Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7368 del 16/03/2021

Cassazione civile sez. I, 16/03/2021, (ud. 20/01/2021, dep. 16/03/2021), n.7368

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 23693/2015 proposto da:

V.V., e V.A., rappresentati e difesi,

congiuntamente e disgiuntamente, dagli Avv.ti Maurizio Bellucci, e

Michele Casali, elettivamente domiciliati presso lo studio del primo

in Roma, Viale Giulio Cesare, n. 71, in virtù di procura speciale

in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrenti –

contro

Comune di Filottrano, nella persona del Sindaco pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avv. Antonella Ricci, come da procura

speciale in calce al controricorso, elettivamente domiciliato presso

lo Studio Legale Pessi e Associati c/o Avv. Alfredo Samengo, in

Roma, via Po, n. 25/B.

– controricorrente –

avverso l’ordinanza della Corte di appello di ANCONA, depositata in

data 12 agosto 2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/01/2021 dal consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con ordinanza del 12 agosto 2015, la Corte di appello di Ancona ha determinato l’indennità di esproprio spettante a V.V. e V.A. nella somma di Euro 11.542,59, oltre interessi legali dalla data del decreto di esproprio sulle somme maggiori rispetto a quelle eventualmente depositate presso la Cassa DDPP, in relazione all’espropriazione di terreni di loro proprietà siti nel Comune di (OMISSIS) e destinati alla realizzazione di una scuola materna.

2. La Corte di appello di Ancona, richiamando le risultanze peritali, dopo avere precisato che il decreto di espropriazione era stato adottato con ordinanza n. 50 del 15 luglio 2008, ha proceduto alla liquidazione dell’indennità di espropriazione, tenendo conto della destinazione agricola del fondo espropriato.

3. V.V. e V.A. ricorrono per la cassazione dell’ordinanza con atto affidato a due motivi.

4. Il Comune di (OMISSIS) resiste con controricorso.

5. I ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Va esaminata, in via preliminare, l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata dal Comune resistente perchè i ricorrenti hanno conferito la procura anche all’Avv. Michele Casali, che ha sottoscritto e autenticato la procura, ma che non risulta iscritto all’albo speciale dei Cassazionisti.

1.1 L’eccezione è infondata.

1.2 Invero, questa Corte ha già affermato che la certificazione dell’autografia della sottoscrizione della parte ricorrente da parte di un avvocato che non sia ammesso al patrocinio innanzi alla Suprema Corte costituisce mera irregolarità allorchè l’atto sia stato firmato anche da altro avvocato iscritto nell’albo speciale e indicato come codifensore (Cass., Sez. U., 8 luglio 2003, n. 10732; Cass., 27 luglio 2006, n. 17103).

Tale approdo giurisprudenziale è espressione del principio secondo cui è sufficiente, in presenza di un mandato disgiunto a più difensori (come nel caso in esame), che almeno uno di essi sia abilitato al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori.

E’ stato, quindi, stabilito il principio secondo cui “La certificazione dell’autografia della sottoscrizione della parte, apposta sulla procura speciale “ad litem” rilasciata in calce o a margine del ricorso (o del controricorso) per cassazione da parte di avvocato che non sia ammesso al patrocinio innanzi alla S.C,. costituisce una mera irregolarità, che non comporta la nullità della procura, allorchè l’atto sia stato firmato anche da altro avvocato iscritto nell’albo speciale e indicato come codifensore”. (Cass., 12 ottobre 2018, n. 25385).

1.3 Alla luce di tale principio, sull’evidente presupposto della non pertinenza della giurisprudenza di questa Corte richiamata dal Comune resistente nel controricorso perchè riguardante fattispecie diverse da quella in esame, va ritenuta l’infondatezza della prima eccezione di inammissibilità dell’impugnazione.

2. Il Comune di (OMISSIS) rileva, altresì, che il ricorso è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c. in quanto la Corte ha deciso le questioni in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per mutare l’orientamento della stessa.

2.1 Premessa l’errata indicazione della norma di riferimento (art. 350 bis c.p.c., peraltro inesistente, anzichè l’art. 360 bis c.p.c.), l’eccezione è comunque inammissibile.

