Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7268 del 26/03/2010

Cassazione civile sez. I, 26/03/2010, (ud. 20/01/2010, dep. 26/03/2010), n.7268

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Presidente –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.A. (C.F. (OMISSIS)) vedova C., C.

L. (C.F. (OMISSIS)), C.G. (C.F.

(OMISSIS)), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FULCIERI

PAULUCCI DE’ GALBOLI 1, presso l’avvocato DE SIMONE IDA,

rappresentati e difesi dall’avvocato MARCANGELI GIOVANNI, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI TURANIA (C.F. (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IPPONIO 2, presso

l’avvocato BERNARDINI GIOVANNI, che lo rappresenta e difende, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3396/2003 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/07/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

20/01/2010 dal Consigliere Dott. SALVAGO Salvatore;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato G. ANGELOZZI, per delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Roma con sentenza 17142/1985 rigettava la domanda di L. e C.G., nonche’ di G.A., vedova C. di risarcimento del danno per l’avvenuta illegittima occupazione di un terreno di loro proprieta’ per la costruzione di un edificio scolastico da parte del comune di Turania (RI), essendo il diritto estinto per prescrizione.

L’impugnazione degli espropriati veniva confermata dalla Corte di appello di Roma, la cui decisione 1865/1988, era, tuttavia cassata da questa Corte con sentenza 922 del 1994 in relazione alla rinuncia tacita della prescrizione per effetto del riconoscimento da parte del comune, nonche’ all’onere della prova del fatto costitutivo posto a base dell’eccezione di prescrizione.

Anche la successiva sentenza 172/1997 che aveva rigettato l’appello dei proprietari e’ stata cassata dalla Corte di cassazione la quale con sentenza 7409/1999 ha nuovamente rinviato ai giudici di appello per una corretta e congrua motivazione in ordine all’efficacia interruttiva della prescrizione del diritto al risarcimento del danno per effetto del riconoscimento del diritto all’indennita’ di espropriazione e delle successive trattative instaurate tra le parti.

La Corte di appello di Roma con sentenza del 15 luglio 2003 ha nuovamente respinto l’appello degli espropriati, osservando:

a) che doveva ritenersi provato che l’irreversibile trasformazione del fondo fosse avvenuta in data 30 settembre 1971, o al piu’ tardi in data 25 luglio 1973, per cui la prescrizione del loro credito era maturata non oltre il 25 luglio 1978;

b) che dopo tale data non era intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione interamente maturata al momento in cui era stato notificato l’atto introduttivo del giudizio all’amministrazione comunale.

Per la cassazione della sentenza la G. ed i C. hanno proposto ricorso per due motivi, illustrati da memoria; cui resiste il comune di Turania con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo del ricorso, gli espropriati, deducendo violazione degli artt. 2937 e 2944 c.c., nonche’ omessa e contraddittoria motivazione si dolgono che la Corte di appello abbia eluso il mandato ricevuto da entrambe le decisioni della Cassazione che era quello di esaminare se attraverso la corrispondenza intercorsa tra le parti si ricavasse non soltanto la sussistenza di un atto interruttivo della prescrizione del loro credito risarcitorio,ma anche la rinuncia del comune ex art. 2937 c.c. a farla valere; e di compiere la relativa disamina non separando ciascun atto dall’altro, come avevano fatto entrambe le sentenze cassate, ma esaminandoli congiuntamente ed alla luce del principio di buona fede, fino all’ultimo inviato dal comune dopo la notifica della citazione davanti al Tribunale.

Le censure sono fondate.

Gli espropriati avevano proposto ricorso contro la sentenza del 1^ appello per denunciare tra l’altro che era stata confermata la fondatezza dell’eccezione di prescrizione formulata dal comune, senza esaminare la corrispondenza intercorsa tra di essi e l’ente pubblico attestante che lo stesso aveva tacitamente rinunciato ad eccepirla ex art. 2937 c.c. per effetto del riconoscimento del loro diritto.

Questa Corte con la sentenza 922/1994 ha accolto la censura rilevando che il giudice di merito aveva omesso di esaminare la questione, pur espressamente proposta, essendosi limitato a statuire sul punto concernente la durata della prescrizione.

