Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7419 del 18/03/2020

Cassazione civile sez. I, 18/03/2020, (ud. 25/10/2019, dep. 18/03/2020), n.7419

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32709/2018 proposto da:

O.B.E., elettivamente domiciliato in Rionero in

Volture (PZ) via G. Marconi n. 76, presso l’Avv. Ameriga Petrucci,

come da procura in atti;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma

Via Dei Portoghesi 12 Avvocatura Generale Dello Stato, che li

rappresenta e difende;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di POTENZA, depositato il

26/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

25/10/2019 dal Consigliere Dott. MARIA ENZA LA TORRE.

Fatto

RITENUTO

che:

O.B.E., cittadino della (OMISSIS), ricorre per la cassazione del Decreto 26 settembre 2018, n. 1414, emesso dal Tribunale di Potenza – Sezione specializzata in Materia di immigrazione e protezione internazionale – che, su impugnazione avverso il diniego dell’istanza di concessione protezione internazionale e forme complementari di protezione, ha confermato la decisione di rigetto della Commissione Territoriale di Bari.

Espletata l’audizione in sede di Commissione territoriale, il Tribunale ha rigettato il ricorso “per via della sostanziale inattendibilità e poca credibilità del racconto del richiedente. (…) Non trovando conferma alcuna, neanche indiziaria, in sede di audizione giudiziale alla quale il medesimo ricorrente – si è ingiustificatamente sottratto, non comparendo all’udienza” appositamente fissata.”

Il Ministero dell’Interno sii è costituito ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Il ricorso, seppur vengono numerati tre motivi, è affidato a quattro censure.

Con il primo motivo di ricorso, rubricato “diniego dello status di rifugiato – violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 – 5”, si deduce l’inesistente, apparente, contrastante, perplessa ed obiettivamente incomprensibile motivazione del decreto de qua, risultando – ad avviso del ricorrente – privo di qualsivoglia valutazione concreta;

il motivo è infondato, avendo il Tribunale, per quanto concerne l’istanza di protezione per l’ottenimento dello status di rifugiato, esaurientemente motivato, sulla base della mancanza di prova da parte del richiedente, che non ha “fornito elementi gravi precisi e concordanti relativi alle proprie vicende personali” nonchè la insussistenza “di atti di persecuzione o di gravi danni alla persona e di pericolo concreto, effettivo ed attuale, di ulteriore perpetrazione degli stessi in caso di rimpatrio” anche tenuto conto della zona di provenienza del paese di origine”. Va sul punto ribadito il principio consolidato di questa Corte secondo cui “Ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato, la situazione sociopolitica o normativa del Paese di provenienza è rilevante solo se correlata alla specifica posizione del richiedente e più specificamente al suo fondato timore di una persecuzione personale e diretta, per l’appartenenza ad un’etnia, associazione, credo politico o religioso, ovvero in ragione delle proprie tendenze e stili di vita, e quindi alla sua personale esposizione al rischio di specifiche misure sanzionatorie a carico della sua integrità psico-fisica. Il relativo accertamento integra un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nei limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (da ultimo Cass. n. 30105 del 21/11/2018).

Con il secondo motivo, evincibile dall’argomentazione del primo motivo ed indicato come “1.I Sulla valutazione di credibilità della ricorrente – Violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, si censura la dichiarazione di inattendibilità delle dichiarazioni fatta dal giudicante;

anche questo motivo va respinto, in quanto il Tribunale sulla base della “sostanziale inattendibilità e poca credibilità del racconto del richiedente. (…) che non ha trovato “conferma alcuna, neanche indiziaria, in sede di audizione giudiziale alla quale il medesimo – ricorrente – si è ingiustificatamente sottratto, non comparendo all’udienza” appositamente fissata”, ha fatto corretta applicazione della indicata normativa, con interpretazione coerente, esente quindi dal denunziato vizio;

con il terzo motivo, rubricato “diniego della protezione sussidiaria – violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 – 5”, deducendo sia l’omesso esame del timore del ricorrente di subire in patria torture o altre forme di pena o trattamento inumano o degradante, assumendo tra l’altro una motivazione apparente, perplessa ed incomprensibile, sia per aver il Tribunale applicato l’art. 8 della direttiva n. 2011/95/UE del 31/12/2011 in quanto non trasposta nel nostro ordinamento;

infine col quarto motivo, rubricato “diniego della protezione umanitaria – violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 – 5”, il ricorrente censura l’omesso esame delle fonti internazionali allegate sulle condizioni della Nigeria tali da giustificare la concessione – negata – della protezione umanitaria nonchè l’illogicità ed apparenza della motivazione del Decreto impugnato.

Gli indicati motivi, suscettibili di trattazione congiunta per la loro connessione, sono infondati.

La motivazione del provvedimento è chiara e coerente, basata sulla inattendibilità e poca credibilità del racconto del richiedente, particolareggiatamente esposto, e ritenuto privo di riscontri probatori e conferma alcuna.

Ciò anche con riferimento alla negata protezione sussidiaria e protezione umanitaria.

Il Tribunale non ha ritenuto i fatti narrati idonei ad integrare neppure i presupposti, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14, per la concessione della protezione sussidiaria in quanto “non risulta che vi siano ad oggi uno stato di violenza indiscriminata sui civili, nè tanto meno un conflitto armato interno o internazionale”. Infine – per quanto ancora qui rileva relativamente all’istanza di concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha rilevato che non erano ravvisabili motivi di vulnerabilità soggettiva/oggettiva” posto che, ad avviso del giudicante, il ricorrente ha “effettivamente abbandonato il proprio paese di origine esclusivamente per il desiderio di trovare migliori condizioni di vita e possibilità di lavoro”.

Il ricorso va conseguentemente rigettato. Nulla sulle spese in mancanza di costituzione dell’intimato.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari se dovuto a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari se dovuto, a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2020

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