Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7361 del 17/03/2020

Cassazione civile sez. trib., 17/03/2020, (ud. 22/11/2019, dep. 17/03/2020), n.7361

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. PERINU Renato – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9664-2013 proposto da:

TEC IMP SRL, elettivamente domiciliata in ROMA VIA ANASTASIO II 80,

presso Lo studio dell’avvocato ADRIANO BARBATO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato GIULIO GRIECI;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

E contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, DIREZIONE PROVINCIALE MONZA E BRIANZA UFFICIO

VIMERCATE, AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE MONZA E

BRIANZA UFFICIO CONTROLLI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 133/2012 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 23/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/11/2019 dal Consigliere Dott. RENATO PERINU;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. STEFANO VISONA’ che ha chiesto

il rigetto del ricorso.

Fatto

RILEVATO

che:

la TEC – IMP S.r.l., ricorre avverso la sentenza n. 133/26/12, depositata in data 23/10/2012, con la quale la CTR della Lombardia, Sez. Milano, ha confermato la pronuncia del giudice di primo grado avente ad oggetto l’avviso di accertamento a mezzo del quale l’Agenzia delle Entrate ha rideterminato, a seguito di Pvc, il reddito d’impresa accertato nei confronti della contribuente ai fini Iva ed Irap, per l’esercizio riferentesi al 2006;

in particolare, per quanto di interesse, la CTR ha fondato la pronuncia oggetto di impugnativa sui seguenti presupposti: a) l’attività di verificazione conclusasi con il Pvc è stata, debitamente, svolta entro i limiti autorizzati; b) il contraddittorio tra le parti è stato correttamente instaurato dall’Ufficio; c) nel procedere alla rideterminazione del reddito d’impresa l’Amministrazione ha individuato attraverso l’utilizzazione degli studi di settore uno standard compatibile con l’attività d’impresa svolta dalla società contribuente;

avverso tale sentenza ricorre la TEC – IMP S.r.l., affidandosi a cinque motivi;

l’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo viene denunciata, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, nonchè dell’art. 111 Cost., comma 6, per avere la CTR ritenuto insussistente, e comunque irrilevante ai fini della determinazione della base imponibile, la carenza di autorizzazione in capo ai verificatori;

2. con il secondo mezzo di gravame viene dedotta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 146 del 1998, art. 10, comma 3 bis, del D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5, nonchè del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 8, comma 2, per avere la CTR errato nel ritenere sussistente la corretta instaurazione del contraddittorio ai sensi del combinato disposto di cui al D.Lgs. n. 146 del 1998, art. 10 ed al D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5;

3. con il terzo motivo la ricorrente lamenta in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 427 del 1993, art. 62-sexies, comma 3 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), per avere la CTR ritenuto legittimo l’accertamento fondato sugli studi di settore, senza che l’Ufficio avesse comprovato l’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi ed i compensi ricavati dalla contribuente;

4. con il quarto motivo viene denunciata, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, nonchè in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36 e dell’art. 111 Cost., comma 6, per avere la CTR motivato in termini insufficienti sulla sussistenza dei presupposti legittimanti l’applicazione degli studi di settore, ed in merito alla mancata instaurazione del contraddittorio;

5. con il quinto motivo viene denunciata, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c., per omessa pronuncia sull’eccezione di irregolarità del verbale di contestazione, in ordine al difetto di delega all’accertamento, sull’eccezione di mancata determinazione preliminare delle imposte e delle sanzioni, e del contestuale invito al contraddittorio, e sull’eccezione di inapplicabilità degli studi di settore in assenza di accertamenti sulla situazione di fatto operativa della contribuente nell’esercizio oggetto di accertamento;

6. le censure prospettate con il primo motivo di gravame s’appalesano inconferenti ed, inoltre, infondate;

7. infatti, dal sistema normativo attinente al procedimento di accertamento tributario non è dato rinvenire alcuna disposizione e/o principio dai quali desumere l’esistenza di specifiche prescrizioni relative al contenuto ed ai limiti del provvedimento che autorizza l’attività di verifica;

8. peraltro, nel caso che occupa, come correttamente evidenziato nella pronuncia assoggettata a gravame, e come riportato, testualmente, nel ricorso (pag. 8) in disamina, il provvedimento con il quale è stata autorizzata la verifica reca tra le finalità della stessa “la rilevazione dei dati strutturali e/o contabili per l’anno d’imposta 2006, ai fini dell’applicazione degli studi di settore”, ed è di palese rilievo che la corretta applicazione degli studi di settore abbia costituito l’elemento nodale della “causa petendi” azionata dalla ricorrente;

9. risulta poi inammissibile il secondo motivo con il quale la contribuente lamenta la mancata attivazione del contraddittorio;

10. il giudice d’appello respinse analoga censura dedotta nel giudizio di secondo grado, assumendo che dagli atti di causa emergeva, contrariamente a quanto lamentato dalla contribuente, che “la ricorrente è stata posta in grado di contraddire su tutti gli aspetti connessi alla regolarità della sua gestione”, di conseguenza, in ossequio del principio di autosufficienza, la ricorrente nel denunciare, in questa sede, la violazione di legge nei riguardi della pronuncia di secondo grado, per mancato esperimento del contraddittorio da parte dell’Ufficio, avrebbe dovuto indicare specificamente i documenti o la sequenza procedimentale dai quali desumere l’avvenuta violazione del suddetto principio;

