Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7136 del 20/03/2017

Cassazione civile, sez. VI, 20/03/2017, (ud. 17/11/2016, dep.20/03/2017),  n. 7136

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 8448/2015 R.G. proposto da:

MINISTERO della GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, alla Via dei Portoghesi, n. 12, elettivamente

domicilia;

– ricorrente –

contro

I.M., c.f. (OMISSIS) – + ALTRI OMESSI

– controricorrenti –

e

G.C., (indicato nel decreto impugnato con il n. 33);

– intimato –

avverso il decreto dei 3.2/7.10.2014 della corte d’appello di Roma.

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 17

novembre 2016 dal Consigliere Dott. Luigi Abete.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con separati ricorsi ex lege n. 89 del 2001, successivamente riuniti, alla corte d’appello di Roma depositati in data 3.9.2010 i controricorrenti indicati in epigrafe nonchè G.C. (indicato nel decreto impugnato con il n. 33) si dolevano per l’eccessiva durata della procedura fallimentare della cooperativa a r.l. “Dipendenti Industria Avino”, al cui passivo avevano domandato ed ottenuto l’ammissione per crediti da lavoro subordinato.

Deducevano in particolare che il fallimento era stato dichiarato dal tribunale di Napoli con sentenza dei 6/7.3.1996 ed era stato chiuso con decreto in data 27.5.2010 per ripartizione finale dell’attivo.

Chiedevano che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrispondere a ristoro dei danni subiti per l’irragionevole durata del fallimento “presupposto” un equo indennizzo indicato, per ciascuno di essi, in misura pari ad Euro 13.500,00 ovvero nella diversa somma ritenuta di giustizia, con il favore delle spese.

Resisteva il Ministero della Giustizia.

Con decreto dei 3.2/7.10.2014 la corte d’appello di Roma condannava il Ministero a pagare a ciascun ricorrente la somma di Euro 6.250,00 oltre interessi legali dalla domanda al saldo nonchè a pagare al difensore anticipatario dei ricorrenti le spese di lite.

La corte esplicitava – per quel che rileva in questa sede – che alla ragionevole durata di quattro anni andavano sommati ulteriori due anni, “non imputabili all’organizzazione del sistema giudiziario bensì al comportamento delle parti (…) conseguenti ai rinvii dovuti alle richieste di nuova notifica per effetto delle accertate insinuazioni tardive” (così decreto impugnato, pag. 4); che conseguentemente la durata irragionevole della procedura “presupposta” si specificava in 7 anni.

Esplicitava ulteriormente che l’indennizzo era da quantificare in Euro 750,00 per ognuno dei primi tre anni ed in Euro 1.000,00 per ognuno degli anni successivi.

Avverso tale decreto il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso sulla scorta di cinque motivi; ha chiesto che questa Corte ne disponga la cassazione con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese.

I controricorrenti indicati in epigrafe hanno depositato controricorso; hanno chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese del giudizio di legittimità da distrarsi in favore dell’avvocato Silvio Ferrara.

G.C. non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2.

Deduce che la corte di merito ha errato nel determinare in quattro anni la durata ragionevole del fallimento “presupposto”; che, viceversa, in dipendenza della complessità, superiore alla media, della procedura “presupposta”, complessità correlata all'”elevata consistenza del ceto creditorio” (così ricorso, pag. 32) ed ai “giudizi contenziosi in cui era parte la procedura tra i quali (…) ricorso davanti al t.a.r. a seguito di provvedimento di revoca di contributi industriali” (così ricorso, pag. 33), la durata ragionevole era da considerare pari a sette anni, che maggiorati di due anni per i ritardi non ascrivibili all’ “apparato – giustizia”, avrebbero dovuto indurre ad identificare in cinque anni la durata irragionevole.

Destituito di fondamento è il primo motivo di ricorso.

Si puntualizza previamente che la corte distrettuale, al di là delle esplicite enunciazioni, ha sostanzialmente determinato in cinque e non già in quattro anni la durata ragionevole della procedura fallimentare “presupposta”.

