Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7359 del 16/03/2021

Cassazione civile sez. lav., 16/03/2021, (ud. 03/12/2020, dep. 16/03/2021), n.7359

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12195/2016 proposto da:

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLA

PIRAMIDE CESTIA 1/B, presso lo studio degli Avvocati GIUSEPPE MARIA

GIOVANELLI, e LUCIANO BROZZETTI, che lo rappresentano e difendono

unitamente all’Avvocato DANTE DURANTI;

– ricorrente principale –

BANCA CARIM – CASSA DI RISPARMIO DI RIMINI S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 11, presso lo studio degli avvocati MANLIO

ABATI, e CRISTIANO ANNUNZIATA, che la rappresentano e difendono;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

contro

P.G.;

– controricorrente – ricorrente principale –

avverso la sentenza n. 611/2015 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 21/05/2015 R.G.N. 408/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/12/2020 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del primo

motivo;

udito l’Avvocato LUCIANO BROZZETTI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

P.G. adiva il Tribunale di Rimini ed esponeva di aver lavorato alle dipendenze della Cassa di Risparmio di Rimini dal 1/7/1969 con qualifica di impiegato addetto al servizio di esattoria; che in data 26/2/1990 era stato siglato dalle parti sociali un accordo in base al quale la CARIM aveva assunto l’impegno di reinserire nel proprio organico gli ex dipendenti in caso di revoca, decadenza, cessione o mancata riassegnazione della concessione del servizio di esattoria; che a far tempo dal 1/3/1990, la concessione riscossione tributi era stata assegnata alla CORIT s.p.a. dalla quale era stato assunto; che in data 1/10/2006 a seguito dell’entrata in vigore del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 conv. in L. 2 dicembre 2005, n. 248, veniva disposta la soppressione del sistema di affidamento in concessione del servizio nazionale della riscossione e la devoluzione di ogni competenza alla Agenzia delle Entrate; che il 30/1/2006 era stato sottoscritto un accordo aziendale con il quale era stata pattuita la riassunzione alle dipendenze delle Casse di Risparmio dei lavoratori ex Corit i quali si fossero dichiarati privi dei requisiti pensionistici al 30/9/2006; che, possedendo i requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico, la CARIM s.p.a. rigettava la sua domanda di ripristino del rapporto ed egli veniva trasferito alle dipendenze della CE.FO.RI. Riscossioni s.p.a. dalla quale si dimetteva il 30/1/2007 onde evitare la perdita del diritto al rimborso del 75% contributi F.P.E. (fondo previdenza integrativa) versati, ai sensi della L. n. 377 del 1958, art. 32.

Ritenuto a lui applicabile l’accordo sindacale del 1990 con diritto alla riassunzione in CARIM, chiedeva condannarsi la società al risarcimento dei danni risentiti per effetto delle rassegnate dimissioni.

Ritualmente instaurato il contraddittorio con la società convenuta, il Tribunale accoglieva la domanda, dichiarando l’illegittimità della mancata riassunzione del P. alle dipendenze della CARIM che condannava al risarcimento del danno nella misura di Euro 103.032,06.

Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte distrettuale adita dall’istituto di credito, con sentenza – resa pubblica in data 21/5/2015 che integralmente respingeva le domande attoree.

La Corte distrettuale perveniva a tale convincimento sull’essenziale rilievo che la questione sottoposta al suo scrutinio rinveniva soluzione nella applicabilità dell’accordo sindacale 30/1/2006, considerato che, secondo i principi invalsi nella giurisprudenza di legittimità, ove un contratto collettivo venga successivamente modificato o integrato da un nuovo accordo stipulato dal medesimo sindacato, tutti i lavoratori che abbiano fatto adesione all’originario accordo, ancorchè non più iscritti al sindacato, sono vincolati da quello successivo e non possono invocare l’applicazione solo del primo.

Avverso tale decisione, P.G. interpone ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Resiste con controricorso la società intimata che propone ricorso incidentale condizionato, al quale oppone difese il P..

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Nella ravvisata insussistenza dei presupposti, la causa è stata quindi rinviata a nuovo ruolo e fissata all’odierna pubblica udienza.

Risulta, da ultimo, depositato atto di intervento della società Credit Agricole Italia quale incorporante la Banca Carim s.p.a.,

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione degli artt. 158,161,276,420,429 e 437 c.p.c..