2.2 Questa Corte, al riguardo, ha affermato che la condizione di ammissibilità del ricorso, indicata nell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, introdotta dalla L. n. 69 del 2009, art. 47 non è integrata dalla mera dichiarazione, espressa nel motivo, di porsi in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, laddove non vengano individuate le decisioni e gli argomenti sui quali l’orientamento contestato si fonda (Cass., 8 febbraio 2011, n. 3142).

Inoltre, le Sezioni Unite di questa Corte hanno precisato che lo scrutinio ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, va svolto relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione e che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti” (Cass., Sez. U., 21 marzo 2017, n. 7155).

2.3 Nel caso in esame, l’eccezione è generica, consistendo in un elenco di numerose sentenze, tutte peraltro risalenti nel tempo, tenuto conto della data di deposito del ricorso per cassazione (2015), ed è del tutto priva di argomenti che sostengono l’assunto della natura conformativa del vincolo di destinazione di un’area destinata a edilizia scolastica.

3. E’ infondata anche l’eccezione di inammissibilità del ricorso per la mancanza di specificità dei motivi ai sensi dell’art. 366 c.p.c., stante che i motivi di ricorso hanno i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione della Corte di appello di Ancona in questa sede impugnata.

3.1 E’ giurisprudenza di questa Corte, infatti, che “In tema di giudizio di cassazione, trattandosi di rimedio a critica vincolata il ricorso deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, sicchè è inammissibile il ricorso nel quale non venga precisata la violazione di legge nella quale sarebbe incorsa la pronunzia di merito, nè essendo al riguardo sufficiente un’affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione” (Cass., 24 febbraio 2020, n. 4905).

4. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e la falsa applicazione del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32,37 e 40 e s.m.i., avendo errato la Corte di appello nel ritenere che l’area in esame avesse destinazione agricola sia alla data di approvazione del progetto preliminare della scuola, che al momento dell’approvazione definitiva della variante medesima, poichè al tempo dell’emanazione del decreto di esproprio n. 60 del 15 luglio 2008, l’area da espropriare era edificabile in quanto già possedeva la destinazione urbanistica di zona “F3” per effetto dell’imposizione del vincolo conformativo.

5. Con il secondo motivo i ricorrenti deducono l’omesso esame della natura edificabile dell’area oggetto di espropriazione e la motivazione errata e/o viziata, non avendo la Corte di appello valutato i terreni di loro proprietà come edificabili, natura edificabile affermata dai tre professionisti, di cui due nominati dal Presidente del Tribunale e uno da loro stessi, che avevano tutti concordemente convenuto che le aree dei fondi oggetto di causa dovevano essere determinate nella misura venale di mercato al 15 luglio 2008, data di emissione del decreto di esproprio, applicando al fondo oggetto di stima una importante capacità edificatoria anche perchè ivi si era realizzato un nuovo complesso scolastico; che le caratteristiche intrinseche ed estrinseche che contraddistinguevano le suddette aree (erano situate a ridosso del centro abitato del Comune, erano provviste di una strada di accesso ed erano servite da servizi di acqua, gas, energia elettrica telefono e fognatura pubblica) apportavano notevole valore alle stesse e non a caso la nuova variante al P.R.G. aveva trasformato molte aree limitrofe, o addirittura confinanti ai terreni in oggetto, da zone agricole a zone B3, con destinazione d’uso residenziale.

I ricorrenti, inoltre, hanno messo in evidenza le conclusioni favorevoli del consulente d’ufficio nella prima perizia e hanno rilevato che il CTU, anche nella sua seconda consulenza del 20 luglio 2014, redatta in seguito alla richiesta di chiarimenti, aveva dichiarato che al momento dell’adozione della variante semplificata al P.R.G. (prima con Delib. 29 giugno 2006, n. 38 e poi con Delib. 27 dicembre 2007, n. 28) l’area da espropriare risultava area agricola, ma aveva anche concluso che il fondo V. aveva le possibilità legali di edificazione, in ragione dell’ubicazione dell’area, della vicinanza con il centro abitato e, quindi, soggetto ad espansione edilizia, dei servizi di zona, della vicinanza con la lottizzazione di aree edificatorie; che, in ogni caso, a seguito dell’approvazione del progetto l’area veniva effettivamente classificata come edificabile dal P.R.G. e con vincolo preordinato all’esproprio.