Ed invero la corte territoriale ha dapprima computato in quattordici anni – dal 10.4.1996, dì del deposito da parte dei controricorrenti delle domande di ammissione al passivo, al 27.5.2010, dì del deposito del progetto di ripartizione finale – la durata complessiva del fallimento “presupposto”; indi ha ritenuto “che l’indennizzo richiesto dai ricorrenti vada calcolato in riferimento al tempo di sette anni” (così decreto impugnato, pag. 4).

In tal guisa, atteso il biennio di protrazione del fallimento della cooperativa a r.l. “Dipendenti Industria Avino” non addebitabile all'”organizzazione del sistema giudiziario” (così decreto impugnato, pag. 4), è innegabile che la durata ragionevole si specifichi, appunto, in cinque e non già in quattro anni.

Al riguardo va debitamente soggiunto che i controricorrenti non hanno inteso impugnare in parte qua agitur il dictum della corte romana.

Al cospetto dunque dell’operata quantificazione – in cinque anni – della durata ragionevole si rappresenta che il Ministero ricorrente sostanzialmente censura il giudizio “di fatto” alla cui stregua la corte d’appello ha computato il periodo di ragionevole durata (“ora – nella fattispecie – risulta che la procedura fallimentare presupposta (…) fosse di complessità superiore alla media…. così ricorso, pagg. 30 – 31).

Del resto questo Giudice del diritto spiega che, in tema di diritto ad un’equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo, la nozione di “ragionevole durata” non ha carattere assoluto, ma relativo, e non si presta ad una determinazione in termini assoluti, ma è condizionata da parametri fattuali strettamente legati alla singola fattispecie, che impediscono di fissarla facendo riferimento a cadenze temporali rigide; e che difatti della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 2, dispone che la ragionevole durata del processo deve essere verificata in concreto, facendo applicazione dei criteri da esso stabiliti. ed impone quindi di avere riguardo alla specificità del caso che il giudice è chiamato a valutare, nonchè ai principi elaborati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dai quali è ben possibile discostarsi, purchè in misura ragionevole e sempre che la relativa conclusione sia confortata da argomentazioni complete, logicamente coerenti e congrue (cfr. Cass. 21.4.2006, n. 9411).

In questi termini si evidenzia che la censurata statuizione è – siccome dei 3.2/7.10.2014 – soggetta alle novità introdotte con il D.L. n. 83 del 2012, convertito nella L. n. 134 del 2012, ed applicabili alle sentenze pubblicate (in generale ai provvedimenti pubblicati) dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione.

Di conseguenza il vizio motivazionale che il mezzo di impugnazione de quo agitur veicola, rileva nei limiti della novella formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (“per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”).

Riveste quindi valenza l’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte di legittimità (il riferimento è a Cass. sez. un. 7.4.2014, n. 8053).

Ovvero l’insegnamento secondo cui, da un canto, la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), (disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134) deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione, sicchè, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; e secondo cui, propriamente, tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili – e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza – della motivazione.

Ovvero l’insegnamento secondo cui, dall’altro, il riffirmulato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); con la conseguenza che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Su tale scorta si rappresenta quanto segue.

Per un verso, che è da escludere recisamente che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla luce dell’indicazione nomofilattica a sezioni unite testè menzionata, possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui, in parte qua agitur, la corte di merito ha ancorato il suo dictum.

In particolare, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito, pur individuando nel contenuto della sentenza gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento, non procede ad una loro approfondita disamina logico – giuridica. tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte distrettuale, con motivazione in loto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congrua e coerente sul piano logico – formale, ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il percorso argomentativo seguito, cioè che non ha inteso ravvisare ragioni particolari atte a giustificare la deroga alla durata standard delle procedure fallimentari (cfr. Cass. 28.5.2012, n. 8468, secondo cui, in tema di equa riparazione per la violazione del termine di durata ragionevole del processo, a norma della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, la durata delle procedure fallimentari, secondo lo standard ricavabile dalle pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, è di cinque anni nel caso di media complessità e, in ogni caso, per quelle notevolmente complesse – a causa del numero dei creditori, la particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi, ecc.), la proliferazione di giudizi connessi o la pluralità di procedure concorsuali interdipendenti – non può superare la durata complessiva di sette anni).

Per altro verso, che la corte territoriale ha sicuramente disaminato il fatto storico caratterizzante la res litigiosa (ovvero l’asserito sofferto paterna d’animo correlato alla pretesa irragionevole durata del fallimento “presupposto”).

