Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7255 del 26/03/2010

Cassazione civile sez. I, 26/03/2010, (ud. 09/12/2009, dep. 26/03/2010), n.7255

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in Roma, via Campello

sul Clitunno 20, presso l’avv. Galdieri Riccardo, che lo rappresenta

e difende per procura in atti;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente

domiciliato in Roma, viale di Villa Massimo 21, presso l’avv. Paola

Spagnoli, rappresentato e difeso dall’avv. Trinchi Alberto, del Foro

di Rieti, per procura in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma n. 113/04 del 12

gennaio 2004;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9

dicembre 2009 dal relatore, cons. Dr. Stefano Schirò;

uditi, per il ricorrente, l’avv. Riccardo Galdieri, che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso, e, per il controricorrente, l’avv.

Alberto Trinchi, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del sostituto procuratore generale, dott.

GOLIA Aurelio che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza del 10 luglio 2000 il Tribunale di Rieti – pronunciando sulla domanda proposta con citazione del 28 maggio 1992 da B.G. nei confronti del Comune di (OMISSIS) per il risarcimento dei danni conseguenti alla illegittima occupazione, per la realizzazione di una strada, di un terreno sito in agro di (OMISSIS), da lui acquistato il (OMISSIS), da F.M. e R., e per l’accessione invertita verificatasi in conseguenza della realizzazione dell’opera pubblica avvenuta nel luglio 1974, prima che si fosse compiuto il biennio di occupazione legittima, ancorchè tardivamente, nel gennaio 1984, fosse intervenuto il decreto di esproprio – respingeva l’eccezione di prescrizione sollevata dal Comune convenuto e condannava detto Comune al risarcimento del danno da accessione invertita nella misura di L. 34.898.630, oltre a interessi, rivalutazione e spese processuali, ritenuta la irrilevanza del tardivo decreto di esproprio.

Su appello del Comune di (OMISSIS) e nel contraddittorio del B., la Corte di appello di Roma, con sentenza n. 113/04 del 12 gennaio 2004, dichiarava estinto per prescrizione il diritto del B. al risarcimento del danno per la perdita del proprio terreno a seguito di occupazione appropriativa e condannava il B. medesimo a restituire al Comune di (OMISSIS) la somma di L. 150.000.000, oltre a interessi legali, da detto Comune corrisposta in esecuzione della sentenza di primo grado, di cui la Corte di appello aveva sospeso l’esecutività per l’importo eccedente detta somma.

2. A fondamento della decisione, la Corte di merito così motivava:

2.a. il B. aveva subito l’occupazione d’urgenza di un suo terreno da parte del Comune in forza di regolare provvedimento autorizzativo per la costruzione di una strada; detta occupazione era prevista per il periodo di due anni, dal 13 novembre 1973 al 13 novembre 1975, ma l’opera era stata completata il 29 giugno 1974 e il decreto di esproprio era intervenuto soltanto il 25 gennaio 1984;

essendo scaduto fin dal 13 novembre 1975 il termine di occupazione legittima ed essendo stata l’opera completata prima di tale scadenza, il decreto di esproprio non sarebbe più potuto intervenire utilmente e comunque, essendosi verificata, alla scadenza dell’occupazione legittima, l’accessione invertita, il Comune non avrebbe più potuto acquistare la proprietà del terreno per un titolo diverso (espropriazione), una volta perfezionatasi l’altra fattispecie acquisitiva;

2.b. dalla scadenza del termine di occupazione legittima (13 novembre 1975) il B. avrebbe avuto la possibilità di far valere nei confronti del Comune la domanda di risarcimento del danno, domanda soggetta a prescrizione quinquennale ai sensi dell’alt 2947 c.c. versandosi in una ipotesi di credito risarcitorio da fatto illecito;

egli tuttavia aveva formulato per la prima volta richiesta di pagamento di quanto dovutogli per la perdita della proprietà con istanza diretta al Sindaco in data 6 dicembre 1986, ancorchè chiedendo impropriamente l’indennità di esproprio, come se la procedura ablativa si fosse perfezionata, anzichè il risarcimento del danno; tale richiesta non era valsa a interrompere la prescrizione, essendo il relativo termine già scaduto fin dal 13 novembre 1980;

