Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7221 del 22/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 22/03/2017, (ud. 05/12/2016, dep.22/03/2017),  n. 7221

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9091/2015 proposto da:

V.E.G., V.A., D.P.M., quali eredi del

sig. Va.Al., elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 34, presso lo studio dell’avvocato LUCIANO PALLADINO,

rappresentati e difesi dall’avvocato VALERIO IORIO, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

AVV. B.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli

avvocati RAFFAELE PENTANGELO e SEBASTIANO GIORDANO giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 755/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/12/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FELICE MANNA;

udito l’Avvocato Valerio Iorio, per i ricorrenti, che si riporta agli

scritti o in subordine la trattazione in Pubblica Udienza.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380-bis e 375 c.p.c.:

“1. – Con un primo atto di citazione notificato il 21.7.2009 l’avv. B.A. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Torre Annunziata, sez. distaccata di Gragnano, Va.Al., per sentirlo condannare al pagamento della somma di Euro 39.593,13 per compensi professionali. Tra la notifica di un secondo atto di citazione (in rinnovazione del precedente, privo dell’avvertimento circa le decadenze di, cui all’art. 38 c.p.c.), avvenuta il 24.9.2009, e l’udienza di prima comparizione, fissata per il giorno 15.1.2010, il convenuto, prima di potersi costituire, decedeva in data 22.10.2009. Quindi, nella contumacia di lui, il Tribunale con sentenza n. 226 pubblicata il 14.7.2010 accoglieva la domanda.

Avverso tale sentenza gli eredi di Va.Al., D.P.M. e V.A. ed E.G., proponevano appello con citazione notificata il 20.5.2011. La Corte d’appello di Napoli Rilevata la tardività del gravame, perchè proposto oltre il termine di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1, nuovo testo, ed escluse in concreto le condizioni di applicabilità del comma 2 del medesimo articolo, con sentenza n. 775 pubblicata il 12.2.2015, dichiarava inammissibile l’impugnazione.

2. – Avverso quest’ultima sentenza D.P.M. e da V.A. ed E.G. propongono ricorso per cassazione.

2.1. – Resiste con controricorso l’avv. B.A..

3. – Due i motivi d’impugnazione.

3.1. – Il primo espone la violazione o falsa applicazione dell’art. 292 c.p.c. e art. 327 c.p.c., comma 2, assumendo che la notifica del secondo atto di citazione, effettuata a mani di V.E.G., sarebbe inesistente ed affetta da falsità ideologica, perchè quest’ultimo non era convivente con il padre. Pertanto, sostiene la parte ricorrente, l’appello tardivo doveva ritenersi ammissibile ai sensi dell’art. 327 cpv. c.p.c., avendo gli eredi D.P. – V. appreso del giudizio solo il 29.4.2011, allorchè fu notificato loro un atto di precetto.

3.2. – Il secondo motivo denuncia la nullità della sentenza di primo grado, in base agli artt. 101, 102, 298, 299, 302, 303, 304, 305 e 307 c.p.c., perchè emessa in assenza di una corretta instaurazione del contraddittorio e in violazione dell’art. 299 c.p.c., che avrebbe imposto l’interruzione del processo. Con l’ulteriore conseguenza che quest’ultimo, non essendo stato riassunto nel termine perentorio di tre mesi, si sarebbe estinto.

4. – Il primo motivo è infondato.

Il termine di impugnazione per far valere, ai sensi dell’art. 161 c.p.c., comma 1, la nullità della sentenza pronunciata in un giudizio proseguito nonostante l’automatica interruzione conseguente alla morte del convenuto, verificatasi dopo la notificazione dell’atto di citazione ma prima della costituzione, è, in conformità alla regola generale stabilita dall’art. 327 c.p.c., comma 1, di un anno (ora sei mesi) dalla pubblicazione della sentenza, a meno che i suoi eredi, nell’impugnarla, non alleghino specificamente l’esistenza dei presupposti per l’applicazione del secondo comma dello stesso art. 327 c.p.c., dovendosi equiparare la posizione degli eredi a quella del contumace che non abbia avuto cognizione del processo per nullità della citazione o della sua notificazione. Tale equiparazione comporta, con l’applicazione analogica dell’art. 327 c.p.c., comma 2, che gli eredi debbano allegare specificamente la mancata conoscenza del processo, fornendone la prova, anche sulla base di elementi presuntivi in relazione alle circostanze del caso (Cass. n. 13506/07).

4.1. – Nella specie, la semplice proposizione della querela di falso non costituisce essa stessa prova della falsità ideologica della relata di notifica del 24.9.2009, nè produce effetti immediati al di fuori del caso di cui all’art. 225 cpv. c.p.c.. Pertanto, detta querela, non essendo dato di conoscerne l’esito, di per sè sola non dimostra alcunchè.

Nè tanto meno essa ipoteca la qualificazione di detta notifica in termini di inesistenza piuttosto che di nullità, chè anzi, la consegna dell’atto a familiare non convivente col destinatario, escludendo comunque la prima ipotesi della predetta alternativa (in tal caso la notifica è addirittura valida, con la precisazione contenuta in Cass. nn. 127/00, 73/97, 10248/92 e 8655/87), ripropone intatto a carico dell’appellante l’onere probatorio imposto dell’art. 327 c.p.c., comma 2.

Da ultimo, ma non per ultimo, Cass. S.U. n. 14916/16 chiarisce che inesistente è solo la notifica omessa (cioè materialmente non compiuta) o effettuata da soggetto non qualificato a compierla.

5. – La reiezione del primo motivo assorbe l’esame della seconda censura (la quale per di più sarebbe inammissibile, avendo ad oggetto una questione – l’interruzione del giudizio di primo grado e l’estinzione del processo – rimasta ovviamente assorbita nella pronuncia d’inammissibilità dell’appello).

6. – Pertanto, si propone la decisione del ricorso con le forme camerali, nei sensi di cui sopra, in base all’art. 375 c.p.c., n. 5”.

2. – La Corte condivide la relazione, rispetto alla quale la memoria ex art. 380-bis c.p.c., presentata da parte ricorrente non apporta elementi di novità idonei a indurre una soluzione diversa.

3. – Pertanto, il ricorso va respinto.

4. – Seguono le spese, liquidate come in dispositivo, a carico della parte ricorrente.

5. – Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, sussistono le condizioni per il raddoppio del contributo unificato, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, a carico della parte ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alle spese, che liquida in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, della Corte Suprema di Cassazione, il 5 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2017

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