Si rappresenta, d’altronde, in relazione all’assunto del ricorrente secondo cui “si ritiene alquanto contraddittorio quanto affermato in decreto laddove, pur dandosi atto (pag. 3, ultima parte) della delicatezza della procedura fallimentare e della non agevole soluzione delle questioni problematiche affrontate, si è individuato in anni quattro il termine di durata ragionevole” (così ricorso, pagg. 33 – 34), che nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. (ord.) 6.7.2015, n. 13928).

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 75 c.p.c. e della L. n. 89 del 2001, art. 2.

Deduce che la corte d’appello ha sostanzialmente omesso la disamina dell’eccezione di difetto di legittimazione in capo ai controricorrenti, difetto correlato all’intervento surrogatorio del “Fondo di Garanzia” istituito presso l’I.N.P.S. e quale comprovato dalle domande di insinuazione “tardiva” dello stesso “Fondo”, e correlato inoltre alla predisposizione di un piano di riparto parziale in data 12.12.2003, “(quando ancora non poteva dirsi superato il termine di durata ragionevole)” (così ricorso, pag. 37).

Deduce, in pari tempo, che nella procedura “presupposta” è intervenuta la “International Factors Italia” s.p.a.. il che dà ragione della cessione da parte dei controricorrenti dei crediti insinuati, sicchè “tutto da dimostrare sarebbe stato il permanere (…) di posizioni creditorie in capo ai ricorrenti” (così ricorso, pagg. 39 – 40).

Deduce, ulteriormente, che esso ricorrente aveva formulato apposta istanza istruttoria volta all’acquisizione “di informativa presso l’I.N.P.S. oltre che presso la stessa curatela” (così ricorso, pag. 40).

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa motivazione su fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che, in dipendenza dell’intervento surrogatorio del “Fondo di Garanzia” istituito presso l’I.N.P.S., della predisposizione del piano di riparto parziale in data 12.12.2003, dell’intervento di società finanziarie “quali cessionarie di crediti lavorativi” (così ricorso, pag. 41) e dell’effetto riduttivo connesso alla cosiddetta “falcidia fallimentare”, “del tutto omissivo appare l’impugnato decreto in punto quantum” (così ricorso, pag. 42); che tale lacuna appare tanto più rilevante, “laddove si consideri la genericità del ricorso introduttivo sia con riguardo ai crediti originariamente insinuati (…) sia con riguardo agli importi percepiti dai ricorrenti in corso di procedura sia – ancor più – con riguardo agli importi percepiti dai ricorrenti in sede di riparto finale” (così ricorso, pagg. 42 – 43).

Deduce, d’altra parte, che la corte territoriale ha finito “mediante la meccanica trasposizione di criteri di liquidazione propri dei giudizi ordinari (…) per liquidare importi ben superiori a quelli esigibili in corso di procedura (…) che la parte (…) già in partenza sapeva – in base a una valutazione ex ante (…) di non poter conseguire” (così ricorso, pagg. 44 – 45).

Il secondo ed il terzo motivo sono strettamente connessi.

Se ne giustifica la disamina contestuale.

Entrambi comunque sono fondati e meritevoli di accoglimento.

Si precisa preliminarmente che pur il secondo motivo si qualifica e si specifica alla stregua della novella formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ed in tale proiezione analogamente riveste rilievo l’insegnamento n. 8053 del 2014 delle sezioni unite di questa Corte.

Ebbene, alla luce di tal ultimo arresto, tanto più che la stessa corte di merito ha dato atto dell’intervento del “Fondo di Garanzia” dell’I.N.P.S. (cfr., decreto impugnato, pag. 3), ricorre di certo, in parte qua agitar, la figura di “anomalia motivazionale” dapprima enunciata come “motivazione apparente”, giacchè la corte distrettuale non ha atteso alla compiuta ed approfondita disamina logico – giuridica degli elementi offerti alla sua valutazione ed integranti il thema decidendum limitatamente alla quantificazione dell’indennizzo annuo.