11. parimenti infondato appare, poi, il terzo motivo;

12. tale mezzo di gravame concerne i presupposti di applicabilità degli studi di settore, ed in particolare la sussistenza del requisito delle gravi incongruenze tra il volume d’affari dichiarato dal contribuente e quello determinato in applicazione dello studio di settore individuato dall’Ufficio;

13 sul punto, va premesso in via generale che il Collegio ritiene di condividere e dare continuità ai principi affermati da una recente pronuncia di questa Corte (Cass. n. 8854/2019), secondo la quale, a seguito della sentenza della CGUE/648/2018, è consentito accertare, ai fini IVA, gli effettivi ricavi del contribuente a fronte di gravi incongruenze tra i redditi dichiarati ed i redditi stimati sulla base di studi di settore;

14. di conseguenza, poichè il principio di proporzionalità, evocato dalla CGUE, opera nel diritto interno anche per le imposte dirette, quale corollario del principio costituzionale di capacità contributiva, e ricorre sostanziale parallelismo accertativo tra imposizione sui redditi e sul valore aggiunto, la sussistenza di divergenze significative caratterizza anche l’applicazione degli studi di settore per l’accertamento delle imposte dirette;

15. peraltro, anche, in base alla normativa nazionale sugli studi di settore, il requisito delle “gravi incongruenze” è tuttora richiesto espressamente;

16. infatti, il D.L. n. 331 del 1993, art. 62, comma 3 sexies, tuttora vigente, contiene ancora il riferimento alle “gravi incongruenze”, atteso che menziona espressamente, tra l’altro, non solo la disciplina sull’accertamento delle imposte dirette di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, ma anche quella relativa all’IVA, di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54;

1-. tale disposizione (concernente “attività di accertamento nei riguardi dei contribuenti obbligati alla tenuta delle scritture contabili”) prevede che “Gli ageertamenti di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) ed al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e successive modificazioni, possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore elaborati ai sensi del presente decreto, art. 62 bis”;

18. detta conclusione, è, ulteriormente, corroborata dalla L. n. 146 del 1998, art. 10, comma 1, (“modalità di utilizzazione degli studi di settore in sede di accertamento”) che, dopo le modifiche di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 23, in vigore dall’1/1/2007, ai sensi della stessa legge, art. 1, comma 24, continua a fare riferimento al D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies e quindi, anche, alle “gravi incongruenze” (“Gli accertamenti basati sugli studi di settore, di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, sono effettuati nei confronti dei contribuenti con le modalità di cui al presente articolo, qualora l’ammontare dei ricavi o compensi dichiarati risulta inferiore all’ammontare dei ricavi o compensi determinabili sulla degli studi stessi”), e dalla L. n. 146 del 1998, cit. art. 10, comma 4 bis, che ribadisce l’applicabilità della disciplina di accertamento sia alle imposte dirette che all’iva, mediante il richiamo al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) ed al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54;

19. sulla base di tali riferimenti normativi, emerge, pertanto, che non essendovi stata abrogazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies, comma 3, che richiama tuttora le “gravi incongruenze”, da parte della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 23, che ha modificato la L. n. 146 del 1998, art. 10, comma 1, le significative divergenze devono sussistere anche per gli avvisi notificati dal 1 gennaio 2007, come quello che occupa, notificato nel 2009;

20. giova, infine, sottolineare che la citata pronuncia (n. 8854/19) alla quale il Collegio aderisce pienamente, ha individuato come soglia presuntiva e ragionevole di tolleranza, quella, non superiore al 10% degli scostamenti tra i ricavi dichiarati e quelli accertati sulla base degli studi di settore;

21. ciò premesso, nel caso che occupa, appaiono all’evidenza delle “gravi incongruenze” ed “anomalie” rilevabili nella condotta fiscale della ricorrente, atteso che dai dati contenuti nello stesso ricorso (pagg. 20 e 21) si evince l’esistenza di scostamenti, significativamente, superiori alla citata soglia del 10%;

22. vanno, infine, scrutinati congiuntamente il 4 ed il 5 motivi, in quanto connessi, prospettando, entrambi, vizi dell’assetto motivazionale della sentenza impugnata;

23. detti mezzi di gravame, risultano da un lato assorbiti per quanto sopra rassegnato in ordine al secondo e terzo motivo di ricorso, e per altro verso inammissibili, atteso che gli stessi chiedono, sostanzialmente, un riesame nel merito della vicenda processuale, ciò che esula dal potere di valutazione del giudice di legittimità che, attiene, invece, al controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, e di verificarne l’attendibilità e la concludenza;

24. per quanto precede il ricorso va rigettato, le spese liquidate come da dispositivo seguono la soccombenza;

25. sussistono i presupposti per il versamento da parte della società ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, condanna la contribuente alla rifusione delle spese del giudizio in favore dell’Agenzia delle Entrate, liquidate in Euro 5600,00, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 22 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 marzo 2020

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