Si deduce che all’udienza di discussione del 19/2/2015, come desumibile da copia del verbale versato in atti, il collegio era composto dal Presidente B.C. e dai Consiglieri M.S. e Ma.Ma.. In tale udienza la Corte pronunciava ordinanza con la quale la causa in oggetto veniva rinviata per la prosecuzione della discussione a quella del 14/5/2015. In tale data, la Corte d’Appello decideva la causa, nella composizione del Presidente B.C. e dei Consiglieri M.S. e Po.Ca., diversa da quella che aveva assistito alla prima udienza di discussione.

Nell’ottica descritta doveva ritenersi vulnerato il principio della immutabilità del giudice, da intendersi quale identità fra il giudice che ha assistito alla discussione e quello che ha pronunciato la sentenza, certamente applicabile anche al rito del lavoro.

2. Il motivo non è fondato.

Secondo i principi affermati da questa Corte, ai quali va data continuità, i Collegi delle Corti d’appello, dovendo procedere alla trattazione della causa in composizione collegiale anche in fase istruttoria, sono soggetti al principio di immutabilità del giudice, in quanto inteso ad assicurare che i giudici che pronunciano la sentenza, siano gli stessi che hanno assistito alla discussione della causa.

Detto principio trova applicazione anche nel rito del lavoro ma solo con riferimento all’inizio della discussione e fino alla deliberazione della decisione, sicchè la diversità di composizione, fra il collegio che ha assistito alla stessa e quello che ha deciso, determina la nullità assoluta e insanabile della pronuncia (vedi ex aliis, Cass. 15/9/2016 n. 18126).

E’ stato, peraltro, rimarcato che detto principio, consacrato dall’art. 276 c.p.c., non si estende alle udienze di mero rinvio (vedi Cass. 18/6/2010 n. 14781). Ne risulta, in sintesi, che il principio di immodificabilità del collegio della Corte d’appello giudicante trova attuazione, nel rito del lavoro, solo dal momento dell’inizio della discussione, va valutato solo in rapporto alla decisione che segue la discussione stessa (Cass. 5/3/2003, n. 3258) e, ove risulti che non sia stato rispettato, determina la nullità insanabile della sentenza, ai sensi dell’art. 158 c.p.c. (vedi Cass. 1/7/1999 n. 6797).

Tale situazione, tuttavia, non risulta ravvisabile nel caso di specie.

Dal tenore dei verbali riportati in ricorso in conformità al principio di specificità che governa il ricorso per cassazione, risulta che all’udienza di discussione del 19/2/2015 il Collegio, Presidente B., Consiglieri M. e Ma., dopo avere introitato la causa per la decisione, abbia emesso ordinanza con la quale, in ragione delle numerose controversie assunte in decisione, rinviava la causa per la prosecuzione della discussione all’udienza del 14/5/2015. Alla udienza di discussione successiva la causa veniva decisa dal Collegio in diversa composizione (Presidente B., Consiglieri M., Po.).

Opina la Corte che nello specifico, non si sia realizzato il presupposto per la declaratoria di nullità della sentenza, alla stregua dei summenzionati principi, giacchè alla udienza del 14/5/2015 risulta che la causa sia stata discussa e decisa; il collegio che ha assistito alla discussione è, dunque, lo stesso che ha pronunciato sentenza, dovendo intendersi la precedente ordinanza 19/2/2015 – benchè sia stato fatto riferimento ad una prosecuzione della discussione – quale ordinanza di mero rinvio (pure in tesi non consentita ex art. 420 c.p.c.), in considerazione dell’insostenibile livello quantitativo di cause assunte in decisione, ad una nuova udienza per la quale la discussione della causa sarebbe stata rinnovata dinanzi al nuovo collegio.

In definitiva, in relazione a detta udienza, nella quale la causa è stata discussa e decisa, deve ritenersi che il Collegio il quale ha assistito all’inizio della discussione, sia stato lo stesso che ha emesso la decisione, così non incorrendo quest’ultima, nello stigma della nullità oggetto della presente doglianza.