Si badi, con precipuo riferimento all’eccezione di difetto di legittimazione attiva svolta in comparsa di costituzione dal Ministero ricorrente in questa sede, che questo Giudice del diritto spiega che afferisce al merito della lite e non attiene alla legitimatio ad caasam la questione relativa all’effettiva titolarità, attiva o passiva, del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, siccome destinata a risolversi nell’accertamento della situazione di fatto favorevole all’accoglimento ovvero al rigetto della pretesa azionata (cfr. Cass. 23.5.2012, n. 8175). E che l’effettiva titolarità, attiva o passiva, del rapporto sostanziale dedotto in giudizio è un elemento costitutivo della domanda e, siccome attinente al merito della decisione, spetta all’attore allegarla e provarla, salvo il riconoscimento, o lo svolgimento di difese incompatibili con la negazione, da parte del convenuto (cfr. Cass. sez. un. 16.2.2016, n. 2951).

Al contempo questo Giudice spiega che, in tema di equa riparazione da durata irragionevole di una procedura fallimentare, l’intervento del “Fondo di Garanzia – gestito dall’I.N.P.S. rileva in sede di liquidazione dell’indennizzo, così da giustificare una eventuale decurtazione del minimo annuo indicato dalla C.E.D.U. (cfr. Cass. 16.12.2009, n. 26421).

In questo quadro, se del caso dando seguito alla richiesta di informazioni formulata dal Ministero, la corte territoriale avrebbe dovuto, per ciascuno degli originari ricorrenti ovvero per il dante causa nelle more deceduto di taluno o di taluni dei ricorrenti, accertare in primo luogo la natura ed il quantum delle ragioni di credito ammesse al passivo della procedura fallimentare “presupposta”, accertare in secondo luogo se, in quale misura e quando eventuali voci (tfr., ultime tre mensilità) insinuate al passivo fossero state soddisfatte mercè l’intervento del “Fondo di Garanzia”, accertare in terzo luogo se, in quale misura e quando eventuali ulteriori voci di credito insinuate al passivo fossero state cedute a soggetti terzi, segnatamente a società finanziarie, accertare in quarto luogo se ed in quale misura le voci di credito insinuate al passivo fossero rimaste insoddisfatte all’esito del deposito in data 12.12.2003 del progetto di ripartizione parziale.

Tanto non solo al fine della corretta e congrua quantificazione dell’indennizzo, ma, ancor prima, ai fini del riscontro, per ciascuno degli originari ricorrenti, dell’an debeatur ovvero del diritto a percepire l’indennizzo in dipendenza della ritenuta durata ragionevole – cinque anni – della procedura fallimentare “presupposta”.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 75 c.p.c. e della L. n. 89 del 2001, art. 2.

Deduce che la corte d’appello non ha tenuto conto che i creditori R.D. ed Ca.An. erano deceduti rispettivamente il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), in corso di procedura presupposta, sicchè, da un canto, alla data del loro decesso era da anticipare il dies ad quem della pretesa esperita dai loro eredi iure hereditario, dall’altro, alla stessa data del decesso non era ancora giunto a compimento il periodo di durata ragionevole.

Deduce che la corte d’appello non ha tenuto conto in relazione alla pretesa esperita iure proprio dagli eredi dei creditori R.D. ed Ca.An. che in alcun modo risulta che “gli stessi siano intervenuti nella procedura presupposta dopo il decesso dei rispettivi danti causa, con relativa mancata assunzione della veste di parte – (così ricorso, pag. 49).

Deduce che la corte d’appello ha errato, allorchè non ha atteso alla liquidazione dell’indennizzo pro quota.

Il quarto motivo è fondato e meritevole di accoglimento nei limiti che seguono.

Evidentemente pur siffatta ragione di censura si qualifica alla stregua del novello dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

E, alla luce dell’insegnamento n. 8053 del 2014 delle sezioni unite di questa Corte, anche al riguardo si prospetta l'”anomalia motivazionale – della “motivazione apparente -, giacchè la corte di merito, benchè abbia affermato, in premessa, che “va preliminarmente rigettata l’eccezione proposta dal Ministero resistente di carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti in quanto agenti quali eredi – (così decreto impugnato, pag. 2), nulla in verità ha – nella parte propriamente “in diritto” – della motivazione – esplicitato a supporto della premessa affermazione.