La sentenza del 2^ appello rigettava, tuttavia, egualmente l’impugnazione dei proprietari osservando che le lettere del sindaco del Comune di Turania, rispettivamente in data 10 agosto 1965, 25 luglio 1973 e 1 febbraio 1979, non avevano prodotto effetti interrutivi della prescrizione del diritto al risarcimento del danno dedotto in giudizio, poiche’ contenevano, rispettivamente, l’impegno a provvedere alla liquidazione dell’indennita’ di espropriazione, l’invito a prendere contatto con il Comune per fissare un incontro con i proprietari dell’area, e la comunicazione del conferimento a un tecnico dell’incarico di accertare la reale estensione della superficie occupata esprimendo l’intento di addivenire a un bonario componimento della vertenza. Per cui la G. ed i C. proponevano nuovamente ricorso per cassazione onde dedurre (2 motivo) che i giudici di appello avevano nuovamente omesso l’esame della questione ed avevano valutato le lettere del comune come espressione di una rinuncia espressa alla prescrizione senza considerarle come manifestazione di rinuncia tacita, in quanto le espressioni in esse contenute comportavano l’implicito riconoscimento del diritto dei proprietari dell’area occupata con la costruzione dell’edificio scolastico. Ed anche questa volta la Cassazione ha accolto la doglianza osservando che la Corte territoriale aveva omesso di valutare se “il riconoscimento connesso all’offerta dell’indennita’, non potendo avere a oggetto lo specifico diritto cui veniva fatto riferimento, non potesse ciononostante incidere sull’unico diritto spettante all’ex proprietario del fondo, e cioe’ sul diritto al risarcimento dei danni per la definitiva perdita della proprieta’ del suolo destinato alla realizzazione dell’opera pubblica. Tale interpretazione, la quale ripone il suo fondamento nel dovere di correttezza e nella conseguente necessita’ di valorizzare il significato sostanziale dell’ammissione dell’ente occupante che in presenza di ragioni creditorie insuscettibili di fraintendimento riconosca di “dover dare”, sia pur muovendo da qualificazioni giuridiche errate prive di efficacia vincolante, e si ispira a evidenti finalita’ equitative connesse con breve termine di prescrizione dell’azione risarcitoria e con il convincimento che le trattative in corso tra le parti potrebbero indurre il creditore ad astenersi da formali atti di costituzione in mora, pur avendo dato luogo ad un orientamento giurisprudenziale tuttora sottoposto al vaglio delle sezioni Unite, risulta del tutto ignoto alla sentenza impugnata la quale avrebbe dovuto dar conto delle ragioni che imponevano di escludere nella specie ogni efficacia interruttiva della prescrizione al riconoscimento, da parte dell’ente occupante, del diritto degli eredi C. all’indennita’ di espropriazione e alle trattative in corso per un bonaria definizione della vertenza”.

Il mandato (nuovamente) devoluto al giudice di rinvio non era allora quello di stabilire se le lettere inviate dai proprietari a partire dall’anno 1965 avessero costituito atti interruttivi della prescrizione ex art. 2943 c.c. e se quelle del comune avessero eguale valore ai sensi dell’art. 2944 c.c. posto che un tale incarico non sarebbe stato conforme neppure al motivo di ricorso avanzato dai G. – C.; bensi’ di accertare se la corrispondenza suddetta unitariamente considerata e completata con la lettera del Sindaco in data 1 febbraio 1979 manifestasse l’intendimento del Comune di riconoscere sia pure tacitamente (ma definitivamente) il diritto di credito degli espropriati e quindi comportasse la rinuncia a far valere la prescrizione ai sensi dell’art. 2937 c.c..

Sennonche’ la sentenza impugnata ancora una volta non ha dato risposta al quesito, peraltro neppure compreso, che le aveva devoluto Cass. 7409/1999, ma si e’ preoccupata di accertare se ciascuna di queste lettere in se’ e per se’ considerata e per le espressioni contenute potesse avere interrotto la prescrizione in corso di maturazione: a partire da quella inviata dai proprietari in data 10 agosto 1965,che avendo preceduto di molti anni l’irreversibile trasformazione del loro terreno, neppure i ricorrenti avevano prospettato quale atto idoneo a compiere l’interruzione suddetta. Ed e’ pervenuta alla conclusione che le stesse, comunque interpretate avevano interrotto la prescrizione, al piu’ tardi e per l’ultima volta il 23 agosto 1973, con la conseguenza che il termine quinquennale era inutilmente spirato il 23 agosto 1978: percio’ rendendo irrilevante l’esame della lettera del Sindaco 1 febbraio 1979, perche’ successiva al maturare della causa estintiva del credito.

