Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7132 del 20/03/2017

Cassazione civile, sez. lav., 20/03/2017, (ud. 10/01/2017, dep.20/03/2017),  n. 7132

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 30082-2011 proposto da:

M.R.E. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CASSIODORO 6, presso lo studio dell’avvocato GIANNA

BALDONI, rappresentato e difeso dall’avvocato FEDERICO CESARONI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AZIENDA U.S.L. DI BOLOGNA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 821/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 18/12/2010 r.g.n. 241/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2017 dal Consigliere Dott. BOGHETICH ELENA;

udito l’Avvocato CORRADO MARINELLI per delega Avvocato FEDERICO

CESARONI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Dott. M.R.E. ha chiesto al Tribunale di Bologna l’accertamento nei confronti dell’A.S.L. di Bologna del suo diritto, in qualità di medico specialista ambulatoriale titolare di doppio incarico compatibile (e collocato a riposo il 20.10.2001), di percepire compensi non corrisposti e relativi alla mensilità del mese di ottobre 2001, al premio di operosità di cui al D.P.R. n. 271 del 2000, art. 38, ed al compenso aggiuntivo previsto dal D.P.R. n. 500 del 1996, art. 31, con conseguente provvedimento di condanna.

2. Il Tribunale di Bologna respingeva la domanda e la Corte territoriale, con sentenza del 18.12.2010, confermava la pronuncia, ritenendo, con riguardo al compenso aggiuntivo, operante il diniego di cumulo di più trattamenti già previsto per il carovita nel caso di titolarità di più incarichi compatibili e, con riguardo alla mensilità di ottobre 2001 ed al premio di operosità, generici i motivi di contestazione dei criteri specificamente illustrati dalla A.S.L. quali modalità di calcolo degli emolumenti pretesi.

3. Avverso questa pronuncia ricorre per cassazione il M. prospettando tre motivi di ricorso. La A.S.L. è rimasta intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 500 del 1996, art. 31, nonchè del D.P.R. n. 271 del 2000, anche in violazione dell’art. 12 preleggi e dell’art. 1362 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) avendo, la Corte territoriale, erroneamente applicato al compenso aggiuntivo il divieto di cumulo (per ambedue i tipi di rapporto) previsto per l’indennità di carovita, stante – invece – la totale disomogeneità di natura e funzione tra quote di carovita e compenso aggiuntivo.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 271 del 2000, art. 30, nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn 3 e 5) avendo la Corte territoriale trascurato che nell’atto di appello erano specificamente indicati i criteri di calcolo da adottare per la determinazione della retribuzione del mese di ottobre 2001, dovendosi considerare l’orario di servizio prestato (e non i giorni di presenza) come previsto dall’art. 30 del D.P.R. del 2000 (che prevede la corresponsione di un “compenso forfetario orario”) e dai vari contratti collettivi.

3. Con il terzo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 271 del 2000, art. 38, nonchè vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn 3 e 5) avendo la Corte territoriale trascurato che nell’atto di appello erano specificamente indicati i criteri di calcolo da adottare per la determinazione del premio di operosità che includevano, nella base di calcolo, l’indennità di disponibilità di cui al D.P.R. n. 271 del 2000, art. 32, sin da gennaio 1982 e il servizio prestato a tempo determinato negli anni 1961 e 1962.

4. Il primo motivo di ricorso non è fondato.

4.1. In tema di compenso aggiuntivo per i medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale, questa Corte ha già affermato che tale voce non può superare l’importo spettante al sanitario con unica convenzione, stante il divieto di cumulo dei compensi nel caso di titolarità di altri rapporti convenzionali, applicandosi senza limitazioni, il regime giuridico già vigente per l’istituto delle quote di carovita, perfettamente compatibile con il nuovo compenso (cfr. Cass. S.U. n. 26633/2009, e nello stesso senso, Cass. 13279/2010, 6369/2011, 5279/2012).

Il principio è stato affermato con riguardo ai medici di medicina generale ed ai medici addetti ai servizi di continuità assistenziale (guardia medica) con riferimento, rispettivamente, al D.P.R. n. 484 del 1996, art. 45, lett. c), (in forza del richiamo fatto al D.P.R. n. 314 del 1990, art. 41, lett. f)) e al D.P.R. n. 484, art. 58, (in forza del richiamo fatto al D.P.R. n. 41 del 1991, art. 17, comma 1, lett. d)). La configurazione dell’istituto retributivo di cui trattasi è rimasta la stessa nelle disposizioni dettate dal successivo D.P.R. 28 luglio 2000, n. 270 (che ha recepito l’accordo collettivo dei medici specialistici ambulatoriali pacificamente applicabile al rapporto di lavoro in esame).

La formulazione letterale delle norme citate, nella parte in cui rinviano – per la determinazione del compenso aggiuntivo quale componente fissa del trattamento economico – ai criteri di determinazione delle quote di carovita, senza alcuna limitazione, non consente la lettura riduttiva, secondo la quale i criteri richiamati sarebbero solo quelli relativi al calcolo, o determinazione (determinazione in realtà operata direttamente dalla normativa istitutiva del nuovo istituto) restando estranei al richiamo le condizioni di attribuzione del compenso. Questa Corte ha ritenuto applicabile nella sua interezza il regime giuridico già vigente per l’istituto delle quote di carovita, regime perfettamente compatibile con il nuovo meccanismo di incrementi, alle scadenze contrattuali, del compenso (ancorchè non più collegati all’aumento del costo della vita), restando escluso ogni profilo di carenza di regolamentazione in materia di cumulo di indennità analoghe.