2.c. nel periodo 1975/1980 non erano intervenute istanze interruttive della prescrizione, avendo il B. formulato una sola istanza in data 23 marzo 1976, con la quale non aveva chiesto alcun pagamento, ma si era limitato a sensibilizzare il Sindaco per una favorevole valutazione della domanda di condono, mentre non aveva avuto alcun effetto interruttivo la nuova richiesta di pagamento dell’indennità di esproprio rivolta al Sindaco il 23 aprile 1991, essendo trascorsi ormai oltre dieci anni dal compimento del periodo di prescrizione;

analoga considerazione doveva svolgersi per la lettera di risposta del Sindaco in data 18 maggio 1991, con la quale questi aveva spiegato che l’indennità di espropriazione era stata liquidata a suo tempo ai precedenti proprietari, intestatari catastali del terreno, e versata presso la Cassa deposti e prestiti per mancata accettazione, invitandolo nel contempo a far valere su tale indennità i suoi diritti; infatti tale lettera, pur contenendo il riconoscimento del diritto all’indennità dei proprietari, non poteva valere a interrompere il termine di prescrizione già verificatosi molti anni prima, nè poteva valere quale rinuncia alla prescrizione nel frattempo maturatasi, non essendo contenuto nella lettera in modo in equivoco alcun atto abdicativo in tal senso.

3. Per la cassazione di tale sentenza B.G. ricorre sulla base di un motivo, a cui resiste il Comune di (OMISSIS) con controricorso illustrato da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso il B. – denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2934, 2935, 2936, 2943, 2944, 2945 e 2947 c.c. – censura l’applicazione della prescrizione da parte della Corte di appello in ordine alla pretesa creditoria da lui fatta valere e afferma che nella specie il termine di decorrenza della prescrizione non è decorso essendo stato interrotto per la prima volta allorchè il Comune di (OMISSIS) il 12 ottobre 1982 ha effettuato il deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti della somma liquidata a titolo di indennità di esproprio, con la conseguenza che da tale data il termine stesso ha ripreso a decorrere per poi scadere il 12 ottobre 1987 e che la prima richiesta da lui avanzata con lettera del 6 dicembre 1986 – e reiterata il 25 marzo 1991 e il 17 febbraio 1992 – è intervenuta quando il termine di prescrizione non era ancora maturato. Rileva altresì il collegio che il ricorrente, nel dedurre che il primo atto interruttivo della prescrizione è avvenuto il 12 ottobre 1982 con il deposito presso la Cassa Depositi e Prestiti, da parte del Comune di (OMISSIS), della somma liquidata a titolo di indennità di esproprio, ha inteso implicitamente, ma consequenzialmente, contestare anche la decisione della Corte di merito di fissare la scadenza del termine di prescrizione al 13 novembre 1980 e quindi anche quella di stabilire la decorrenza della stessa dalla data di cessazione della occupazione legittima (13 novembre 1975).

1.1. Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità del ricorso sollevate dal Comune di (OMISSIS). In particolare, il controricorrente deduce che il ricorso: non contiene un’adeguata esposizione dei fatti di causa ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1;

viola il principio di autosufficienza in quanto menziona atti interruttivi della prescrizione, quali il deposito quietanzato dell’indennità di esproprio, e le lettere del 25 marzo 1991 e del 17 febbraio 1992, di cui non è precisato il contenuto e senza l’indicazione di riferimenti utili al loro reperimento nel fascicolo processuale;

nel fare riferimento ad asseriti atti interruttivi della prescrizione non presi in considerazione dalla Corte di appello, denuncia erroneamente violazione di legge anzichè vizio di motivazione;

non censura le statuizioni con le quali la Corte di appello ha affermato che il termine di prescrizione era già scaduto fin dal 13 novembre 1980, che l’interruzione dalla prescrizione può verificarsi solo se il termine di prescrizione non è ancora scaduto e che non vi è stata alcuna rinuncia da parte del Comune ad avvalersi della prescrizione stessa, verificandosi pertanto una situazione di carenza d’interesse all’impugnazione.

1.2. Tutte le eccezioni sono prive di fondamento e vanno disattese.

Infatti il ricorso per cassazione del B. contiene un’adeguata esposizione dei fatti, idonea a fornire, in relazione ai motivi di censura proposti, una chiara e completa cognizione delle vicende che hanno dato origine alla controversia e a far comprendere l’oggetto dell’impugnazione e quindi il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice “a quo” (v. Cass. S.U. 2006/11653;

