Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7400 del 16/03/2021

Cassazione civile sez. II, 16/03/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 16/03/2021), n.7400

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25960-2019 proposto da:

I.N., rappresentato e difeso dall’Avvocato ANDREA DIROMA, per

procura speciale a margine del ricorso recante la data del

26/8/2019;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, rappresentato e difeso dall’Avvocatura

Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, via dei

Portoghesi 12, domicilia per legge;

– controricorrente –

avverso il DECRETO n. 2011/2019 del TRIBUNALE DI TRIESTE, depositato

il 30/7/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/12/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE

DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale, con il decreto in epigrafe, dichiaratamente comunicato il 31/7/2019, ha respinto l’impugnazione che I.N., nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), aveva proposto avverso il provvedimento con il quale la commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale da lui presentata.

I.N., con ricorso notificato il 28/8/2019, ha chiesto, per sei motivi, la cassazione del decreto.

Il ministero dell’interno ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 8, art. 27, comma 1 bis, art. 8, commi 2 e 3, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale non ha ordinato l’esibizione dei documenti che la commissione territoriale non ha depositato in giudizio nè ha reso disponibili, come era invece tenuta a fare a norma dell’art. 35 bis cit., vale a dire i reports di Amnesty International e al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti che contengono dati sulla situazione di sicurezza delle aree di provenienza del richiedente.

1.2. Il tribunale, quindi, se avesse disposto l’acquisizione di tali documenti, che il richiedente aveva espressamente richiesto, avrebbe avuto elementi per ritenere la verosimiglianza della vicenda narrata dallo stesso ed assumere una decisione diversa sulle domande di protezione internazionale avanzate dal richiedente.

1.3. La decisione del tribunale, pertanto, non essendo conforme al dettato normativo, lì dove impone alla commissione di rendere disponibile l’intera documentazione acquisita nel corso della procedura, ha comportato la violazione del suo diritto di difesa.

2.1. Con il secondo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o falsa applicazione degli artt. 35 bis, comma 9, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale, pur essendovi tenuto in base alla norma citata, non ha disposto l’acquisizione delle informazioni concernenti la situazione socio-politico-economica del Paese di provenienza del richiedente.

2.2. Il mezzo istruttorio, che il richiedente aveva espressamente richiesto, avrebbe consentito di ricostruire la vicenda personale dello stesso in termini di verosimiglianza rispetto alla situazione oggettiva della zona di provenienza.

3.1. Con il terzo motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha ritenuto l’inattendibilità delle dichiarazioni rese dal richiedente, senza, tuttavia, provvedere ad alcuna verifica dei fatti narrati attraverso le informazioni delle fonti internazionali.

3.2. Il tribunale, in effetti, ha osservato il ricorrente, avrebbe dovuto tener conto di tutti i fatti pertinenti sul paese d’origine, come la presenza dei (OMISSIS) nella regione di provenienza e la lingua usata dal richiedente nel corso del procedimento, vale a dire il (OMISSIS), che è utilizzata in particolare nella (OMISSIS), e cioè il luogo d’origine del richiedente.

4.1. Con il quarto motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha escluso l’attendibilità della narrazione svolta dal richiedente pretendendo la prova certa dei fatti posti a fondamento della domanda di protezione, laddove, in realtà, a norma del D.Lgs. n. 251 cit., art. 3 la credibilità del richiedente richiede non la prova dei fatti narrati ma solo la verosimiglianza della persecuzione esposta.

4.2. Del resto, ha aggiunto il ricorrente, il giudice ha l’obbligo di cooperare, attraverso un’attività istruttoria ufficiosa, nell’accertamento dei fatti rilevanti ai fini della domanda della protezione.

4.3. La valutazione della credibilità, inoltre, deve essere compiuta in modo unitario, avendo riguardo ad elementi di natura sostanziale e non a singoli elementi secondari, e deve essere fondata sulla totalità delle prove disponibili, ossia quelle presentate dal richiedente e quelle raccolte con i propri mezzi dall’autorità che procede all’accertamento.

4.4. Nel caso in cui rimanga un elemento di dubbio, infine, l’applicazione del principio della buona fede presunta del richiedente consente di ritenere accertata la credibilità di un fatto.

