Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7409 del 31/03/2011

Cassazione civile sez. trib., 31/03/2011, (ud. 15/02/2011, dep. 31/03/2011), n.7409

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrenti –

contro

B.M., O.E., elettivamente domiciliati in

ROMA VIA TACITO 41, presso lo studio dell’avvocato ZINI ADOLFO, che

li rappresenta e difende unitamente agli avvocati FICALORA ANTONINO,

MONZA MASSIMO, giusta delega in calce;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 99/2005 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 06/10/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/02/2011 dal Consigliere Dott. ETTORE CIRILLO;

udito per il resistente l’Avvocato ZINI, che si riporta al

controricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il 6 ottobre 2005 la commissione tributaria regionale di Milano ha rigettato l’appello proposto dall’agenzia delle entrate nei confronti di B.M. e O.E. confermando l’annullamento degli avvisi di accertamento notificati il 25 novembre 1997 che, applicando nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4 e il metodo del “redditometro”, avevano elevato i loro redditi complessivi, ai fini di IRPEF e ILOR e cd. “tassa europa”, per gli anni 1989 e 1990 rispettivamente a L. 36.275.000 e L. 53.574.000.

Ha motivato la decisione affermando che: a) il sig. B. aveva dimostrato che l’autovettura a gasolio 23 CV era in realtà un furgone adibito all’esercizio dell’attività di venditore ambulante;

b) abnorme era stata l’applicazione dei coefficienti ministeriali se riferiti all’abitazione principale che i B.- O. occupavano sin dal remoto acquisto (1970); c) l’ufficio aveva considerato reddito quello che era invece il valore dell’immobile (circa 45.000.000 di vecchie lire), confondendo così due distinti concetti.

Ha proposto ricorso per cassazione, affidato a un solo motivo, l’avvocatura dello stato per l’agenzia delle entrate e il ministero dell’economia e delle finanze;

contribuenti resistono con controricorso e memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

01. Preliminarmente, si rileva la carenza di legittimazione processuale dell’altro soggetto rappresentato dall’avvocatura erariale, il ministero dell’economia e delle finanze, che non è stato parte nel giudizio di secondo grado ed è oramai estraneo al contenzioso tributario dopo la creazione delle agenzie fiscali.

L’intervento ministeriale in cassazione è dunque inammissibile e il ricorso dell’avvocatura dello stato va esaminato unicamente riguardo all’agenzia delle entrate, che è la sola a essere legittimamente impugnante. Il ricorso per parte ministeriale non incide concretamente sul presente giudizio e dunque le relative spese possono essere compensate tra gli interessati.

02. Passando al ricorso dell’agenzia, con l’unico motivo, l’avvocatura erariale denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto e in particolare dell’art. 38 del d.P.R. 600/73 e del D.M. 10 settembre 1992, D.M. 19 novembre 1992 e D.M. 29 aprile 1999, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

03. Sostiene che, affermata l’applicazione retroattiva del D.M. del 1992 e del 1999, i giudici d’appello sono però caduti in errore di diritto, poichè la sussistenza dei presupposti per l’accertamento sintetico, quali la disponibilità di alcuni beni o la manifestazione di una certa capacità di spesa, crea, in favore del fisco, una presunzione di esistenza di un maggiore reddito e sposta totalmente sul contribuente il carico probatorio. Carico probatorio che è individuato nel suo oggetto dall’art. 38 cit., il quale prevede la facoltà di dimostrare soltanto che i presupposti suddetti siano in realtà inesistenti o che il maggior reddito è costituito da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta a titolo d’imposta. Una volta accertata l’effettività degli indicatori di capacità contributiva, il giudice tributario deve soltanto valutare la prova che il contribuente offra sulla provenienza non reddituale delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla previsione di legge. Infine, la loro disponibilità va valutata anche per le spese di mantenimento e tenendo conto d’indicatori concretizzatisi anche prima dell’anno d’imposta in contestazione, quali ulteriori e autonomi indici contributivi. Il motivo non è fondato.

04. Premesso che sulla destinazione all’attività d’impresa del furgone a gasolio di 23 cavalli fiscali non v’è motivo di ricorso, su tale destinazione si è formato il giudicato interno.

Sicchè tale veicolo va considerato estraneo alla rettifica con metodo sintetico quale bene strumentale per l’esercizio dell’impresa ai sensi del D.P.R. n. 600, art. 2 e dei decreti ministeriali applicativi.

05. Passando agli altri indicatori, e cioè alle possidenze immobiliari, due come meglio precisato in controricorso, va osservato che, i giudici d’appello soffermano la loro attenzione più che altro sulla residenza principale (acquisita nel ’70), ma con argomenti validi anche per quella secondaria (ricevuta in successione negli anni ’60).

06. Ai sensi dell’art. 38 cit., l’amministrazione può legittimamente procedere con metodo sintetico alla rettifica della dichiarazione dei redditi, quando da elementi estranei alla configurazione reddituale prospettata dal contribuente (es. autovetture, possidenze immobiliari, incrementi patrimoniali, etc.) si possa fondatamente presumere che ulteriori redditi concorrano a formare l’imponibile complessivo; in tal caso, incombe al contribuente l’onere di dedurre e provare che i redditi effettivi frutto della sua attività sono sufficienti a giustificare il suo tenore di vita, ovvero che egli possiede altre fonti di reddito non tassabili, o separatamente tassate (Cass. 2009/10385).

07. Tanto premesso, in primo luogo, si deve osservare che la disponibilità d’immobili, come degli altri beni previsti dal D.P.R. n. 600, art. 2, costituisce una presunzione di “capacità contributiva” ai sensi dell’art. 2728 cod. civ.. Il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” e-sposti dall’ufficio deve però valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale dei beni indicati dalla norma. (Cass. 2007/16284).

08. Nell’ipotesi di disponibilità d’immobili acquisiti in epoca assai remota, l’effettiva capacità contributiva va individuata non in base alla mera proprietà e provenienza degli stessi, ma valutando le spese per il loro mantenimento (Cass. 2002/10603; lo stesso dicasi per la manutenzione dei veicoli, Cass. 2007/1294).

09. Il ricorso per cassazione si regge su un duplice nesso inferenziale: disponibilità di determinati beni = sostenimento di una spesa congrua al loro mantenimento, sostenimento della spesa = possesso di un reddito adeguato.

10. Sennonchè, il profilo del sostenimento di una spesa congrua al mantenimento delle due residenze (principale e secondaria) è stato introdotto dall’amministrazione solo con il ricorso per cassazione e non risulta, comunque, indicata la sua introduzione nei gradi di merito e lo stesso accertamento del fisco pare ispirato a differente profilo redditometrico legato alla mera acquisizione dominicale, nella specie remotissima (e in parte di derivazione ereditaria) e dunque non conferente, come ha chiarito la sentenza impugnata che non merita censura.

11. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con condanna dell’agenzia alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.T.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso ministeriale e compensa le relative spese; rigetta il ricorso dell’agenzia delle entrate e la condanna alle spese del presente giudizio di legittimità liquidate, a favore dei contribuenti, in Euro 1.400 (di cui Euro 1.200 per onorario), oltre a spese generale e oneri accessori secondo legge.

Così deciso in Roma, il 15 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 31 marzo 2011

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