale ha fatto corretta applicazione del principio della soccombenza.

Da quanto esposto discende il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dalle controricorrenti.

Sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore delle controricorrenti, delle spese di lite del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.200,00, ciascuno, oltre alle spese prenotate a debito.

Da atto dei presupposti processuali per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato, se dovuto, del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, il 30 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 marzo 2021

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