Nè l’interpretazione riduttiva, giudicata priva di riscontri sul piano della formulazione letterale delle norme disciplinanti il compenso aggiuntivo, potrebbe risultare suffragata da esigenze di coerenza sistematica, collegate alla natura dell’istituto del compenso aggiuntivo ed alla conformità al quadro normativo in cui si inserisce, considerata la natura autonoma del rapporto di lavoro (cui non è applicabile l’art. 36 Cost.) e che, ricondotta l’erogazione in oggetto alla categoria dei compensi fissi, ben poteva stabilirsi una limitazione, confermando, per coloro che comunque ed a qualsiasi titolo usufruiscono di meccanismi automatici di adeguamento dei compensi, la disciplina già operante per il soppresso istituto delle quote di carovita. Nessuna norma o principio, infatti, impedisce di determinare il compenso per un lavoratore autonomo attribuendo rilevanza a fatti e circostanze anche inerenti a profili puramente soggettivi ed estranee allo specifico rapporto (vedi, tra le numerose decisioni, Cass. 397/2009 e, con specifico riferimento alla questione del superamento dell’importo massimo spettante al sanitario con unica convenzione: Cass. 16681/2008).

4.2. Medesimo principio va affermato con riguardo ai medici specialisti ambulatoriali, in quanto – dipendendo, la soluzione della questione, dall’interpretazione delle norme che disciplinano specificamente l’emolumento denominato “compenso aggiuntivo” – la norma del regolamento che ha reso esecutivo l’accordo collettivo concernente il trattamento economico degli specialisti ha contenuto identico a quelle esaminate da questa Corte con riferimento ai medici di medicina generale ed ai medici addetti ai servizi di continuità assistenziale. Invero, il D.P.R. n. 500 del 1996, art. 31, richiama il D.P.R. n. 316 del 1990, n. 316, art. 33, comma 2, ove (al pari del D.P.R. n. 41 del 1991, art. 17, comma 1, lett. d, e del D.P.R. n. 314 del 1990, art. 41, punto f, già citati) tra i criteri di regolazione dell’indennità di carovita figura l’esclusione del diritto per i medici che comunque ed a qualsiasi titolo usufruiscono di meccanismi automatici di adeguamento dei compensi al costo della vita (oltre ad una previsione specifica per i titolari di trattamento di pensione). Considerato che la configurazione dell’istituto retributivo è rimasta la stessa nelle disposizioni dettate dal successivo D.P.R. n. 271 del 2000, va confermato che le quote di carovita non spettano a coloro che comunque e a qualsiasi titolo usufruiscono di meccanismi automatici di adeguamento dei compensi al costo della vita.

5. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono inammissibili.

Delle questioni relative ai criteri di calcolo della retribuzione del mese di ottobre 2001 e del premio di operosità non vi è traccia nella sentenza impugnata, nè il ricorrente indica in alcun modo se, con quale atto e in che termini la questione stessa sia stata eventualmente riproposta in grado di appello.

In tema questa Corte ha ripetutamente affermato che “nel giudizio di cassazione è preclusa alle parti la prospettazione di nuove questioni di diritto o nuovi temi di contestazione che postulino indagini ed accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito, a meno che tali questioni o temi non abbiano formato oggetto di gravame o di tempestiva e rituale contestazione nel giudizio di appello” (v. Cass. 5-7-2002 n. 9812, Cass. 9-12-1999 n. 13819). Nel contempo è stato anche precisato che “nel caso in cui una determinata questione giuridica, che implichi un accertamento di fatto, non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, alfine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, indicando altresì in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, così da permettere alla Corte di Cassazione di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa” (v. Cass. 27-8-2013 n. 12571; Cass. 22-1-2013, n. 1435; Cass. 28-7-2008, n. 20518; Cass. 152-2003 n. 2331, Cass. 10-7- 2001 n. 9336).

Peraltro per superare la presunzione di rinuncia e, quindi, la decadenza ex art. 346 c.p.c., è necessario che “la parte vittoriosa in primo grado, che abbia però visto respingere taluna delle sue tesi od eccezioni, ovvero taluni dei suoi sistemi difensivi” manifesti “in maniera esplicita e precisa la propria volontà di riproporre la domanda o le eccezioni respinte” (v. fra le altre Cass. 17-12-1999 n. 14267, Cass. sez. 1 20-7-2004 n. 13401).

Orbene nel caso in esame il ricorrente lamenta in questa sede la mancata valutazione delle ore prestate, con riguardo alla retribuzione, e dell’indennità di disponibilità nonchè del servizio prestato negli anni 1961 e 1962, con riguardo al premio di operosità, richiamando genericamente l’atto di appello (“come emerge dall’atto di appello”) senza riprodurlo nemmeno per estratto e nulla specificando in ordine ad una chiara e precisa riproposizione della relativa questione in appello.

6. Il ricorso va quindi rigettato. Nulla si dispone sulle spese di lite in assenza del controricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese.

Così deciso in Roma, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2017

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