4.5. Il tribunale, invece, ha concluso il ricorrente, lì dove ha preteso la prova dei fatti posti a fondamento della sua domanda, ha violato i principi esposti.

5. Con il quinto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, lett. c), e dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale ha rigettato la domanda di protezione sussidiaria presentata dal richiedente senza, tuttavia, spiegare se, nella zona di provenienza del richiedente, sussiste o meno, alla luce di informazioni aggiornate e specifiche, che non ha provveduto ad acquisire nè ad esaminare, una situazione di violenza generalizzata per effetto di conflitto armato.

6. Con il sesto motivo, il ricorrente, lamentando la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, ha censurato il decreto impugnato nella parte in cui il tribunale non si è pronunciato sulla domanda di protezione umanitaria che il richiedente aveva proposto.

7.1. Il quinto motivo è fondato, con assorbimento degli altri.

7.2. In tema di protezione internazionale, in effetti, l’accertamento del giudice del merito deve avere, anzitutto, ad oggetto la credibilità soggettiva del richiedente il quale, infatti, ha l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a) essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati (cfr. Cass. n. 27503 del 2018). Il richiedente, invero, è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, ed, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora lo stesso, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (Cass. n. 8367 del 2020, in motiv.; Cass. n. 15794 del 2019; conf., Cass. n. 19197 del 2015).

Sennonchè, il principio per cui, quando le dichiarazioni dello straniero sono inattendibili, non è necessario un approfondimento istruttorio officioso, se è applicabile ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o di quelli per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) non può essere, invece, invocato nell’ipotesi di cui all’art. 14, lett. c) medesimo decreto, poichè in quest’ultimo caso il dovere del giudice di cooperazione istruttoria sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione non credibile dei fatti attinenti alla vicenda personale del richiedente, purchè egli abbia assolto il proprio dovere di allegazione (Cass. n. 10286 del 2020).

7.3. Nel caso in esame, il tribunale, dopo aver rigettato con statuizione rimasta del tutto priva di censure – la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, ha, poi, ritenuto, nell’esame della domanda di protezione sussidiaria, che non ne sussistessero i presupposti in ragione della perplessità nutrite sulla credibilità della vicenda dallo stesso narrata.

Ma, come detto, tale rilievo può valere solo per la domanda di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b): non anche per la protezione sussidiaria invocata ai sensi del D.Lgs. n. 251 cit., art. 14, lett. c), vale a dire per la sussistenza di violenza indiscriminata da conflitto armato.

7.4. D’altra parte, il tribunale ha escluso la sussistenza di quest’ultimo presupposto, sul rilievo che “la zona di provenienza del richiedente non è oggetto di notizie allarmistiche”, limitandosi a fare riferimento ai “media internazionali” ed ai “rapporti EASO”, senza ulteriore precisazione.

Ora, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 cit., art. 14, lett. c) la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale va accertata in conformità della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), secondo cui il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria: il grado di violenza indiscriminata deve aver, pertanto, raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. n. 18306 del 2019).

La sussistenza di tale presupposto, peraltro, dev’essere accertata dal giudice di merito mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione (cfr. Cass. 9230 del 2020).

Il giudice, però, a norma del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, ha il dovere di indicare la fonte a tal fine utilizzata nonchè il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (Cass. n. 13449 del 2019, Cass. n. 13450 del 2019, Cass. n. 13451 del 2019, Cass. n. 13452 del 2019).

7.5. La decisione impugnata non soddisfa i suindicati requisiti. Il tribunale, infatti, ha escluso che nella zona di provenienza del richiedente sussistesse una situazione di violenza indiscriminata per effetto di conflitto armato interno ma, come detto, non ha indicato, con la dovuta precisazione, alcuna fonte internazionale nè le informazioni dalla stessa tratte che possano fondare tale convincimento.

8. Il quinto motivo dev’essere, quindi, accolto e il decreto impugnato, per l’effetto, cassato con rinvio, per un nuovo esame, al tribunale di Trieste che, in diversa composizione, provvederà anche a regolare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte così provvede: accoglie il quinto motivo, assorbiti gli altri; cassa, in relazione al motivo accolto, il decreto impugnato con rinvio, per un nuovo esame, al tribunale di Trieste che, in diversa composizione, provvederà anche a regolare le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 15 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 marzo 2021

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