Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7199 del 30/03/2011

Cassazione civile sez. VI, 30/03/2011, (ud. 27/01/2011, dep. 30/03/2011), n.7199

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

L.E. (OMISSIS), L.E.

(OMISSIS), elettivamente domiciliate in ROMA, VIALE ANICIO

GALLO 3, presso lo studio dell’avvocato CAPONI FRANCO, che le

rappresenta e difende, giusta mandato in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI NETTUNO, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA ROMEO ROMEI 19, presso lo studio

dell’avvocato RIITANO BRUNO, rappresentato e difeso dall’avvocato

PERIN PAOLO, giusta delibera della Giunta Comunale del 4 giugno 2010

e giusta delega in calce alla memoria di costituzione;

– resistente –

e contro

REGIONE LAZIO;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3654/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

30/06/09, depositata il 28/09/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/01/2011 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito l’Avvocato Caponi Franco, difensore delle ricorrenti che si

riporta agli scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. CARMELO SGROI che condivide

la relazione.

La Corte:

Fatto

PREMESSO IN FATTO

1. – E’ stata depositata in cancelleria il 20.5.2010 la seguente relazione, in applicazione dell’art. 380 bis cod. proc. civ.:

1. E’ impugnata la sentenza della Corte di appello di Roma del 28 settembre 2009.

Il caso deciso dalla stessa presenta questi tratti.

E. ed L.E. avevano chiesto al Tribunale di Roma il risarcimento del danno per l’espropriazione di un terreno di proprietà della loro dante causa S.P. ubicato in (OMISSIS) (in catasto al fg. 31, part. 127) sia per il carattere usurpativo dell’occupazione preceduta da una dichiarazione di p.u. priva dei termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13, sia perchè il decreto di esproprio pronunciato dal Presidente della G.R. il 20 maggio 1975 in favore del comune di Nettuno, non era stato notificato alla S. che allora ne era proprietaria.

La domanda è stata respinta sia dal Tribunale di Roma, che su gravame delle L., dalla Corte di appello, che hanno dichiarato la ritualità della procedura espropriativa, e la conseguente impossibilità di ravvisare in tal caso condotte illecite in capo all’espropriante.

2. Le L. hanno proposto ricorso per cassazione deducendo con due motivi: a) che la decisione impugnata viola l’art. 112 cod. proc. civ. ed incorre in numerosi difetti di interpretazione della loro domanda rivolta a sostenere l’illegittimità della procedura ablatoria per essere la deliberazione contenente la dichiarazione di p.u. priva dei menzionati termini di cui alla L. n. 2359, art. 13:

perciò originando una occupazione cd. usurpativa,che ad esse attribuiva il diritto al chiesto risarcimento del danno; b)che il petitum della domanda in primo grado non si discostava da quello dell’atto di appello in entrambi richiedendosi il risarcimento del danno per l’illegittimità della procedura: ravvisabile anche nella tardiva notifica del decreto di esproprio unitamente al pagamento dell’indennità; e) che esse avevano fatto valere in ogni caso la condotta colposa dell’amministrazione espropriante,che pur consapevole che la part. 127 appartenesse alla propria dante causa almeno dal 1972-1973,almeno fino al gennaio 1990 non aveva richiesto la determinazione dell’indennità di esproprio,nè provveduto alla trascrizione del relativo decreto:non avendo alcuna possibilità di esperire una opposizione alla stima dell’indennità riservata al proprietario catastale e comunque il rapporto espropriante- proprietario catastale essendo inidoneo a sanare le illegittimità della procedura ablativa.

3. Il ricorso può essere esaminato in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 cod. proc. civ., n. 5 ed essere dichiarato in parte inammissibile ed in parte manifestamente infondato se sono condivise le considerazioni che seguono:

E’vero che nel giudizio di primo grado le ricorrenti hanno richiesto il risarcimento del danno per l’illegittima occupazione in radice della part. 127, in quanto la dichiarazione di p.u., adottata con delibera regionale del 20 dicembre 1973 non conteneva i termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13.

Ma siffatta richiesta fondata sulla mancanza di una dichiarazione di p.u. valida ed efficace,comportante un fatto illecito comune di natura permanente disciplinato dall’art. 2043 cod. civ., che conserva al proprietario il diritto dominicale sull’immobile ed esula dalla materia espropriativa (cd. occupazione usurpativa: cfr. Cass. 22248/2007; 18436/2004; 15687/2001; sez. un. 1907/1997) è stata respinta dal Tribunale che ha ritenuto invece sussistente un’espropriazione, per di più legittima e rituale in danno del proprietario del terreno (pag. 6 ric.); per cui non avendo le L. impugnato specificamente,come richiesto dall’art. 342 cod. proc. civ. (Cass. 21816/2006; 8926/2004; 7773/2004) tale capo della decisione, nè insistito sulla carenza di potere della deliberazione contenente la dichiarazione di p.u. dell’opera asseritamente priva dei termini suddetti (essendo l’intero gravame fondato sugli errori di interpretazione da parte del Tribunale, della loro domanda subordinata rivolta ad ottenere, con riferimento alla complessità del procedimento ablativo, i medesimi danni per la responsabilità in cui era incorsa la P.A. nell’identificazione dei proprietari dell’immobile), la riproposizione della questione è rimasta preclusa in questa sede di legittimità (Cass. 14251/2004; sez. un. 16/2000).

4. Neppure le ricorrenti dubitano del principio ripetutamente enunciato da questa Corte,anche a sezioni unite, che il trasferimento del bene espropriato in favore dell’espropriante si verifica alla data della pronuncia del relativo decreto prefettizio, indipendentemente dalla successiva notificazione del provvedimento, la quale, rispetto al decreto stesso, avente natura di atto non ricettizio, non è nè elemento integrativo, nè condizione di efficacia, ma ha solo la funzione di far decorrere il termine di opposizione alla stima; sicchè i vizi su di essa incidenti, nonchè sulla identificazione del proprietario effettivo,allorchè diverso da quello catastale non costituiscono motivi di carenza del potere espropriativo che legittimi il proprietario a chiedere il risarcimento del danno corrispondente al valore del bene (Cass. 10687/1998; 8580/1998; sez. un. 913 e 311/1999; 7154/1994).

Nè menomano i mezzi di tutela di detto proprietario reale, comunque titolare del diritto di proporre autonoma opposizione alla stima dell’indennità (o di chiederne la liquidazione giudiziale consentita dalla sentenza 75/1990 della Corte Costituzionale) nel termine decennale di prescrizione decorrente; dalla pronuncia del decreto di esproprio (Cass. 6980/2007; 21622/2004; 14587/1999); ovvero di chiedere il risarcimento del danno per l’illegittima espropriazione subita ove il decreto di esproprio sia stato nullamente emesso nei confronti di terzi soggetti diversi dal proprietario (catastale) del bene. Per cui siccome le stesse L. hanno escluso la ricorrenza di dette fattispecie,e che le loro domande potessero intendersi come rivolte ad ottenere la determinazione dell’indennità di espropriazione, correttamente la Corte di appello ha confermato l’inconfigurabilità della prospettata illegittimità della procedura a causa della mancanza, tardività o altri vizi della notifica del decreto di espropriazione emesso nel 1975 e non impugnato (davanti al giudice amministrativo) per essere stato pronunciato nè confronti di D.R., allora intestataria catastale del terreno.

5. E’ vero,invece, che nell’ipotesi di legittimità della procedura ritualmente conclusa dal decreto ablativo (che nel caso,invece,le ricorrenti hanno escluso di avere prospettato), è invocabile altra tipologia di responsabilità dell’espropriante,questa volta n.q. di debitore dell’indennità di esproprio nel quale si è convertito l’originario diritto di proprietà, avendo questa Corte affermato che l’omissione od il ritardo della notificazione del decreto di espropriazione al proprietario (catastale o effettivo), ove sia ascrivibile a colpa dell’espropriante per la mancata adozione della normale diligenza, configura un atto lesivo del diritto alla percezione dell’indennità, e, conseguentemente, comporta il dovere di risarcire anche il danno derivante dalla sua ritardata riscossione (Cass. sez. un. 913/1999 e 311/1999 cit.) Ma detta regola va coordinata con il principio ricordato dalle stesse ricorrenti, che la procedura espropriativa prevista dalla legge 86 5/1971, per quanto riguarda la individuazione del soggetto passivo, si svolge ne:i confronti dei proprietari iscritti negli atti catastali (art. 10), e prosegue nei confronti di detti soggetti fino alla pronuncia del decreto di espropriazione, che deve essere effettuata (art. 13) “sulla base dei dati risultanti dalla documentazione di cui all’art. 10” “Cass. 13115/2004; 12022/2004;

11178/1992); per cui avendo la sentenza impugnata accertato e le ricorrenti confermato che il decreto di esproprio è stato adottato nel 1975, allorquando la part. 127 era intestata alla dante causa della S. (pag. 3), non è configurabile alcuna responsabilità delle amministrazioni esproprianti (a maggior ragione invocando l’illegittimo esercizio del potere espropriativo) per non averlo notificato a quest’ultima che non era intervenuta nel procedimento ablativo (L. n. 865 del 1971, ex art. 10) e non aveva provveduto alla modifica in suo favore delle risultanze catastali:perciò a nulla rilevando le diffide con cui nel corso dell’anno 1972 aveva dichiarato al comune di Nettuno di essere proprietaria del terreno ed a fortiori la corrispondenza intercorsa con l’ente pubblico nell’anno 1979 (o addirittura nel 1990) nonchè le determinazioni di quest’ultimo, allorchè la vicenda ablativa si era conclusa da diversi anni con l’emissione del decreto ablativo e l’immobile da eguale periodo apparteneva alla suddetta amministrazione.

2. – La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti.

Il pubblico ministero non ha presentato conclusioni scritte mentre le L. hanno depositato memoria. Ritenuto in diritto.

3. – Il collegio, discussi gli atti delle parti, la soluzione prospettata nella relazione e gli argomenti che l’accompagnano ha condiviso gli uni e l’altra.

Invero, proprio perchè le ricorrenti hanno dedotto di avere prospettato nel giudizio di primo grado la nullità della dichiarazione di p.u. “perchè priva di dei termini di inizio e di completamento delle opere” (unitamente ad altri vizi della procedura) e proprio perchè il Tribunale non si era pronunciato su tale grave violazione dell’iter procedimentale, che si traduce, come è noto in una carenza del potere ablativo,ignorandola del tutto,il disposto dell’art. 342 cod. proc. civ. imponeva loro di riproporre espressamente la questione in aderenza alla regola ripetutamente enunciata da questa Corte anche a sezioni unite,per la quale “E motivi di appello concorrono a determinare l’oggetto del relativo giudizio e, per questo profilo, incidono sullo stesso esercizio del potere d’impugnazione, non potendosi considerare proposti all’esame del giudice del gravame i capi della sentenza di primo grado che non siano stati in concreto oggetto di specifiche censure nell’atto di appello ed incorrendo nel vizio di ultrapetizione il giudice di appello che estenda il proprio esame a parti della decisione di primo grado che, pur genericamente investite: dall’impugnazione “in toto” della sentenza, non siano state specificamente censurate” (Cass. 11673/2008; 6630/2006; 7841/2001; sez. un. 666/1992). Pertanto non bastava alle ricorrenti,che significativamente non hanno trascritto le proposizioni dell’atto di appello con cui avrebbero denunciato l’omessa pronuncia sulla violazione dei termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13, contestare genericamente con il gravame “la legittimità del procedimento ablatorio” (pag. 2 memoria) per includervi la carenza di potere denunciata al Tribunale: anche perchè le Sezioni Unite di questa Corte hanno ripetutamente affermato fin da epoca lontana nel tempo che le contestazioni sulla irritualità e/o mancanza della notifica del decreto di espropriazione,nonchè sui soggetti che dovevano esserne i destinatari,che sono le sole specificamente riproposte dalle L. nel giudizio di appello,comportano solamente invalidità del provvedimento; di cui non è quindi consentito chiedere direttamente al giudice ordinario la disapplicazione. Così come ogni altra deviazione del provvedimento dalle sue finalità istituzionali deve essere fatta valere necessariamente attraverso la giurisdizione generale di legittimità e soltanto la caducazione dell’atto da parte del giudice amministrativo o degli organi amministrativi a ciò qualificati può farne cessare l’operatività (Cass. 1874/1987;

3283/1985; 3422/1983) e configurare l’illegittimità dell’espropriazione (cd. occupazione acquisitiva o appropriativa):

costituente anche sotto questo profilo fattispecie affatto diversa dalla giuridica inesistenza della dichiarazione di p.u. per mancanza dei termini di cui alla L. n. 2359 del 1865, art. 13, che esclude in radice la sussistenza di qualsiasi tipologia di espropriazione (legittima o illegittima). Non contraddicono queste conclusioni le decisioni di questa Corte menzionate dalle ricorrenti nella memoria (sez. un. 311/1999,nonchè Cass. 8530/1998 e 3717/1983), le quali:a)per un verso confermano che non essendo il decreto di esproprio un atto recettizio, lo stesso produce i suoi effetti indipendentemente dalla notificazione al soggetto l’espropriato; la quale non incide sulla validità ed efficacia del provvedimento ablativo,nè produce alcuna ipotesi di carenza di potere che legittimi il proprietario stesso ad invocare l’illiceità dell’occupazione del fondo al fine di ottenere il risarcimento del danno corrispondente al valore del bene (Cass. 21622/2004; 10687;

9621 e 8580/1998), ma impedisce soltanto il decorso del termine di decadenza per l’opposizione alla stima nei confronti del proprietario effettivo (Cass. 11730/1998; 1228/1998; 7154/1994); b) muovendo dalla conclusione opposta a quella prospettata dalle ricorrenti, che cioè in tal caso la procedura malgrado i vizi della notifica, si sia “volta e conclusa legittimamente,hanno altresì affermato la responsabilità dell’espropriante per il tardivo conseguimento dell’indennità da parte dell’espropriato – a questi attribuendo un’azione risarcitoria, avente perciò una causa petendi affatto diversa da quella fondata sulla illegittimità della procedura svolta in carenza di potere – ove l’omissione o il ritardo della notificazione nei suoi confronti sia ascrivibile ad un difetto di diligenza dell’espropriante nell’accertamento del titolare del bene sottoposto ad espropriazione.

E proprio quest’ultimo profilo è stato esaminato sia dalla sentenza impugnata,che dalla Relazione (5), le quali al lume delle disposizioni contenute nella L. n. 865 del 1971, art. 10 segg.

nonchè della conforme giurisprudenza di questa Corte specificamente indicata, sono pervenute ad un risultato sfavorevole alle ricorrenti per le ragioni ivi esposte ed integralmente condivise da questo Collegio.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi Euro 3.200,00 di cui Euro 3.000,00 per onorario di difesa.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 marzo 2011

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