Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7243 del 15/03/2021

Cassazione civile sez. II, 15/03/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 15/03/2021), n.7243

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21890/2019 R.G. proposto da:

C.B., rappresentato e difeso dall’avv. Luca Mandro, con

domicilio eletto in Roma, Via Po n. 22, presso l’avv. Antonello

Ciervo.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappresentato e

difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio in Roma,

Via dei Portoghesi n. 12.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Perugia n. 17/2019,

depositata il 7.1.2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 22.9.2020 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.B. ha chiesto la concessione della protezione internazionale, esponendo di provenire da (OMISSIS), e di appartenere al gruppo etnico (OMISSIS); di essersi rifiutato di aderire al partito Alleanza per la Repubblica e di aver criticato pubblicamente il Governo per la scarsa attenzione alle esigenze della popolazione giovanile e per la mancanza di infrastrutture; di esser stato denunciato ed arrestato e di esser stato rilasciato per intercessione di un vicino; di essersi allontanato dal Senegal dopo aver appreso dell’emissione di un nuovo mandato di cattura a suo carico.

Ha altresì rappresentato di aver attraversato il Burkina Faso, il Niger e di essersi trattenuto in Libia fino allo scoppio della guerra civile, di essersi spostato in Italia, ove aveva perfezionato l’apprendimento della lingua ed aveva ottenuto una stabile occupazione.

La domanda è stata respinta dalla Commissione territoriale con provvedimento confermato dal tribunale.

Di seguito, con sentenza n. 17/2019, la Corte di Perugia ha respinto l’impugnazione, osservando che, come già ritenuto dal tribunale, il racconto del richiedente asilo era generico e privo di riferimenti concreti (non avendo saputo indicare a quale partito egli dovesse aderire), che non era stato fornito alcun riscontro riguardo ai rischi cui sarebbe esposto in caso di rimpatrio, non avendo fornito riferimenti in merito al pericolo di una sua personale persecuzione per motivi politici.

C.B. ha chiesto la cassazione della sentenza con ricorso in nove motivi.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo solleva questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 118 del 2018, art. 1, convertito con L. n. 132 del 2018, per contrasto con gli artt. 10 e 117 Cost., nella parte in cui ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostenendo che, ove si ritengano applicabili le norme censurate, l’avvenuta soppressione della protezione umanitaria e la sua sostituzione con il permesso per ragioni speciali lederebbe l’ampiezza del diritto di asilo, essendo stata inoltre illegittimamente abrogate leggi volte a dare attuazione a norme costituzionali e internazionali.

Il secondo motivo solleva la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 118 del 2018, convertito con L. n. 132 del 2018, per contrasto con l’art. 77 Cost., sostenendo che la disciplina modificativa delle disposizioni in tema di protezione internazionale sarebbero state adottate con Decreto Legge in carenza dei necessari presupposti di necessità ed urgenza.

Il terzo motivo denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza ritenuto non credibili le dichiarazioni del ricorrente all’esito di una parziale applicazione dei criteri volti a verificare l’attendibilità del racconto del richiedente asilo, di fatto circoscritta alla verifica che l’interessato avesse compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, trascurando che questi aveva riferito con adeguata specificità la propria vicenda personale, aveva fornito ogni elemento in suo possesso, aveva inoltrato tempestivamente la domanda di protezione e che i fatti riferiti erano coerenti con le fonti internazionali, oltre che scevri da contraddizioni.

Il quarto motivo denuncia la violazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1951 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e), ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che il pericolo di essere perseguitato dalle autorità pubbliche a causa delle opinioni antigovernative espresse dal ricorrente, unitamente all’arresto già patito e all’emissione di un ulteriore ordine di carcerazione avrebbero giustificato il riconoscimento dello status di rifugiato, non potendo darsi rilievo esclusivo alla ritenuta inattendibilità dei fatti allegati.

Il quinto motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la pronuncia negato la protezione sussidiaria, omettendo di considerare le critiche che il ricorrente aveva rivolto pubblicamente al Governo e la rilevanza penale di tali condotte, integranti il reato di oltraggio, con conseguente rischio di sottoposizione a tortura o ad altri trattamenti inumani o degradanti, notoriamente praticati nel paese di origine.

Il sesto motivo denuncia la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la Corte di merito negato la protezione sussidiaria senza svolgere alcuno sforzo di collaborazione istruttoria mediante l’acquisizione di informazioni aggiornate, provenienti da fonti accreditate, con riferimento alla situazione del paese di provenienza.

Il settimo motivo denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che la regione di provenienza del ricorrente era caratterizzata da una situazione di violenza diffusa ed indifferenziata causata da un conflitto indipendentista, tanto da provocare migrazioni di massa e la devastazione di interi territori, avendo il ricorrente titolo ad ottenere la protezione sussidiaria.

L’ottavo motivo denuncia la violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la pronuncia respinto la richiesta di protezione umanitaria, limitandosi ad asserire, con motivazione del tutto apparente, che non sussistevano i relativi presupposti giustificativi.

Il nono motivo, proposto il via condizionata, denuncia la violazione del D.Lgs. n. 286 del 2008, art. 5, comma 6, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che la Corte d’appello abbia respinto la domanda di protezione umanitaria, senza soffermarsi minimamente sulle vicende dedotte dal ricorrente e senza valutarne la rilevanza ai fini della misura di protezione richiesta, omettendo di valorizzare il grado di integrazione conseguito in Italia.