3. Con il secondo motivo si prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 39 Cost., artt. 1321,1362,1363 c.c., artt. 2071 e 2077 c.c., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c. e del D.L. n. 203 del 2005, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si criticano gli approdi ai quali è pervenuta la Corte di merito nella interpretazione dell’accordo sindacale 26/2/1990 omettendo di ricostruire fedelmente il testo contrattuale per desumerne la comune intenzione delle parti (OO.SS. dei lavoratori e rappresentanti datoriali della Cassa di Risparmio di Rimini, Cassa di Risparmio di Cesena e della CORIT s.p.a.) in palese violazione dei canoni ermeneutici enunciati dalle richiamate disposizioni codicistiche.

Si osserva che proprio dal complessivo vaglio della clausola contrattuale (art. 5 accordo aziendale 26/2/1990) espletato alla stregua dei canoni sanciti dagli artt. 1362-1363 c.c., si desume che la comune intenzione delle parti era finalizzata non già a garantire tout court l’occupazione agli ex lavoratori in caso di perdita di lavoro ma – piuttosto – ad assicurare presso il nuovo datore di lavoro (CORIT) un trattamento economico-normativo simile a quello antecedentemente goduto presso gli istituti di credito.

4. Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 39 Cost., nonchè degli artt. 1321,1362,1363 c.c., artt. 1372,1375,1703,1965,2013,2071,2077 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole che la Corte distrettuale abbia del tutto omesso di svolgere un’indagine rigorosa sul tenore letterale del contratto collettivo del 2006, volta ad accertare se le parti sociali avessero effettivamente voluto sostituire alla precedente intesa del 1990 un nuovo accordo recante una rinnovata regolamentazione delle garanzie occupazionali degli ex dipendenti CARIM discostandosi dai canoni legali di ermeneutica sanciti dalle richiamate disposizioni di cui agli artt. 1362-1363 c.p.c..

Si osserva poi che, proprio perchè finalizzata a disciplinare specifiche situazioni individuali, come rimarcato dalla Corte distrettuale, detto accordo non poteva assurgere a nuova e generale regolamentarne dello status dei lavoratori e del loro diritto a mantenere inalterato il trattamento economico-normativo goduto in precedenza ed inficiare l’efficacia del precedente accordo del ‘90.

5. I motivi, che possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, non sono fondati.

Come questa Corte ha più volte affermato – e come va qui nuovamente enunciato – nel giudizio di legittimità le censure relative all’interpretazione di un contratto o di un accordo collettivo offerta da parte del giudicè di merito possono essere prospettate sotto il profilo della mancata osservanza dei criteri legali di ermeneutica contrattuale, con la precisazione del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione anzidetta (ex multis, vedi Cass. 3/6/2013 n. 14318, Cass. 30/4/10 n. 10554).

In tema di interpretazione del contratto l’art. 1362 c.c., comma 1, testualmente onera di “indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti” e, anzi, esplicitamente impone all’interprete in tale ricerca di “non limitarsi al senso letterale delle parole”.

Rispetto all’esigenza primaria di ricostruire la comune volontà delle parti, il tradizionale principio in claris non fit interpretatio postula, infatti, che la formulazione testuale sia talmente chiara da precludere la ricerca di una volontà diversa (cfr. Cass. 3/6/2014 n. 12360; secondo Cass. 10/3/2008 n. 6366 deve trattarsi di un’evidenza tale da non lasciare alcuna perplessità sull’effettiva portata della clausola).

Sotto altro versante è stato anche più volte ribadito che, in materia di contrattazione collettiva, la comune volontà delle parti contrattuali non sempre è agevolmente ricostruibile attraverso il mero riferimento ai senso letterale delle parole, atteso che la natura di detta contrattazione, spesso articolata in diversi livelli (nazionale, provinciale, aziendale, ecc.), la vastità e la complessità della materia trattata in ragione della interdipendenza dei molteplici profili della posizione lavorativa, il particolare linguaggio in uso nel settore delle relazioni industriali non necessariamente coincidente con quello comune, costituiscono elementi tutti che rendono indispensabile nella materia della contrattazione collettiva una utilizzazione dei generali criteri ermeneutici che di detta specificità tenga conto, con conseguente assegnazione di un preminente rilievo al canone interpretativo dettato dall’art. 1363 c.c. (cfr. ex pludinis: Cass. 21/3/2006 n. 6264, ed in tali termini tra le altre: Cass. 21/5/2009 n. 11834, Cass. 22/6/2006 n. 14461; Cass. 9/5/2006 n. 10636, cui adde, in epoca più risalente, Cass. 24/7/1998 n. 7296).

