Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7131 del 24/03/2010

Cassazione civile sez. I, 24/03/2010, (ud. 17/12/2009, dep. 24/03/2010), n.7131

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. SALVATO Luigi – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.D., rappresentato e difeso dall’Avv. FERRANTE Mariano,

come da procura a margine del ricorso, domiciliato per legge presso

la cancelleria della Corte di cassazione in Roma;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso, per legge, dall’Avvocatura generale dello

Stato, e presso gli Uffici di questa domiciliato in Roma, Via dei

Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

per la cassazione del decreto della Corte d’appello di Napoli

depositato il 29 novembre 2006;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 17 dicembre 2009 dal Consigliere relatore Dott. Zanichelli

Vittorio.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

P.D. ricorre per Cassazione nei confronti del decreto in epigrafe della Corte d’appello che ha accolto in parte il suo ricorso con il quale e’ stata proposta domanda di riconoscimento dell’equa riparazione per violazione dei termini di ragionevole durata del processo svoltosi in primo grado avanti al Tribunale di Nola con ricorso depositato il 12 gennaio 1999 e definito con sentenza depositata il 17 aprile 2003, impugnata con ricorso depositato il 18 marzo 2004 ancora pendente alla data del 26 settembre 2005.

Resiste l’Amministrazione con controricorso.

La causa e’ stata assegnata alla Camera di consiglio in esito al deposito della relazione redatta dal Consigliere Dott. Vittorio Zanichelli con la quale sono stati ravvisati i presupposti di cui all’art. 375 c.p.c..

Il Pubblico Ministero ha depositato conclusioni scritte.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo di ricorso con cui si deduce la violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della L. n. 89 del 2001 e’ inammissibile per inidoneita’ del quesito. Posto invero che “in quesito di diritto costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando altrimenti inadeguata e quindi non ammissibile l’investitura stessa del giudice di legittimita’: ne deriva che la parte deve evidenziare sia il nesso tra la fattispecie ed il principio di diritto che si chiede venga affermato, sia, per ciascun motivo di ricorso il principio, diverso da quello posto alla base del provvedimento impugnato, la cui auspicata applicazione potrebbe condurre ad una decisione di segno diverso (Cassazione civile, sez. 3^, 09 maggio 2008, n. 11535) al richiamato canone non risponde il quesito proposto che si limita ad enunciare un principio generale relativo ai rapporti tra normativa nazionale e Convenzione senza che risulti l’attinenza con la concreta fattispecie.

Il secondo, il terzo e il quarto motivo con i quali si censura la pronuncia di merito in relazione all’individuazione del periodo di durata irragionevole del processo da considerare al fine della determinazione dell’indennizzo e che possono essere esaminati congiuntamente per l’unitarieta’ delle questioni che pongono, sono manifestamente fondati nei limiti di cui infra.

Sono principi acquisiti alla giurisprudenza della Corte quelli secondo cui in tema di equa riparazione ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, la legge nazionale impone di correlare il ristoro al solo periodo di durata irragionevole del processo e non all’intera durata dello stesso (di recente: Cassazione civile, sez. 1^, 14 febbraio 2008, n. 3716; Cassazione civile, sez. 1^, 19 novembre 2007, n. 23844) e che “La Corte Europea dei diritti dell’uomo, ai cui principi il giudice nazionale deve tendenzialmente uniformarsi nella determinazione della durata ragionevole del procedimento, ha in linea di massima stimato tale durata in anni tre per quanto riguarda il giudizio di primo grado ed in anni due per quello di secondo grado; da questi parametri il giudice puo’ discostarsi riconoscendo una durata ragionevole maggiore o minore in considerazione della maggiore o minore complessita’ del procedimento (Cassazione civile, sez. 1^, 3 aprile 2008, n. 8521) ma anche quello secondo cui “Deve riconoscersi il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale per irragionevole durata del processo anche nell’ipotesi in cui sussista una eccedenza inferiore all’anno rispetto allo standard ragionevole (Cassazione civile, sez. 1^, 31 gennaio 2008, n. 2331). Cio’ posto, mentre non merita censura l’individuazione, nella fattispecie, della durata ragionevole rispettivamente in anni tre per il primo grado e (implicitamente) in anni due per il secondo, non essendo rilevante di per se’ la circostanza che oggetto della causa fosse una controversia di lavoro, tenuto conto dell’accertata modestia della pretesa fatta valere, ha errato il giudice del merito nel quantificare in un anno l’irragionevole durata del giudizio anziche’ in anni uno e mesi tre, non essendo stati indicati elementi che inducano a ritenere giustificato uno scostamento dagli standard europei.

Il quinto motivo e’ inammissibile dal momento che, mentre la censura attiene alla quantificazione per anno del danno morale, il quesito concerne l’indennizzabilita’ del solo periodo eccedente la ragionevole durata o di quello complessivo.

Il sesto, il settimo e l’ottavo motivo con cui si censura la quantificazione dell’indennizzo, operata dal giudice del merito in ragione di Euro 800,00 per anno, sono manifestamente infondati in quanto se e’ vero che il giudice deve normalmente attenersi agli standard indicati dalla Corte europea e’ anche vero da questi puo’ discosta motivatamente e sotto questo profilo non e’ censurabile l’impugnata decisione che ha individuato nella modestia della pretesa fatta valere una ragione per ritenere altrettanto modesto il patema d’animo conseguente alla pendenza del giudizio.

I motivi dal nono al tredicesimo, con i quali si censura la liquidazione delle spese operata dalla Corte d’Appello, sono assorbiti, dovendosi procedere ad una nuova statuizione sul punto.

Il quattordicesimo motivo, che riproduce censure gia’ contenute in altri, e’ assorbito.

Il ricorso deve dunque essere accolto e cassata la sentenza impugnata nei limiti precisati. Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto la causa puo’ essere decisa nel merito e pertanto condanna il Ministero della giustizia al pagamento in favore del ricorrente della somma di Euro 1.000,00, oltre interessi nella misura legale dalla data della domanda, oltre al pagamento delle spese del primo grado.

Tenuto conto dell’accoglimento solo parziale, le spese del giudizio di legittimita’ possono essere compensata per un mezzo e poste a carico per la differenza dell’Amministrazione resistente.

PQM

LA CORTE Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, casa in parte qua il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della giustizia al pagamento in favore di P.D. della somma di Euro 1.000,00, oltre interessi in misura legale dalla data della domanda, nonche’ alla rifusione delle spese del giudizio di merito che liquida in complessivi Euro 825,00, di cui Euro 445,00 per onorari e Euro 280,00 per diritti, oltre spese generali e accessori di legge; compensa per un mezzo le spese del giudizio di legittimita’ e condanna l’Amministrazione alla rifusione in favore del ricorrente del 50% delle spese che, per l’intero, liquida in complessivi Euro 550,00, di cui Euro 450,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge; spese distratte in favore del difensore antistatario.

Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

 

 

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