Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7246 del 13/03/2020

Cassazione civile sez. lav., 13/03/2020, (ud. 18/12/2019, dep. 13/03/2020), n.7246

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12625-2014 proposto da:

M.I., S.C., B.A., tutte

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA G. G. BELLI n. 36, presso lo

studio dell’avvocato DINO DEI ROSSI, che le rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

I.S.P.R.A. – ISTITUTO SUPERIORE PER LA PROTEZIONE E LA RICERCA

AMBIENTALE, in persona del Direttore pro tempore, rappresentato e

difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici

domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6227/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/11/2013 R.G.N. 9668/2010.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Roma, in riforma della sentenza del locale Tribunale che aveva accolto il ricorso, ha respinto le domande proposte nei confronti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – ISPRA – da M.I., S.C. e B.A. le quali avevano lamentato l’illegittimità degli atti con i quali era stato escluso dalle procedure di stabilizzazione il personale che aveva maturato il triennio di anzianità a tempo determinato in forza di proroghe intervenute dopo il 28 settembre 2007 ed avevano domandato l’accertamento del loro diritto ad essere incluse nella graduatoria e ad essere stabilizzate con decorrenza dall’8 novembre 2009;

2. la Corte territoriale ha premesso che le appellate erano state tutte assunte dall’APAT con contratto a termine della durata di un anno, con decorrenza dall’8 novembre 2006 e scadenza al 7 novembre 2007, poi prorogato, dapprima al 7 novembre 2009, e successivamente, sulla base di due proroghe in successione, sino al 31 dicembre 2011;

3. il giudice d’appello ha escluso che le originarie ricorrenti potessero essere incluse nella platea dei destinatari della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 519 e della L. n. 244 del 2007, art. 3, comma 90, perchè le richiamate disposizioni, da interpretare valorizzando le ragioni per le quali erano state emanate, hanno derogato alla regola del pubblico concorso per superare fenomeni di precariato e, pertanto, nella parte in cui richiedono quale requisito il triennio che, seppure non ancora maturato, consegua “in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 29 settembre 2006”, poi differita al 28 settembre 2007, si riferiscono, evidentemente, a proroghe che dovevano già essere state disposte in epoca antecedente e non consentono, pertanto, di valorizzare la sola data di instaurazione del rapporto originario;

4. per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso i litisconsorti indicati in epigrafe sulla base di un unico motivo, illustrato da memoria, al quale ha resistito l’ISPRA con tempestivo controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il ricorso denuncia, con un unico motivo formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la “violazione e falsa applicazione della L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 519 e della L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 3, comma 90” e addebita alla Corte territoriale di non avere considerato che la proroga, a differenza del rinnovo, non comporta l’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro, bensì determina solo la prosecuzione di quello già esistente e pertanto, ai fini della applicazione delle norme richiamate nella rubrica, doveva essere valorizzato il momento della stipula del contratto originario, pacificamente sottoscritto in data antecedente al 28 settembre 2007;

2. il ricorso è infondato e va rigettato, perchè la Corte territoriale ha basato la decisione su una corretta interpretazione delle disposizioni di legge che vengono in rilievo;

2.1. il legislatore con la L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 519, ha consentito la “stabilizzazione” a semplice domanda del personale, selezionato mediante procedure di natura concorsuale o previste da specifiche disposizioni di legge, “in servizio a tempo determinato da almeno tre anni, anche non continuativi, o che consegua tale requisito in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 29 settembre 2006 o che sia stato in servizio per almeno tre anni, anche non continuativi, nel quinquennio anteriore alla data di entrata in vigore della presente legge” ed ha precisato che, “nelle more della conclusione delle procedure di stabilizzazione”, “le amministrazioni continuano ad avvalersi del personale di cui al presente comma”, aggiungendo anche che “alle iniziative di stabilizzazione del personale assunto a tempo determinato mediante procedure diverse si provvede previo espletamento di prove selettive”;

2.2. la L. n. 244 del 2007, successivo art. 3, comma 90, ha consentito l’ammissione alle procedure di stabilizzazione anche del personale che “consegua i requisiti di anzianità di servizio ivi previsti in virtù di contratti stipulati anteriormente alla data del 28 settembre 2007”;

3. in tal modo il legislatore ha inteso perseguire l’obiettivo del superamento del precariato attraverso il ricorso ad una forma di reclutamento, speciale rispetto a quella prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35 (nel testo applicabile ratione temporis), perchè destinata ad una platea limitata di soggetti, individuata sulla base della precedente titolarità di un rapporto a tempo determinato con la Pubblica Amministrazione;

4. la giurisprudenza della Corte Costituzionale da tempo ha evidenziato che un interesse pubblico idoneo a giustificare la deroga al principio del pubblico concorso, al fine di valorizzare pregresse esperienze professionali dei lavoratori assunti, può ricorrere solo in determinate circostanze (Corte Cost. sentenza n. 167 del 2013), in quanto se “il principio dettato dall’art. 97 Cost. può consentire la previsione di condizioni di accesso intese a consolidare pregresse esperienze lavorative maturate nella stessa amministrazione” (Corte Cost. n. 189 del 2011), occorre, tuttavia, che “l’area delle eccezioni alla regola del concorso” sia “rigorosamente delimitata” e non si risolva “in una indiscriminata e non previamente verificata immissione in ruolo di personale esterno attinto da bacini predeterminati” (Corte Cost. n. 227 del 2013 richiamata dalla più recente Corte Cost. n. 113 del 2017);

4.1. è stato efficacemente osservato da Corte Cost. n. 293 del 2009 che la deroga alle forme normali di reclutamento mediante concorso pubblico è legittima solo in presenza di peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico e, pertanto, non è sufficiente a giustificarla la sola circostanza che determinate categorie di dipendenti abbiano prestato attività a tempo determinato presso l’amministrazione, nè basta la “personale aspettativa degli aspiranti” ad una misura di stabilizzazione (sentenza n. 81 del 2006), occorrendo, invece, che la ragione giustificatrice risponda all’esigenza di consolidare specifiche esperienze professionali maturate all’interno dell’amministrazione “le quali facciano ritenere che la deroga al principio del concorso pubblico sia essa stessa funzionale alle esigenze di buon andamento dell’amministrazione”;

5. la questione che qui viene in rilievo va risolta alla luce dei principi richiamati nei punti che precedono, perchè un’interpretazione costituzionalmente orientata della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 519 e della L.n. 244 del 2007, successivo art. 3, comma 90, induce a ritenere che, così come affermato dalla stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 277 del 2013, la platea dei destinatari delle procedure di stabilizzazione dovesse essere cristallizzata alla data del 29 settembre 2006, poi differita al 28 settembre 2007, con esclusione di qualsiasi rilevanza di proroghe disposte successivamente a detta data, sia pure in relazione a contratti stipulati anteriormente;

5.1. ed infatti l’esegesi sulla quale si incentra il ricorso, oltre a non essere rispettosa della ratio della norma, volta a sanare situazioni di precariato già sorte o in via di consolidamento, finisce per attribuire alle amministrazioni il potere di individuare esse stesse, a priori e non a posteriori, i destinatari della procedura di accesso speciale, in spregio ai principi di imparzialità e trasparenza che devono presiedere al reclutamento del personale nell’ambito del rapporto di pubblico impiego ed in assenza di quelle ragioni di interesse pubblico che sole possono giustificare, in casi eccezionali individuati dal legislatore, la deroga al concorso pubblico;

6. il ricorso, pertanto, deve essere rigettato con condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;

7. sussistono le condizioni processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.500,00 oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 18 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 marzo 2020

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