Cass. 2006/22385). Non ricorrono inoltre gli estremi della violazione del principio di autosufficienza del ricorso, in quanto i documenti indicati dal ricorrente risultano già menzionati nella narrativa in fatto della sentenza impugnata, nella quale si da atto, attraverso il richiamo agli scritti difensivi del convenuto e appellante, di richieste di corresponsione del risarcimento dovuto, inoltrate dal B. al Sindaco di (OMISSIS) e risalenti al 1991 e comunque ad epoca in cui il termine di prescrizione era già decorso, (v. pagg. 4 e 5 della sentenza della Corte di appello di Roma gravata di ricorso in questa sede). Rileva infine il collegio che, avendo il ricorrente sostanzialmente e complessivamente contestato l’applicazione della prescrizione alla pretesa creditoria da lui fatta valere, legittimamente è stata da lui dedotta la violazione di norme di diritto anzichè l’esistenza di un vizio della motivazione e che comunque, dovendosi, per quanto sopra osservato, ritenere l’impugnazione estesa anche alla statuizione relativa alla decorrenza della prescrizione dalla data di cessazione della occupazione legittima, sussiste l’interesse del ricorrente al gravame proposto, non solo al fine di far accertare la tempestiva interruzione della prescrizione, ma anche allo scopo di far valere un diverso criterio di decorrenza della prescrizione stessa.

2. Venendo all’esame del ricorso principale, osserva il collegio che la censura relativa all’applicazione della prescrizione da parte della Corte di merito è fondata e merita accoglimento. Deve infatti ritenersi che, in tema di occupazione appropriativa, avendo il legislatore riconosciuto gli effetti dell’istituto per la prima volta soltanto con la L. 27 ottobre 1988, n. 458 (seppure indirettamente), è a partire da questo momento che è iniziata a decorrere, in quanto solo allora normativamente percepibile, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno insorto in epoca anteriore, dovendosi fare applicazione – quale principio di diritto intertemporale che va a conformare in termini di diritto vivente la norma europea che lo Stato si è impegnato ad osservare (L. n. 849 del 1955) – di quanto enunciato dalla Corte di Strasburgo in sede di interpretazione dell’ari. 1 Prot. add. CEDU, circa la necessità che un’ingerenza di una pubblica autorità nell’esercizio dei diritti del privato sia “legale” e che il “principio di legalità” postuli l’esistenza di norme di diritto interno sufficientemente accessibili, chiare e “prevedibili” (Cass. 2008/20543; 2009/21203), in mancanza delle quali non possono porsi a carico del proprietario dell’immobile irreversibilmente trasformato dalla P.A. le conseguenze derivanti dalla connotazione dell’istituto dell’occupazione appropriativa come illecito istantaneo ad effetti permanenti (2008/22407).

La Corte di appello di Roma, nell’affermare che, essendo scaduto fin dal 13 novembre 1975 il termine di occupazione legittima ed essendo stata l’opera completata prima di tale scadenza, la prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento dei danni invocato dal B. aveva iniziato a decorrere dalla suddetta data di scadenza del termine di occupazione legittima ed era maturata alla data del 13 novembre 1980, non si è uniformata al principio in precedenza enunciato e deve di conseguenza essere annullata. Poichè – una volta fissata la decorrenza della prescrizione stessa dalla data di entrata in vigore della L. 27 ottobre 1988, n. 458 (3 novembre 1988) e risultando pacificamente in atti (v, sentenza impugnata, nonchè il ricorso e il controricorso in questa sede di legittimità) che l’atto di citazione introduttivo del giudizio per il risarcimento dei danni è stato notificato dal B. al Comune di (OMISSIS) il 28 maggio 1992 – non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto in ordine all’eccezione di prescrizione della pretesa risarcitoria fatta valere dal B., la causa può essere decisa nel merito sul tale punto specifico con il rigetto di detta eccezione e del primo motivo di appello, con la quale essa è stata riproposta dal Comune di (OMISSIS), poichè dagli atti di causa si evince che la prescrizione è stata interrotta dal B. il 28 maggio 1992, e quindi prima del decorso del termine quinquennale, con la notifica al Comune di (OMISSIS) dell’atto di citazione introduttivo del giudizio.

Essendo invece necessari accertamenti di fatto in ordine agli ulteriori motivi di appello dedotti dal Comune di Rieti e rimasti assorbiti dalla pronuncia sulla prescrizione del diritto, la causa deve essere rinviata, per l’esame di tali motivi, ad altro giudice, che si individua nella Corte di appello di Roma in diversa composizione e che provvedere anche a regolare le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il primo motivo di appello. Rinvia la causa, per l’esame dei motivi di appello rimasti assorbiti e per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2010

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