Più esattamente, in ordine alle pretese azionate iure hereditario dagli asseriti eredi (” Ri.An. + 4: così ricorso, pag. 47) di R.D. – deceduto il (OMISSIS) – la corte distrettuale avrebbe dovuto, per un verso, riscontrare la qualità di eredi di R.D. dei ricorrenti istanti iure hereditario a tale titolo, per altro verso, in dipendenza della ritenuta quinquennale ragionevole durata del fallimento – presupposto – (dal 10.4.1996 al 10.4.2001), individuare il dies a quo del periodo di irragionevole durata nell’11.4.2001. per altro verso ancora, circoscrivere al periodo di durata irragionevole 11.4.2001 – (OMISSIS) (data, quest’ultima, del decesso di R.D.) l’indennizzo da riconoscere se del caso.

Più esattamente, in ordine alle pretese azionate iure hereditario dagli asseriti eredi (” Ca.Ri. 2-: così ricorso, pag. 48) di Ca.An. – deceduto il (OMISSIS) – la corte territoriale, in dipendenza della ritenuta quinquennale ragionevole durata del fallimento presupposto (dal 10.4.1996 al 10.4.2001), avrebbe dovuto senz’altro disconoscere il buon fondamento della pretesa azionata, appunto, iure hereditario, attesa l’impossibilità per il dante causa di perpetuare il “suo” paterna d’animo connesso alla pendenza della procedura fallimentare “presupposta – oltre il dì del suo decesso, dì antecedente al dies ad quem del periodo di ragionevole durata.

Più esattamente, in ordine alle pretese azionate iure proprio e dagli asseriti eredi di R.D. e dagli asseriti eredi di Ca.An., la corte d’appello (escluso sia in relazione all’abrogato disposto della L. Fall., art. 115, sia in relazione al disposto della L. Fall., art. 115, quale riformulato a seguito della “riforma” fallimentare che l’erede del debitore ammesso al passivo dovesse e debba proporre domanda tardiva di insinuazione al passivo) avrebbe dovuto imprescindibilmente, affinchè gli eredi potessero a pieno titolo esser considerati parte della procedura fallimentare ed eventualmente “soffrire” iure proprio per la sua “irragionevole” protrazione, acclarare che i medesimi presunti eredi avessero fornito all’ufficio fallimentare formale prova di tale loro qualità mercè allegazione di documentazione idonea a tale scopo, propriamente, siccome si è ritenuto in dottrina, mercè allegazione della denuncia di successione con specifica menzione del credito concorsuale/concorrente del de cuius, e, conseguentemente, correlare solo al dì della summenzionata allegazione documentale il riscontro (ai fini, appunto, dell’eventuale ristoro della pretesa azionata iure proprio) del periodo di irragionevole durata del fallimento della cooperativa a r.l. “Dipendenti Industria Avino” (a tal ultimo riguardo correttamente il Ministero denuncia l’omessa considerazione della eterogeneità delle diverse, frazioni temporali in quanto riferibili (…) ai ricorrenti quali eredi ma agenti in proprio: così ricorso, pag. 51).

Non merita seguito, invece, la censura finale veicolata dal motivo in disamina.