2. I primi due motivi sono inammissibili alla luce del rilievo che la

domanda di protezione internazionale è stata proposta prima del 5.10.2018, data di entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, occorrendo considerare che la nuova disciplina non ha portata retroattiva e non si applica ai procedimenti già in corso alla data di entrata in vigore delle norme sopravvenute.

Come recentemente stabilito dalle Sezioni unite, il diritto alla protezione umanitaria, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità, e la domanda attrae, quindi, il regime normativo applicabile.

La normativa introdotta dal D.L. n. 113 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, non trova applicazione alle domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge.

Tali domande devono essere scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro proposizione (Cass. s.u. 29459/2019). 3. Il terzo motivo del ricorso è fondato, comportando l’assorbimento dei motivi quarto e quinto.

Deve premettersi che la domanda di protezione, incluso il permesso di soggiorno per motivi umanitari, era stata respinta in primo grado per la mancata allegazione di un rischio di subire un danno grave alla persona, “non potendosi ritenere tale la generica paura di tornare nel proprio paese, perchè il ricorrente potrebbe essere ucciso o arrestato” (cfr. sentenza di primo grado, pag. 3).

La Corte distrettuale ha – per contro – valorizzato l’inattendibilità del discorso del richiedente asilo con apprezzamento che appare, però, fondato, oltre che su una non meglio individuata genericità dei fatti narrati, soprattutto sull’assenza di riscontri circa l’esposizione del ricorrente ad un concreto rischio di persecuzione.

Su tali premesse la sentenza ha respinto la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato e di concessione della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Giova ricordare che la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3, comma 5, tenendo conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente (art. 5, comma 3, lett. c), non potendo darsi rilievo a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati, sicchè è compito del giudice svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda, disancorato dal principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario, mediante l’esercizio di poteri-doveri d’indagine officiosi e l’acquisizione di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente, al fine di accertarne la situazione reale (Cass. 10202/2011; Cass. 16202/2012; Cass. 16221/2012).

Nello specifico, la formulazione del giudizio di inattendibilità risulta invece – del tutto disancorata dai criteri legali di valutazione delle dichiarazioni rese in giudizio e si palesa come il frutto dell’indebita enfatizzazione di un’unica circostanza dubbia (il partito al quale il ricorrente avrebbe dovuto aderire), peraltro risultante dagli atti del giudizio di merito, senza alcuna verifica o scrutinio ulteriore alla stregua degli indicatori di credibilità previsti per legge.

4. Il sesto motivo è fondato, con assorbimento del settimo motivo.

La Corte d’appello ha negato la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), limitandosi ad asserire che, nel paese di provenienza del ricorrente, non era in atto un conflitto armato tale da generare un clima di violenza indiscriminata, con esposizione al rischio per l’incolumità delle persone per il solo fatto della loro presenza sul territorio nazionale.

La pronuncia non contiene – tuttavia – alcun riferimento alle fonti di informazione eventualmente utilizzate e appare assunta in chiara violazione di legge.

Questa Corte ha stabilito che il dovere di cooperazione istruttoria (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8) gravante sul giudice nella materia della protezione internazionale o umanitaria, impone di utilizzare C.O.I. ed altre informazioni relative alla condizione interna del Paese di provenienza adeguatamente aggiornate, soprattutto in relazione ad eventi di pubblico dominio, la cui mancata considerazione è censurabile in sede di giudizio di legittimità (Cass. 15125/2020).

Detta valutazione deve avvenire tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche, di cui si dispone, che devono essere pertinenti al caso esaminato ed aggiornate al momento dell’adozione della decisione.

Nel compiere tale verifica, il giudice del merito non può, però, limitarsi a valutazioni generiche, nè può omettere di indicare le fonti informative utilizzate (Cass. 9230/2020; Cass. 13897/2019).

Il riferimento operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, alle “fonti informative privilegiate” deve essere interpretato nel senso che è onere del giudice specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (Cass. 13449/2019).

5. Anche l’ottavo motivo è fondato, mentre è assorbito il nono, in quanto proposto in via condizionata.

La Corte distrettuale ha ritenuto di poter respingere la richiesta di protezione umanitaria, osservando testualmente che: “non sussistono i presupposti per la protezione di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, che è collegata ad un particolare stato di vulnerabilità dell’interessato”.

Tale argomentazione appare gravemente carente, mancando di qualsiasi specificazione delle ragioni della decisione, sì da risultare meramente apparente.

Tenuto conto della data di deposito della sentenza di appello, resta applicabile la previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come novellato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, n. 1, lett. b), convertito con L. n. 134 del 2012.

Per effetto della nuova disposizione il controllo sulla motivazione è ridotto al “minimo costituzionale” ma è comunque denunciabile in cassazione l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè; detta anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. s.u. 8053/2014).

In definitiva sono accolti il terzo, il sesto e l’ottavo motivo di ricorso, sono inammissibili il primo e il secondo e sono assorbiti il quarto, il quinto, il settimo ed il nono.

La sentenza è cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione, che provvederà anche alla liquidazione del presente giudizio di legittimità.

PQM

accoglie il terzo, il sesto e l’ottavo motivo di ricorso, dichiara inammissibili il primo e il secondo e dichiara assorbiti il quarto, il quinto, il settimo motivo ed il nono, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa alla Corte d’appello di Perugia, in diversa composizione, anche per la liquidazione del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 marzo 2021

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