I ricorrenti si dolgono, altresì, del fatto che la Corte di appello non aveva tenuto conto che l’area in questione era edificabile al momento dell’espropriazione e che, comunque, aveva per sua natura una vocazione edificabile; era, quindi, errato l’importo liquidato che non costituiva certamente un serio ristoro alla luce della giurisprudenza costituzionale e dei principi della CEDU.

5.1 Le esposte doglianze, da esaminarsi congiuntamente in quanto strettamente correlate, non sono fondate.

5.2 Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 173/2001 (e successivamente anche Cass. 4 settembre 2004, n. 17893; Cass., 26 ottobre 2015, n. 21707; Cass., 7 ottobre 2016, n. 20230) hanno affermato il principio secondo cui, ai fini indennitari e della previa qualificazione dei suoli espropriati alla stregua delle correlative “possibilità legali” di edificazione al momento dell’apposizione del vincolo preordinato all’espropriazione, ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3 le prescrizioni ed i vincoli stabiliti dagli strumenti urbanistici di secondo livello influenti di regola su tale qualificazione, per il contenuto conformativo della proprietà che ad essi deriva dalla loro funzione di definire, per zone, in via astratta e generale, le possibilità edificatorie connesse al diritto dominicale – possono, in via eccezionale, avere anche portata e contenuto direttamente ablatori (che ne escludono l’incidenza sulla liquidazione dell’indennità) ove si tratti di vincoli particolari, incidenti su beni determinati in funzione di localizzazione dell’opera, implicante di per sè la necessaria traslazione di quei beni all’ente pubblico.

5.3 Sotto tale profilo vale bene richiamare il costante orientamento di questa Corte, secondo cui “il carattere conformativo, e non ablatorio, agli effetti indennitari, dei vincoli di plano non discende, direttamente e necessariamente, dal fatto in sè della loro collocazione nello strumento urbanistico, e non si impone, quindi, esclusivamente in ragione della fonte da cui il vincolo deriva, quanto piuttosto dipende dai requisiti oggettivi, di natura e struttura – che vincoli contenuti nello strumento urbanistico di norma presentano – della incidenza su una generalità di beni, nei confronti di una pluralità indifferenziata di soggetti, in funzione della destinazione assolta dalla intera zona in cui questi ricadono, in ragione delle sue caratteristiche intrinseche o del rapporto (per lo più spaziale) con un’opera pubblica: dal che appunto il modo d’essere, “conformato” della proprietà dei beni medesimi. Ciò allora comporta che, ove in via eccezionale, vincoli, pur contenuti in piani di secondo livello non abbiano una tal natura generale, ma si presentino, viceversa, come vincoli particolari, incidenti su beni determinati, in funzione non già di una generale destinazione di zona, ma della localizzazione puntuale (normalmente definita “lenticolare”) di un’opera pubblica, la cui realizzazione non può coesistere con la proprietà privata, ma ne esige la traslazione in favore dell’ente pubblico, si realizza un vincolo sostanzialmente preordinato all’espropriazione, dal quale, nonostante la sua formale allocazione, deve comunque prescindersi ai fini della qualificazione dell’area, per gli effetti indennitari, con la necessità di individuare il parametro legale di siffatta qualificazione in uno strumento previgente (Cass., Sez. un., 23 aprile 2001, n. 173; Cass., 8 settembre 2015, n. 17786; v. anche Cass., 5 aprile 2013, n. 20457, che ha ribadito il principio secondo cui la destinazione ad usi collettivi di determinate aree assume aspetti conformativi ove sia concepita, nel quadro della ripartizione generale del territorio, in base a criteri predeterminati ed astratti, ma non quando sia limitata e funzionale all’interno di una zona urbanistica omogenea a diversa destinazione generale, e venga, dunque, ad incidere, nell’ambito di tale zona, su beni determinati, sui quali si localizza la realizzazione dell’opera pubblica, assumendo in tal caso portata e contenuti direttamente ablatori ininfluenti sulla liquidazione dell’indennità). In conclusione, si deve quindi affermare che, ai fini indennitari e della previa qualificazione dei suoli espropriati alla stregua delle correlative “possibilità legali” di edificazione al momento dell’apposizione del vincolo preordinato alla espropriazione”, ai sensi della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, le prescrizioni ed i vincoli stabiliti dagli strumenti urbanistici di secondo livello – influenti di regola su tale qualificazione, per il contenuto conformativo della proprietà che ad essi deriva dalla loro funzione di definire, per zone, in via astratta e generale, le possibilità edificatorie connesse al diritto dominicale possono, in via eccezionale, avere viceversa anche portata e contenuto direttamente ablatori ove si tratti di vincoli particolari, incidenti su beni determinati in funzione di localizzazione dell’opera pubblica, implicante di per sè la necessaria traslazione di quei beni all’ente pubblico” (Cass., 7 ottobre 2016, n. 20230).

