Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7281 del 16/03/2020

Cassazione civile sez. trib., 16/03/2020, (ud. 26/06/2019, dep. 16/03/2020), n.7281

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto proposto da:

SOCIETA’ ROSINA SERIGRAFICA s.r.l., in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, via

P.S. Mancini n. 12, presso lo studio del Notaio B.T. e

rappresentata e difesa, per procura in calce al ricorso dall’Avv.

Rosa Caravelli.

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12 preso gli

Uffici dell’Avvocatura Generale di Stato dalla quale è

rappresentato e difeso.

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza n. 48/05/2013 della Commissione

tributaria regionale della Lombardia, depositata il 29 marzo 2013.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26 giugno 2019 dal relatore Cons. Roberta Crucitti.

Fatto

RILEVATO

che:

la Società Rosina Serigrafica s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, ricorre, su tre motivi, nei confronti dell’Agenzia delle entrate, che resiste con controricorso, avverso la sentenza, indicata in epigrafe, con cui la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia (d’ora in poi C.T.R.), in controversia avente ad oggetto avviso di accertamento basato sugli studi di settore e relativo a IVA, IRES e IRAP anno di imposta 2005, ne aveva rigettato l’appello avverso la prima decisione (di rigetto del ricorso introduttivo);

in particolare, il Giudice di appello, preso atto dell’espletamento del contraddittorio, riteneva che gli elementi forniti dalla contribuente non fossero sufficienti a inficiare la fondatezza della pretesa impositiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso la Società deduce la violazione e falsa applicazione di legge (D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies) laddove la C.T.R. si era limitata a ritenere legittimo l’avviso di accertamento, sulla base degli studi di settore, argomentando che vi era stato il contraddittorio e che, evidentemente, non erano state portate motivazioni ritenute valide per contrastare l’accertamento, mentre, secondo la prospettazione difensiva, il Giudice di appello avrebbe dovuto appurare se e in quale misura l’Ufficio aveva fornito elementi necessari a supportare la presunzione semplice propria degli studi, se e in quale misura l’ufficio avesse fornito una sufficiente motivazione in ordine all’eventuale irrilevanza delle giustificazioni fornite dal contribuente;

2. con il secondo motivo si deduce omessa ed insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in violazione del disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in punto di mancata valutazione e/o motivazione in ordine all’eventuale irrilevanza delle giustificazioni allo scostamento degli studi di settore;

3. con il terzo motivo si deduce omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione alla mancata o errata indicazione ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 56, di elementi essenziali quali l’aliquota di imposta applicata ai fini IVA sul maggior volume di affari;

4. gli ultimi due motivi vanno, da subito, dichiarati inammissibili. Al ricorso, infatti, è applicabile (essendo stata la sentenza impugnata depositata il 29 marzo 2013) il nuovo disposto di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che, come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte, (sentenza n. 8053/2014), “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”;

4.1 nei mezzi di impugnazione non viene neppure dedotto il fatto il cui esame sarebbe stato omesso, riferendosi la ricorrente sempre a un vizio motivazionale in ordine alle “eccezioni” svolte nel grado di appello;

5. in ordine, invece, al primo motivo di ricorso, va ribadito che “i parametri o studi di settore previsti dalla L. n. 549 del 1995, art. 3, commi 181 e 187, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rilevano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico induttivo, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d, che deve essere necessariamente svolto in contraddittorio con il contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, sì da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello “standard” prescelto al caso concreto oggetto di accertamento” (v. Cass. Sez. 5, n. 30370 del 18/12/2017; Sez.5 Sentenza n. 14288 del 13/07/2016);

5.1 nella specie, la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione della normativa di riferimento come interpretata da questa Corte, onde va esente da censura;

6. ne consegue il rigetto del ricorso con condanna della ricorrente, soccombente, al pagamento in favore dell’Agenzia delle entrate delle spese processuali nella misura liquidata in dispositivo.

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

Rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente, in persona del legale rappresentante pro tempore, alla refusione in favore dell’Agenzia delle entrate delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 5.600,00 oltre spese prenotate a debito;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 marzo 2020

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