6. Nello specifico il giudice del gravame, ha esplicato la attività ermeneutica ad esso devoluta, attenendosi agli enunciati principi.

Dopo aver dato atto delle vicende traslative che avevano connotato la storia lavorativa del ricorrente nonchè dell’entrata in vigore del D.L. n. 203 del 2005, art. 3 e dopo aver fatto cenno alla circostanza che nella specie, non si era verificato “il venir meno della singola concessione” nè vi era stata cessione del capitale a soggetti privati diversi dalla Cassa di provenienza (eventi tutti contemplati dall’Accordo aziendale 26/2/1990), ma “l’acquisizione totalitaria del suo capitale da parte di una società ad integrale partecipazione pubblica”, ha affermato che “l’accordo sindacale del 1990, all’esito del predetto accentramento del servizio di riscossione” era stato sostituito dalla nuova intesa del 30/1/2006.

E quest’ultima “era ad escludere dal diritto di riassunzione i dipendenti maggiormente protetti in relazione al possesso dei requisiti di accesso al trattamento pensionistico come, nella specie, pacificamente l’odierna parte appellata”, garantendo, peraltro, la totale acquisizione del capitale Corit dalla Riscossione s.p.a. ad integrale capitale pubblico, una maggiore garanzia occupazionale.

L’iter argomentativo sotteso alla pronuncia impugnata appare assolutamente congruo e corretto perchè non limitato alla disamina del tenore letterale dello statuto negoziale (con specifico riferimento all’Accordo sindacale aziendale 26/2/1990), ma inteso ad individuare anche la effettiva volontà espressa dalle parti come volta ad assicurare ai dipendenti una garanzia occupazionale, a fronte di evenienze che avrebbero potuto attingere la posizione del nuovo datore di lavoro (revoca della concessione, decadenza, cessione…); evenienze che nello specifico non si erano verificate e, comunque, non avrebbero assunto rilievo a fronte del rinnovato assetto legislativo di cui al D.L. n. 203 del 2005, che aveva devoluto tutte le funzioni relative alla riscossione alla Agenzia delle Entrate.

Al cospetto di tale impostazione logico-giuridica, sia pur espressa secondo succinte modalità espositive, le osservazioni critiche svolte in ricorso appaiono indirizzate, essenzialmente, a sostenere un diverso risultato interpretativo dell’accordo predetto, considerato preferibile a quello accolto nella sentenza censurata. Siffatta censura è pertanto inammissibile alla stregua della funzione del giudizio di legittimità, limitata, per accordi del tipo in esame, al controllo della motivazione e alla verifica dell’impiego corretto dei canoni ermeneutici secondo le censure proposte dal ricorrente.

Secondo i consolidati dicta di questa Corte, l’interpretazione dei contratti aziendali è infatti riservata al giudice di merito in ragione della sua efficacia limitata, diversa da quella propria degli accordi collettivi nazionali oggetto di esegesi diretta da parte di questa Corte ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006 (vedi Cass. 4/2/2010 n. 2625, Cass. 3/12/2013 n. 27062, Cass. 17/2/2014 n. 3681).

A tale riguardo è stato altresì precisato che ai fini della censura di violazione dei canoni ermeneutici, non è sufficiente l’astratto riferimento alle regole legali di interpretazione, ma è necessaria la specificazione dei canoni in concreto violati, con la precisazione del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato.

Nè, per sottrarsi al sindacato di legittimità, è necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicchè, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra.

Non è sufficiente, in definitiva, una semplice critica della decisione sfavorevole, formulata attraverso la mera prospettazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante (vedi per tutte Cass. 22/2/2007 n. 4178, Cass. 6/6/2013 n. 14318, Cass. 10/2/2015 n. 2465).

Orbene, nello specifico, la critica mossa all’interpretazione della declaratoria contrattuale per come articolata, difetta di una specifica allegazione, con riferimento alla violazione dei canoni interpretativi, del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato, così sostanziandosi nella mera allegazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante.

Essa si risolve, dunque, in una mera enunciazione di natura contrappositiva, inidonea ad inficiare la congrua argomentazione elaborata dal giudice del gravame.

7. Con specifico riferimento alla terza critica, che si appunta sulla esegesi dell’accordo sindacale del 30/1/2006, valgono le medesime considerazioni espresse in precedenza, dovendosi ribadire la persuasività e logicità della interpretazione resa dalla Corte di merito.