Siffatto risultato, peraltro contrario al piu’ recente orientamento di questa Corte, per il quale in tema di occupazione appropriativa, avendo il legislatore riconosciuto gli effetti dell’istituto per la prima volta soltanto con la L. n. 458 del 1988 (seppure indirettamente), esclusivamente a partire da questo momento puo’ ritenersi iniziata a decorrere la prescrizione del diritto al risarcimento del danno insorto in epoca anteriore, in quanto solo allora normativamente percepibile (Cass. 20543 e 22407/2008,- 21203/2009) esulava invece dal thema decidendum indicato dalla sentenza di rinvio; il quale postulava anzitutto che l’intera corrispondenza fosse valutata non gia’ come una somma di singoli atti separati, bensi’ sinergicamente ed in modo da collegare le singole lettere cronologicamente e logicamente: con particolare riferimento a quella del 25 luglio 1973 con cui i proprietari avevano chiesto “il risarcimento degli ingenti danni subiti a seguito di una occupazione di terreno senza provvedimento espropriativi. Mentre a nulla rilevava che le lettere di risposta del Comune del 25 luglio 1973 ed 1 febbraio 1979 esprimessero,per il Tribunale, “l’invito a prendere contatto con il Comune per fissare un incontro con i proprietari dell’area, e la comunicazione del conferimento a un tecnico dell’incarico di accertare la reale estensione della superficie occupata esprimendo l’intento di addivenire a un bonario componimento della vertenza”: in quanto la giurisprudenza di legittimita’ e’ fermissima nel ritenere che la rinuncia alla prescrizione per effetto di atto incompatibile con la volonta’ di avvalersi di essa, a norma dell’art. 2937 c.c., puo’ conseguire anche da una proposta transattiva, qualora questa, anziche’ presupporre la contestazione del diritto della controparte, venga formulata in circostanze e con modalita’ tali da implicare ammissione del diritto stesso, e sia rivolta solo ad ottenere un componimento sulla liquidazione del “quantum”. (Cass. 16379/2009; 4804/07; 1642/2000; 8477/1999;

1882/1995; 9539/1994).

E perche’ d’altra parte tanto Cass. 7409/1999, quanto la giurisprudenza successiva, resa anche a sezioni unite, hanno enunciato il principio altrettanto consolidato che quando, verificatasi l’occupazione acquisitiva in assenza di emissione del decreto di esproprio, l’espropriante intenda procedere tuttavia alla determinazione dell’indennita’ di esproprio, ovvero ad altro indennizzo, i suddetti atti, costituendo in ogni caso il riconoscimento del diritto dell’ex proprietario ad un ristoro patrimoniale, e non potendo che incidere sull’unico diritto spettante all’ex proprietario del fondo, e cioe’ sul diritto al risarcimento dei danni per la definitiva perdita della proprieta’ del suolo destinato alla realizzazione dell’opera pubblica, si configurano come atti interruttivi della prescrizione del diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla perdita del diritto dominicale; ovvero quale rinuncia definitiva al diritto di farla valere ove interamente maturata (cfr. lettera dell’1 febbraio 1979).

Il Collegio deve aggiungere che la sentenza di rinvio aveva avvertito che detta interpretazione e la relativa valutazione dovevano ispirarsi al “dovere di correttezza ed alla conseguente necessita’ di valorizzare il significato sostanziale dell’ammissione dell’ente occupante che in presenza di ragioni creditorie insuscettibili di fraintendimento riconosca di “dover dare”, sia pur muovendo da qualificazione giuridiche errate, prive di efficacia vincolante, e si ispira a evidenti finalita’ equitative connesse con breve termine di prescrizione dell’azione risarcitoria e con il convincimento che le trattative in corso tra le parti potrebbero indurre il creditore ad astenersi da formali atti di costituzione in mora”; per cui la Corte di appello non poteva non considerare anche il contesto in cui la corrispondenza in questione era avvenuta caratterizzato da un panorama giurisprudenziale in cui non era ancora emerso l’istituto dell’occupazione espropriativa; e l’occupazione illegittima di un terreno privato veniva da questa Corte incluso nell’ambito degli illeciti di natura permanente,percio’ insuscettibili di consentire il decorso della prescrizione del credito risarcitorio per la perduta disponibilita’ del bene (pur se definitiva). Ragion per cui proprio nella vigenza di detti principi i proprietari con la citazione introduttiva del giudizio notificata il 6 gennaio 1979, dopo quasi 6 anni di inutili trattative avevano chiesto il risarcimento del danno in questione; ed appena pochi giorni dopo significativamente il Comune aveva risposto con la lettera dell’1 febbraio 1979 comunicando l’avvenuto incarico al proprio tecnico di determinare la superficie occupata onde raggiungere un accordo con la controparte in ordine alle somme alla stessa spettanti. Laddove neppure queste circostanze sono state prese in considerazione e valutate dalla decisione impugnata.

Conclusivamente cassata ancora una volta la sentenza di appello, il giudice di rinvio, attenendosi a questi principi dovra’ stabilire se nella corrispondenza suddetta sia ravvisabile la contestazione del comune del credito risarcitorio della controparte, o piuttosto l’intendimento di considerare tuttora esistente ed azionabile il relativo diritto degli espropriati, e quindi di rinunciare ex art. 2937 c.c. ad eccepire la prescrizione. Assorbito pertanto il secondo motivo, il Collegio deve disporre il rinvio del procedimento alla Corte di appello di Roma, che in diversa composizione provvedera’ ad un nuovo riesame della questione indicata; nonche’ alla liquidazione delle spese (anche) del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

LA CORTE Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’ alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Cosi’ deciso in Roma, il 20 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2010

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