E’ sufficiente reiterare l’insegnamento di questa Corte alla cui stregua, in tema di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001, l’avvenuta proposizione del ricorso per cassazione da parte di alcuni soltanto dei soggetti che, in qualità di eredi, avevano agito in sede di merito, non comporta la necessità di integrazione del contraddittorio nei confronti degli altri, i quali nel giudizio di impugnazione non assumono la veste di litisconsorti necessari: invero, i crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, essendo la regola della ripartizione automatica dell’art. 752 c.c., prevista solo per i debiti, mentre la diversa disciplina per i crediti risulta sia dal precedente art. 727 c.c., il quale, stabilendo che le porzioni debbano essere formate comprendendo anche i crediti, presuppone che gli stessi facciano parte della comunione, sia dall’art. 757 c.c., il quale, prevedendo che il coerede succede nel credito al momento dell’apertura della successione, rivela che i crediti ricadono nella comunione; trova, pertanto, applicazione il principio generale, secondo cui ciascun soggetto partecipante alla comunione può esercitare singolarmente le azioni a vantaggio della cosa comune (cfr. Cass. 24.1.2012, n. 995; cfr. altresì Cass. sez. un. 28.11.2007, n. 24657, secondo cui, i crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, essendo la regola della ripartizione automatica dell’art. 752 c.c., prevista solo per i debiti, mentre la diversa disciplina per i crediti risulta dal precedente art. 727 c.c., il quale, stabilendo che le porzioni debbano essere forniate comprendendo anche i crediti, presuppone che gli stessi facciano parte della comunione, nonchè dal successivo art. 757 c.c., il quale, prevedendo che il coerede al quale siano stati assegnali tutti o l’unico credito succede nel credito al momento dell’apertura della successione, rivela che i crediti ricadono nella comunione, ed è, inoltre, confermata dall’art. 760 c.c., che escludendo la garanzia per insolvenza del debitore di un credito assegnato a un coerede, necessariamente presuppone che i crediti siano inclusi nella comunione; ed alla cui stregua, altresì, non può, in contrario, argomentarsi dagli artt. 1295 e 1314 c.c., concernendo il primo la diversa ipotesi del credito solidale tra il de cuius ed altri soggetti e il secondo la divisibilità del credito in generale; ed alla cui stregua, conseguentemente, ciascuno dei partecipanti alla comunione ereditaria può agire singolarmente per far valere l’intero credito comune o la sola parte proporzionale alla quota ereditaria senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi, ferma la possibilità che il convenuto debitore chieda l’intervento di questi ultimi in presenza dell’interesse all’accertamento nei confronti di tutti della sussistenza o meno del credito).

Con il quinto motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, nonchè dell’art. 112 c.p.c..

Deduce che le controparti non hanno formulato nelle conclusioni dei ricorsi specifica richiesta di riconoscimento degli interessi: che di conseguenza l’impugnato decreto è viziato da “extrapetizione, laddove d’ufficio e senza esplicita richiesta della parte ha liquidato gli interessi a far data dalla domanda (retroattivamente) anzichè a far data dal decreto medesimo” (così ricorso, pag. 53).

Il motivo è fondato e meritevole di accoglimento.

Il Ministero ha dato conto in torma “autosufficiente” che gli originari ricorrenti non hanno formulato domanda di condanna al pagamento degli interessi (cfr. ricorso, pag. 53).

Dal canto loro, i controricorrenti si sono limitati a dedurre “che la Corte ha statuito su una domanda accessoria alla principale senza, pertanto, riconoscere un bene ultroneo rispetto alla domanda azionata” (così controricorso, pag. 48).

In questi termini si rappresenta che questa Corte spiega che il carattere indennitario dell’equa riparazione per la durata irragionevole del processo comporta che gli interessi legali sul relativo importo decorrono dalla data della domanda giudiziale di equa riparazione, semprechè, tuttavia, essi siano stati richiesti (cfr. Cass. 28.7.2016, n. 15732).

Richiesta che, invero, nella fattispecie non è stata spiegata.

In accoglimento del secondo, del terzo, del quarto (in parte) e del quinto motivo di ricorso il decreto dei 3.2/7.10.2014 della corte d’appello di Roma va cassato con rinvio ad altra sezione della stessa corte.

In sede di rinvio si provvederà alla regolamentazione delle spese del presente grado di legittimità.

Al di là del buon esito del ricorso, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10, non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001. Il che rende inapplicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

Si dà atto da ultimo che il decreto impugnato, nell’intestazione (al n. 67), reca menzione. quale ricorrente, di un “unico” Ma.Ge.: viceversa, controricorrenti in questa sede sono Ma.Ge., nato a (OMISSIS), e Ma.Ge., nato a (OMISSIS).

Si dà atto del pari da ultimo che il decreto impugnato. nell’intestazione, non reca menzione, nè di C.A., dante causa dei controricorrenti in questa sede P.A., C.M., As. e G., nè dei medesimi controricorrenti P.A., C.M., As. e G..

PQM

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo motivo, il terzo motivo, il quarto motivo, in parte, ed il quinto motivo di ricorso; cassa in relazione e nei limiti dei motivi accolti il decreto dei 3.2/7.10.2014 della corte d’appello di Roma; rinvia ad altra sezione della corte d’appello di Roma anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2017

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