Può soggiungersi, al riguardo, che il medesimo ricorrente appare consapevole della linea di compromesso inevitabilmente percorsa dalle organizzazioni sindacali nella gestione della vicenda, che andava ad inserirsi in un rinnovato contesto normativo, ed in base alla quale, pur a fronte delle previsioni di cui all’art. 5 dell’Accordo Quadro del 26/2/1990 finalizzate ad assicurare le garanzie occupazionali, sono state ritenute condivisibili le “casistiche di esclusione evidenziate dalla CARIM anche al fine di favorire le posizioni rimanenti”.

Egli, peraltro, se ne discosta, osservando che il raggiunto statuto negoziale non potesse assurgere a rinnovata regolamentazione del diritto dei lavoratori a conservare inalterato il trattamento economico e normativo goduto in precedenza, opinando che la situazione di compromesso richiamata fosse finalizzata a disciplinare specifiche situazioni individuali.

Tale interpretazione, per quanto sinora detto, omette di specificare le ragioni e il modo in cui si sarebbe realizzata l’asserita violazione dei canoni ermeneutici (Cass. 14/6/2006, n. 13717; Cass. 21/6/2017 n. 15350), atteggiandosi in termini di mera contrapposizione della tesi a sè favorevole rispetto a quella congruamente motivata dalla Corte distrettuale, che rimane insindacabile in sede di legittimità (Cass. 10/5/2018, n. 11254).

L’esegesi dell’accordo resa dai giudici del gravame si palesa, altresì, del tutto conforme a diritto perchè in linea con la giurisprudenza di questa Corte secondo cui i contratti o gli accordi collettivi aziendali sono applicabili a tutti i lavoratori dell’azienda, ancorchè non iscritti alle organizzazioni sindacali stipulanti (con l’unica eccezione di quei lavoratori che, aderendo ad una organizzazione sindacale diversa, ne condividono l’esplicito dissenso dall’accordo medesimo e potrebbero addirittura essere vincolati ad un accordo sindacale separato e diverso – ipotesi questa non allegata nè dimostrata nella fattispecie – cfr., ex aliis, Cass. 14/7/2014, n. 16089, Cass. 18/4/2012, n. 6044, Cass. 28/5/2004, n. 10353).

Tali approdi rispondono alla esigenza, lumeggiata da autorevole dottrina, che attribuisce l’efficacia generale della contrattazione aziendale a dati oggettivi, ravvisati nella indivisibilità dell’interesse dedotto nel regolamento contrattuale che si traduce in una “necessarietà ontologica” della applicazione generalizzata del contratto. Sarebbe la stessa materia oggetto di contrattazione che ne determina l’efficacia nei confronti di tutta la collettività aziendale, in ragione della circostanza per cui quella materia coinvolge necessariamente gli interessi di tutti i lavoratori dell’impresa. Si è infatti sostenuto, e con riferimento prevalente alla contrattazione cd. ablativa, che il contratto collettivo, pur essendo atto di autonomia privata, è destinato a dettare la disciplina dei rapporti individuali di lavoro in vista di un interesse superiore a quello dei soggetti che di quei rapporti sono partè, salvo il limite del dissenso collettivo.

Si tratta di condivisibili principi ai quali la Corte ha mostrato di aderire con statuizione che si sottrae alla critica formulata.

8. Nè appare persuasivo il richiamo disposto dalla parte ricorrente in sede di memoria illustrativa, a precedenti di questa Corte in tema di accordi sindacali con Intesa Sanpaolo intervenuti anteriormente alla entrata in vigore della L. n. 203 del 2005, per il personale addetto al servizio di esattoria (e relativi, peraltro, a fattispecie non sovrapponibili rispetto a quella in questa sede considerata), essendo valevoli i summenzionati principi in tema di ermeneutica dello Statuto sindacale aziendale che, per quanto sinora detto, non risulta siano stati violati dal giudice del gravame.

In definitiva, le sinora esposte considerazioni inducono alla reiezione del ricorso principale, con assorbimento delle ragioni poste a base del ricorso incidentale condizionato, proposto dall’Istituto di credito con riferimento al profilo risarcitorio della domanda attorea.

Il governo delle spese del presente giudizio segue il principio della soccombenza nella misura in dispositivo liquidata.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale condizionato. Condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 marzo 2021

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