5.4 Questa Corte ha, dunque, che un’area va ritenuta edificabile solo quando è in tal modo classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici e, tuttavia, “le possibilità legali di edificazione vanno escluse tutte le volte in cui, in base allo strumento urbanistico vigente all’epoca in cui deve compiersi la ricognizione legale, la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico (verde pubblico, attrezzature pubbliche, viabilità ecc.), in quanto dette classificazioni apportano un vincolo di destinazione che preclude ai privati tutte quelle forme di trasformazione del suolo che sono riconducibili alla nozione tecnica di edificazione, da intendere come estrinsecazione dello ius aedificandi connesso al diritto di proprietà, ovvero con l’edilizia privata esprimibile dal proprietario dell’area, come tali, soggette al regime autorizzatorio previsto dalla vigente legislazione edilizia” (Cass., 25 ottobre 2017, n. 25314; Cass., 24 giugno 2016, n. 13172).

In questi casi, quindi, il vincolo di natura pubblicistica è ostativo alla possibilità di ritenere legalmente edificabili i terreni interessati.

5.5 A tale orientamento si è conformata la sentenza impugnata, che ha affermato che “il nominato c.t.u. ha accertato che, quando è stata approvata la variante semplificata al PRG (approvazione progetto preliminare) con Delib. 29 giugno 2008, n. 38 e approvazione definitiva della variante al PRG con Delib. c.c. 27 dicembre 2007, n. 28 l’area, divenuta a seguito di variante zona con destinazione F3, risultava area agricola. Pertanto all’atto dell’approvazione della variante al PRG che prevedeva apposizione del vincolo F3, che è un insieme di zone, zona F1 con aree edificate e da edificare per edifici di interesse comune (tra cui le scuole) e zona F2 aree scoperte attrezzate o da attrezzare, l’area aveva destinazione agricola”.

Da un lato, dunque, all’atto dell’approvazione del piano regolatore generale l’area in esame risultava avere natura agricola e, dall’altro, in seguito alla variante al PRG deliberata, nel 2007, successivamente all’approvazione del progetto per la realizzazione della scuola, con la quale è stata disposta l’apposizione del vincolo F3, l’area veniva classificata in parte zona F1 (aree edificate per edifici di interesse comune e tra questi anche scuole) e in parte zona F2 (aree destinate ad aree scoperte attrezzate o da attrezzare).

Va, quindi, esclusa la natura edificabile delle aree in questione, in quanto non può essere considerato edificabile un terreno destinato ad edilizia inerente a pubblici servizi.

Nè, infine, è possibile tenere conto dell’edificabilità di fatto, che secondo il principio affermato da questa Corte, è un criterio suppletivo, che rileva con riferimento all’attività edilizia legittimamente realizzabile in assenza di pianificazione urbanistica, a quella libera ed a quella consentita previo rilascio del permesso di costruire, ai fini della determinazione dell’indennità di espropriazione delle aree prive di pianificazione urbanistica e, in applicazione del quale, la stima corrisponde all’effettivo valore di mercato dell’area secondo le sue caratteristiche concrete espresse in termini monetari, desunte da taluni fatti-indice obiettivi quali, tra gli altri, la vicinanza al centro abitato, lo sviluppo edilizio raggiunto dalle zone adiacenti, l’esistenza di servizi pubblici essenziali, la presenza di opere di urbanizzazione primaria, il collegamento con i centri urbani già organizzati (Cass., 15 aprile 2019, n. 10502).

6. Il ricorso va, pertanto, rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore del Comune controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 20 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 marzo 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA