Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7180 del 25/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 25/03/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 25/03/2010), n.7180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio – Presidente –

Dott. COLETTI DE CESARE Gabriella – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende,

giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

A.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ROBERTO

SCOTT 62, presso lo studio dell’avvocato CAMPAGNA SANDRO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato POLVERINI ENRICO,

giusta mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6897/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/04/2005 R.G.N. 8741/03;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

16/12/2009 dal Consigliere Dott. TOFFOLI Saverio;

udito l’Avvocato DE MARINIS NICOLA per delega FIORILLO LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado e in accoglimento della domanda proposta da A.A. contro la s.p.a. Poste Italiane, dichiarava la nullita’ della clausola del termine apposta dalle parti al contratto stipulato per il periodo dal 9.6.1999 al 30.10.1999 e conseguentemente dichiarava ancora in atto il rapporto di lavoro e condannava la datrice di lavoro al risarcimento del danno nella misura delle retribuzioni spettanti dalla notifica del ricorso di primo grado (depositato il 6.2.2002) alla data della sentenza, oltre accessori per il ritardo.

La Corte riteneva l’illegittimita’ del termine in quanto la clausola autorizzatoria contrattuale collettiva delle “esigenze eccezionali derivanti dai processi di ristrutturazione, riorganizzazione aziendale in attesa della realizzazione del riequilibrio delle risorse umane sul territorio nazionale”, introdotta dall’accordo collettivo del 25.9.1997, secondo la volonta’ manifestata dalle parti, trovava applicazione nei termini espressamente convenuti nei cosiddetti accordi attuativi, con i quali erano stati stabiliti termini successivi di scadenza della facolta’ di assumere a tempo determinato. E l’ultima proroga della facolta’ (salvo ipotesi particolari) era stata disposta fino al 30.4.1998 (accordo del 16.1.1998).

Le Poste italiane ricorrono per Cassazione con due motivi. La lavoratrice resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia violazione della L. n. 230 del 1962, della L. n. 56 del 1987, art. 23 dell’art. 1362 c.c. e segg., nonche’ vizi di motivazione.

La societa’ ricorrente, per quanto effettivamente rileva stante il tenore della sentenza impugnata, censura quest’ultima nella parte in cui ha ritenuto di individuare nella data del 30.4.1998 il preteso termine ultimo di validita’ ed efficacia temporale dell’accordo integrativo del 25.9,1997″, sostenendo con vari argomenti che, in sostanza, se si analizza tanto l’accordo del 25.9.1997 quanto la disciplina collettiva posteriore alla sua stipula, facendo corretta applicazione dei criteri ermeneutici di cui all’art. 1362 c.c., e segg., e’ evidente che tali accordi hanno sempre avuto mera natura ricognitiva di una situazione contingente e non fissano alcun termine temporale.

Il motivo deve essere disatteso, in base all’indirizzo, ormai consolidato, in materia dettato da questa Corte (con riferimento al sistema vigente anteriormente al ccnl del 2001 ed al D.Lgs. n. 368 del 2001).

Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2.3.2006 n. 4588, e’ stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, L. n. 56 del 1987, ex art. 23, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessita’ del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessita’ di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4.8.2008 n. 21063, v. anche Cass. 20.4.2006 n. 9245, Cass. 7.3.2005 n. 4862, Cass. 26.7.2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (v., fra le altre, Cass. 4.8.2008 n. 21062, Cass. 23.8.2006 n. 18378).

In tale quadro, ove pero’ un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo) la sua inosservanza determina la nullita’ della clausola di apposizione del termine (v. fra le altre Cass. 23.8.2006 n. 18383, Cass. 14.4.2005 n. 7745, Cass. 14.2.2004 n. 2866).

In particolare, quindi, nella specie, come questa Corte ha piu’ volte affermato e come va enunciato anche in questa sede, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data (OMISSIS), le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimita’ delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1” (v., fra le altre, Cass. 1.10.2007 n. 20608, Cass. 27.3.2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit).

Tale interpretazione degli accordi attuativi (ed in specie dell’ultimo citato) e’ fondata sul significato letterale delle espressioni usate che e’ cosi’ evidente e univoco (“in conseguenza di cio’ e per far fronte alle predette esigenze si potra’ procedere ad assunzioni di personale straordinario con contratto a tempo determinato fino al 30.4.98”) che non necessita di un piu’ diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volonta’ delle parti (cfr., ex plurimis, Cass. n. 28 agosto 2003 n. 12245, Cass. 25 agosto 2003 n. 12453), mentre, diversamente opinando, ritenendo cioe’ che le parti non avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli accordi attuativi, cosi’ definiti dalle parti sindacali, fossero in sostanza “senza senso” (cosi’ testualmente Cass. n. 14 febbraio 2004 n. 2866).

Peraltro al riguardo irrilevante e’ l’accordo del 18 gennaio 2001, invocato dalla societa’, in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga; ed infatti, ammesso che le parti stipulanti abbiano espresso l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell’accordo 25 settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), considerata la indisponibilita’ dei diritti dei lavoratori gia’ perfezionatisi, deve comunque escludersi che le parti stesse avessero il potere, anche mediante lo strumento dell’interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel D.Lgs. n. 165 del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non piu’ legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12 marzo 2004 n. 5141).

Giustificatamente, quindi, in relazione all’epoca di stipulazione del contratto di lavoro, la Corte di merito ha ritenuto nella specie l’invalidita’ del relativo termine.

Con il secondo motivo si denuncia la violazione degli artt. 1217 e 1233 c.c. Si censura la sentenza nella parte in cui ha riconosciuto (in sostanza) il diritto a tutte le retribuzioni decorrenti dalla data di notifica del ricorso di primo grado, sostenendosi che tale tipo di atto non vale a costituire il datore di lavoro in mora accipiendi. Si lamenta anche la mancata deduzione di quanto aliunde perceptum, che peraltro non poteva che essere genericamente dedotto.

Il motivo non merita accoglimento. In effetti un atto introduttivo del giudizio puo’ bene contenere anche l’offerta della prestazione e l’affermazione in tal senso del giudice di merito e’ stata censurata del tutto genericamente, senza concreto riferimento al suo contenuto.

D’altra parte la ricorrente non ha adeguatamente dedotto, come sarebbe stato necessario in relazione all’onere probatorio al riguardo sulla stessa gravante, l’omessa considerazione di prove del c.d. aliunde perceptum, e perplesso e generico e’ il riferimento ad istanze che sarebbero state proposte in sede di merito riguardo all’esibizione della documentazione fiscale.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese del giudizio, di cui e’ stata chiesta la distrazione, sono regolate in base al criterio della soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio, in Euro 20,00 oltre Euro duemila/00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA, da distrarsi in favore degli avvocati CAMPAGNA Sandro e d Enrico Polverini.

Cosi’ deciso in Roma, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 25 marzo 2010

 

 

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